Almeno fatevi delle domande

Davanti alla più grande rivoluzione antropologica dei nostri tempi non possiamo ridurre tutto a desideri e sentimenti. «Ci sono dei confini che vanno rispettati», diceva quel tale

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Questo articolo non volevamo scriverlo perché «the baby has arrived» e dunque, comunque la metti, rischi il fraintendimento e di dar inutilmente fiato alla bocca. E già questo è il primo inghippo di trattare la nascita di Tobia Testa, figlio di Nichi Vendola in Canada, ma non in Italia, o perlomeno non ancora.

Noi siamo fra quelli che ammirarono il presidente George W. Bush che una volta si presentò davanti alle telecamere coi “bambini venuti dal freddo”, quelli nati da fecondazione artificiale e che erano stati embrioni nei bidoni freezer della crioconservazione. Ci convinceva la sua ferma opposizione alla nascita per tecnica manipolatoria, ma ancor più ci piaceva che, di fronte ai quei bambini in carne ed ossa, si mostrasse accogliente e benevolo. Noi siamo anche fra quelli a cui non piacque la battuta di Domenico Dolce – che pure aveva dalla sua tante buone ragioni – quando parlò di «bambini sintetici». Non sono bambini sintetici. Sono bambini e basta.

Un giorno ne rideremo?
E tuttavia, ora che i giornali tornano a parlare della famiglia Vendola. Ora che, dopo il quadretto bucolico di Francesco Merlo su Repubblica, di nuovo il Corriere della Sera è tornato a descriverci l’intimità della combriccola Vendola come qualcosa di patetico, solare, nuovo eppur bello, e che forse (forse) ora si pensa di ordinare pure «una sorellina». Ora che, come tutti sapevamo che sarebbe accaduto, la Cassazione ha detto che la stepchild adoption è cosa buona e giusta. Ora che, insomma, tutto va nella direzione del progresso e del meglio, a noi rimangono domande e interrogativi assillanti cui – scemi noi – non riusciamo a trovare risposta. Ancor più, e qui sta il nocciolo della questione, restiamo sbalorditi dalla leggerezza e dalla superficialità con cui, davanti alla più grande rivoluzione antropologica dei nostri giorni, il tema sia trattato e sbrigativamente archiviato. The baby has arrived, punto (punto?). Non vedete la felicità delle nuove formazioni sociali? «La scienza è al servizio della famiglia», ha detto Vendola; cosa vi fa tergiversare?

Certo che la vediamo la felicità, le moine, i sorrisi dei parenti, le ninne nanne. Certo che Tobia vorrà bene ad Ed e Nichi, certo che Ed e Nichi vogliono bene a lui. Sicuro che la nonna saprà essere strepitosamente affettuosa come sanno esserlo tutte le nonne. Non abbiamo dubbi su questo. Potranno esserci figure femminili vicino ad Ed e forse basteranno. Le zie (la donatrice e la gestante, guai a chiamarle mamme) si collegheranno via Skype, qualche volta le si andrà a trovare, e sarà solo il nuovo stadio della famiglia allargata, con tre genitori biologici che non hanno mai fatto l’amore sotto le lenzuola e un quarto che lo è davanti al giudice. Può essere che abbiano ragione Vendola e Veronesi e che fra vent’anni di certe resistenze si riderà e tutto sarà normale e accettato. Può essere che, un giorno, dire che i bambini nascono da un rapporto sessuale diventi una barzelletta. Può essere. Aldous Huxley in Brave New World l’ha profetizzato, e non è detto che non accada.

Ma può essere anche che stiamo tralasciando qualcosa. Non diciamo la morale cattolica – che pure non è poca cosa – ma almeno il senso rudimentale del vivere, del generare, dell’accudire e amare chi mettiamo al mondo. Almeno fatevi delle domande, almeno. Almeno non ovattiamo tutte queste vicende col cotone idrofilo del sentimento e il filo spinato dell’intolleranza per chi dissente in nome di ragione e realtà.

