Vaccini anti Covid e aborto: il dilemma morale spiegato bene

È moralmente lecito l’utilizzo di un vaccino contro il coronavirus sviluppato con tessuti ottenuti da aborti diretti? Risponde il teologo Alberto Frigerio

Vaccinazione anti Covid-19

I quesiti morali relativi all’utilizzo dei vaccini anti-Covid-19 vertono attorno a due tematiche, inerenti alla sicurezza e salute e all’utilizzo di materiale proveniente da aborti diretti.

Del primo tema è già stato scritto, anche su questo giornale (cfr intervista di C. Giojelli al genetista don Roberto Colombo, “Oggi vaccinati non significa ‘impermeabili al virus’”): in sintesi, si può dire che i vaccini anti-Covid-19, di cui pure non si conosce ancora la durata né il tipo d’immunità, a motivo del fatto che la fase 4 della sperimentazione dev’essere ancora completata, paiono essere sicuri (tollerabili in relazione a eventuali effetti collaterali, che sono ridotti e limitati nel tempo) ed efficaci (capaci d’indurre la risposta immunitaria auspicata).

Resta invece da esplorare il secondo tema.

Note introduttive

Come riporta un articolo di Science, almeno cinque potenziali vaccini anti-Covid-19 sono stati sviluppati utilizzando linee cellulari provenienti da aborti diretti compiuti nel 1972 (HEK-293) e nel 1985 (PER.C6). Di questi, due sono stati ammessi nella sperimentazione clinica: quello dell’Università di Pittsburgh e quello dell’Università di Oxford e di AstraZeneca, sviluppati usando la linea cellulare HEK-293. Inoltre, il Charlotte Lozier Institute, istituto di ricerca e educazione che pubblica e aggiorna l’elenco dei vaccini eticamente sensibili, riferisce che i vaccini di BioNTech/Pfizer e di Moderna sono stati testati sulla linea cellulare HEK-293.

Quesito morale

Posto che un vaccino sia sicuro e efficace, qualora sia stato sviluppato facendo ricorso, nel processo di produzione (vaccini dell’Università di Pittsburgh e dell’Università di Oxford e di AstraZeneca) e/o testazione (vaccini di BioNTech/Pfizer e di Moderna), a linee cellulari che provengono da tessuti ottenuti da aborti diretti, il suo utilizzo è moralmente lecito?

La risposta al quesito è comunemente posta nella cornice di ciò che la tradizione morale chiama cooperazione al male, categoria coniata nel XVIII secolo da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, patrono dei confessori e dei moralisti. La cooperazione al male (in questo caso al male dell’aborto procurato) fa riferimento al caso in cui un soggetto (cooperante) compie un’azione che contribuisce, in modo subordinato, all’azione iniqua progettata e attuata da un altro soggetto (agente principale).

1. Tipologia. La cooperazione al male si distingue:
a) quanto all’intenzione, in formale e materiale, a seconda che il cooperante condivida o meno l’intenzione dell’agente principale;
b) quanto al fatto e agli effetti, in prossima o remota, a seconda della vicinanza o lontananza tra l’azione del cooperante e dell’agente principale; diretta o indiretta, a seconda che il cooperante partecipi all’azione dell’agente principale o metta a disposizione un mezzo per la sua attuazione; attiva o passiva, a seconda che il cooperante contribuisca all’azione dell’agente principale o ometta di impedirla; necessaria e contingente, a seconda che l’azione del cooperante sia necessaria per attuare l’azione dell’agente principale o intervenga sulla facilità e sugli effetti dell’esecuzione.

2. Criteriologia. Mentre la cooperazione al male formale è voluta dal cooperante, quella materiale è tollerata o subita. Nella cooperazione materiale l’agente principale abusa dell’azione del cooperante, la cui cooperazione è effetto collaterale, forse anche previsto, ma non voluto (praeter intentionem), della propria azione. Pertanto, mentre la cooperazione formale non è mai lecita, in quanto il soggetto agente è chiamato a operare secondo retta ragione per il bene proprio e, per quanto dipende da lui, per favorire il darsi delle condizioni per il bene di tutti (cfr lettera enciclica Evangelium vitae n. 74), per la cooperazione materiale è possibile stabilire condizioni e limiti di accettabilità morale.

A motivo della varietà e complessità delle situazioni, il discernimento sulla liceità della cooperazione materiale al male è sottoposto al giudizio della prudenza, che tiene conto di alcuni criteri orientativi:
a) distanza maggiore: più remota è la cooperazione, più facilmente può essere ritenuta lecita;
b) giusta causa: la presenza di ragioni proporzionatamente gravi può rendere la cooperazione lecita;
c) qualora si stabilisse che una certa cooperazione materiale al male è lecita, il cooperante deve fare di tutto per evitare o rimuovere eventuali motivi di scandalo, dovuto all’apparente approvazione del male, altrimenti è doveroso ricorrere all’obiezione di coscienza, che consiste nell’affermazione del diritto a non essere costretti a partecipare ad azioni moralmente riprovevoli;
d) in ogni caso, la prima responsabilità è di cooperare al bene e, per quanto possibile, prevenire ed evitare situazioni complesse in cui la cooperazione al male diviene inevitabile1.