I bambini. Chi sono?
Tutti vogliamo bene al bambino. Ma il fatto è che il bene che si può volere per il proprio figlio non si può non volerlo per ogni altro figlio. Se non si comprende questo, non si comprende il resto. Che cosa sappiamo dei bambini nati da fecondazione extracorporea? Poco, quasi nulla. Sappiamo molto di sterilità, di desideri e speranze di coppie, di politici che s’accapigliano sulle leggi, di testi di catechismo e studi scientifici. Conosciamo le frustrazioni di chi vuole bambini e non può averli, sappiamo di donne che accettano di donare i propri ovuli o che acconsentono a portare in grembo figli di altri. Ci dicono che sono tutti d’accordo, spensierati, adulti e consapevoli. Ok. Gli unici di cui sappiamo poco sono i figli. Che dicono? Che pensano? Come reagiscono? Qui c’è la prima zona d’ombra della faccenda (l’altra è la questione dei costi).

Noi qualche domanda ce la faremmo. Noi qualche domanda a Stephanie Raeymaekers, bella ragazza nata 36 anni fa da fecondazione eterologa, l’abbiamo fatta. E le sue risposte sono state cazzotti sul grugno. «Io sono un prodotto comprato al supermercato dal quale è stata tagliata via l’etichetta. Io so di essere stata comprata», ci ha detto. Stephanie ama sua madre, ama suo padre anche se non lo è biologicamente, ma quando gira per la città non può fare a meno di studiare le facce e i movimenti di chi incontra per chiedersi se quello è suo padre. «Chi è davvero? È vivo? È morto? Quanti fratelli e sorelle ho davvero? Ha fornito il suo sperma ad altri? Gli assomiglio? Mi pensa? So che non mi conosce, magari però pensa ai figli che sono stati concepiti con il suo sperma. L’ha fatto per soldi? Per aiutare gli altri?». Sono gli interrogativi di una donna, di una figlia, che si dice disgustata dal mercato di ovociti, zigoti, embrioni, uteri che vede agitarsi intorno a lei. Sono le domande di una persona che si batte per cambiare quelle «leggi ingiuste che non considerano i diritti dei bambini, ma vedono i bambini come un diritto».

Non è una questione solo d’amore o di essere genitori affettuosi. Come si può fare una classifica su questo? Il problema è l’origine: l’ancestrale bisogno di ognuno di noi di conoscere la propria radice per crescere. «Io spero sempre che qualunque genitore ami i figli senza condizioni. Ma quando si cominciano a fare contratti e a scambiare soldi, quando si approvano leggi che prevedono queste cose, per forza l’amore non è più incondizionato. I bambini diventano come oggetti. Ho comprato una macchina, ma non la voglio più; ho comprato un bambino, ma non lo voglio più».

Un altro esempio. Tempo fa vi raccontammo di un programma andato in onda su Mtv, Generation Cryo, che raccontava con linguaggio disinibito e giovanile di una ragazza diciassettenne, BreeAnna, lesbica, nata da fecondazione eterologa e del suo viaggio alla ricerca del donatore #1096, il padre che un giorno «si è fatto una sega in una tazza e poi non ci ha pensato più». Eppure anche questi ragazzi col piercing al naso e il cellulare perennemente all’orecchio, così cool, così moderni, nemmeno loro possono sfuggire al desiderio di «incontrarlo che, forse, darebbe pace a tutte quelle domande che nemmeno io sono in grado di pensare».

Donne, ma non mamme?
Ci dicono di stare sereni. Nessuna mamma è sfruttata, il corpo delle donne è in salvo, tutto è fatto con massima professionalità, accortezza, garanzia. Alla giornalista del Corriere della Sera Monica Ricci Sargentini, i responsabili di una clinica americana hanno assicurato che «le nostre ragazze hanno fatto tutti i controlli medici possibili. Potete stare tranquilli. Le nostre sono tutte della zona, facciamo uno screening accuratissimo, andiamo a vedere dove vivono, come mangiano, controlliamo la fedina penale e poi le sottoponiamo a screening psicologi. Siamo molto, molto severi per evitare sorprese dopo. Solo il 10 per cento delle domande viene accettato». Ci sono anche casi incresciosi di sfruttamento, certo, lo ha riconosciuto anche Vendola, ma non sono tutti così. Esistono agenzie serie dove offrono portatrici ready to go, premium, lesbiche (le più richieste). E sono tutte persone altruiste che non lo fanno per soldi – a parte un giusto compenso o paghetta o mancia – e, comunque, non ne parliamo perché è volgare insozzare i sentimenti con questioni così venali. Poi c’è quel piccolo comma sull’aborto, da applicare se il figlio non è venuto con tutti i crismi. Ma, appunto, siamo ancora qui a discuterne? Se l’interruzione di gravidanza è un diritto della donna, perché non può esserlo anche per il committente?