3. Valutazione morale. Alla luce degli elementi richiamati, una volta esclusa la condivisione della intenzione abortiva, la cooperazione al male (dell’aborto procurato) attuata da chi ricerca e produce il vaccino, da chi vaccina e da chi è vaccinato, si configura come materiale e remota (cfr articolo di P. Schneider, “Vaccines and Doubly Remote Cooperation in Evil”, apparso su Public Discourse). Pertanto, a motivo della presenza di ragioni proporzionatamente gravi (rischi per la salute e la vita), una volta evitato lo scandalo, tale cooperazione è moralmente giustificata (cfr nota della Pontificia Accademia per la Vita del 2005, “Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti”; istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2008, Dignitas personae; nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 21 dicembre 2020, “Sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19”).

Spunti di riflessione

Il quesito morale di cui sopra trova una risposta più agevole e adeguata alla luce della categoria di appropriazione del male, coniata alla fine del XX secolo da M. Cathleen Kaveny, studiosa di diritto e teologia. Nell’articolo “Appropriation of Evil: Cooperation’s Mirror Image”, apparso nel 2000 sulla rivista Theological Studies, la pensatrice statunitense sostiene che l’utilizzo nella ricerca scientifica di materiale proveniente da aborto diretto, al pari di altre fattispecie morali (ad esempio l’utilizzo nella ricerca scientifica di dati provenienti dagli esperimenti condotti dai nazisti sui prigionieri nei campi di concentramento), più che costituire una cooperazione al male, si configuri come appropriazione del male, in quanto l’azione del soggetto agente (appropriatore) non facilita quella di un altro soggetto, ma prende vantaggio dall’azione di un altro soggetto (agente ausiliare). In effetti, nel caso dei vaccini anti-Covid-19, il ricercatore, il vaccinatore e il vaccinato non cooperano in alcun modo all’atto abortivo, già compiuto nel passato (1972 e 1985), ma si appropriano degli esiti prodotti da quell’atto iniquo per trarne vantaggio.

Il quesito morale posto dai casi di appropriazione del male è dunque se e in quale misura sia lecito appropriarsi e utilizzare frutti e/o sottoprodotti di un’azione iniqua compiuta da altri. Nel caso dei vaccini anti-Covid-19, l’interrogativo suona così: è lecito appropriarsi di informazioni e materiali derivanti da aborti diretti commessi in passato per sviluppare e utilizzare vaccini nel presente? La risposta è a mio avviso affermativa, in quanto la connessione tra la ricerca e l’utilizzo nel presente di informazioni e materiali derivanti da aborti commessi nel passato è accidentale, ovvero il vantaggio scientifico e terapeutico è stato ricavato per accidens dall’atto abortivo illecito, ma avrebbe potuto essere ricavato da organismi di feti morti per aborto spontaneo.

Tuttavia, affinché l’appropriazione non costituisca una sorta di approvazione dell’atto cattivo operato da altri (nel caso in esame l’aborto diretto) o comunque non paia tale agli occhi di terzi (che potrebbero rimanerne scandalizzati o sentirsi giustificati a seconda del proprio convincimento), è doveroso dichiarare la propria contrarietà ad esso. Per la stessa ragione, è doveroso invitare a cercare vie alternative di ricerca (cfr lettera a Stephen Hahn, commissario della U.S. Food and Drug Administration, e lettera a Justin Trudeau, primo ministro canadese, inviate nell’aprile e nel maggio del 2020 da alcune personalità del mondo religioso e scientifico statunitense e canadese), sebbene l’esistenza di brevetti scientifici e le ingenti somme di denaro investito per produrre determinate linee cellulari rendano altamente improbabile la realizzazione di tale richiesta.

Note conclusive

Il tema della cooperazione al male e dell’appropriazione del male, lo si capisce bene, è di grande attualità, al di là della questione dei vaccini, a motivo della complessità della società odierna, che è plurale, ovvero caratterizzata dalla coesistenza di visioni della vita differenti e spesso conflittuali, e globalizzata, ovvero caratterizzata dal moltiplicarsi di forme di agire collettivo, che spesso rendono arduo risalire a responsabilità individuali. Per questi motivi, i cristiani, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, sono chiamati a giudicare con intelligenza le singole fattispecie morali, al fine di praticare e proporre percorsi di vita buona, per sé e per la società.

A tal fine, è auspicabile che si realizzi l’appello di san John Henry Newman per un laicato (e non solo) intelligente e ben istruito:

«Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione, che in essa vi entrino, che sappiano bene dove si ergono, che sanno cosa credono e cosa non credono, che conoscono il proprio credo così bene da dare conto di esso, che conoscono così bene la storia da poterlo difendere»2.

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1 L. Melina, Corso di bioetica. Il Vangelo della vita, Piemme, Casale Monferrato 1996, 247-252

2 J. H. Newman, The Present Position of the Catholics in England, IX, 390

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Don Alberto Frigerio, autore di questo articolo, è medico e professore di Bioetica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Milano

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