Ma queste sono le perplessità di noi trogloditi, noi «squadristi», come direbbe Vendola, che ancora non ci siamo arresi a pensare alle madri come meri “concetti antropologici”. D’altronde ci riesce strano arrenderci, soprattutto dopo aver visto Google Baby, un documentario realizzato nel 2009 dalla regista israeliana Zippi Brand Frank che racconta «come nascono i bambini ai tempi di internet». La regista, che è ricorsa all’inseminazione artificiale per far nascere la figlia, filma tutto quanto accade in diverse cliniche sparse in giro per il mondo. Lo fa con un certo disincanto e con ciglio asciutto, anche se è chiaro che il suo non è un reportage di denuncia, anzi. Ci sono le ragazze indiane e le statunitensi, le camere d’albergo col frigobar, coppie con la valigia in mano e il portafoglio gonfio, menù dove patinate facce di ragazze esplodono sorrisi e cifre. Poi ci sono cinque secondi, solo cinque, che dicono tutto: una madre indiana in sala parto dà alla luce un bel bambino e tra le lacrime confida al dottore: «Quando verrà il momento di consegnarlo farò finta di essere felice».

Ok, ci dicono, ma noi staremo attenti che tutto sia fatto per bene così da evitare gli abusi. Faremo leggi severissime, punendo chi sgarra. Questa ci pare di averla già sentita. Tra l’altro, a voler essere un po’ pignoli e un po’ stronzi, verrebbe da far notare che oggi in Italia è ancora valido l’articolo 12, comma 6 della legge 40/2004, che così recita: «Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro» (Nichi, ci siamo intesi, no?).

E comunque basta guardare come procedono le cose nei paesi “più avanti di noi”. Settimana scorsa i giudici dell’Alta Corte di Londra hanno condannato la «disonestà» di una coppia gay che ha pagato 40 mila sterline per avere tre bambini da tre donne diverse. Il giudice ha appurato che hanno infranto la legge e ha fatto loro una bella ramanzina. E poi? Poi ha affidato loro i bambini perché «i due uomini hanno eccellenti doti genitoriali e sono orgogliosi dei loro bambini. Sono padri amorevoli» e «sembra che siano stati messi su questa Terra apposta per fare i genitori». Love wins.

E la laica difesa del vivente?
Lo sposo diventa padre e la sposa diventa madre dopo un atto unitivo. Senza l’altro da sé, da me differente, non posso generare. È una legge di natura che ci suggerisce che anche nella coppia esiste una reciprocità che è dipendenza. Nell’utero in affitto e nell’eterologa, la reciprocità è monca. Per diventare padre o madre si ha ancora bisogno dell’altro, ma solo a tempo determinato, così come stabilito da un contratto che lascia uno dei sottoscrittori in posizione subalterna, tanto che deve sparire o comunque eclissarsi. Gli sposi non diventano genitori, ma contraenti. Non v’è unione, ma scambio di gameti tramite provetta. A regolare il rapporto non è l’amore, neppure l’istintiva passione di un attimo «nel cesso di una discoteca o sopra il tavolo di un bar», come cantava Lucio Dalla. Nel nostro caso, poi, il partner Vendola è totalmente estraneo a tutto il processo. È padre solo dopo una firma davanti a un notaio.

Lo sappiamo che, detto così, è poco zuccheroso e molto gretto e meschino. Ma, a nostro avviso, il mondo cosiddetto laico deve iniziare a porsi qualche seria domanda. Qui si tratta dei “sì” e dei “no” a proposito dell’uso dei nostri corpi, dei nostri spermatozoi e dei nostri ovuli. Non è un gioco a rischio zero, nascono “altri noi”. «Dobbiamo capire da laici che l’obbligo della difesa del vivente ci pone dei confini che devono essere rispettati», disse il 4 marzo 2005 al congresso nazionale di Rifondazione Comunista. Disse così, un certo Nichi Vendola.

Foto Ansa

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