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I nonni accusati dalla campagna anti-violenze

Di Caterina Giojelli
25 Ottobre 2026
In Irlanda, uno spot sul consenso equipara gli abbracci ai nipoti alle molestie sessuali. L’obiettivo è sempre lo stesso: patologizzare la famiglia
Due frame di una discussa campagna irlandese sul consenso (
Due frame di una discussa campagna irlandese sul consenso ("We-Consent" del Dublin Rape Crisis Centre) che invitava i nonni a chiedere il permesso prima di abbracciare i propri nipoti

Una campagna contro lo stupro decide di criminalizzare l’affetto dei nonni, mettendoli, di fatto, sullo stesso piano dei predatori sessuali. Succede in Irlanda, dove il Dublin Rape Crisis Centre (Drcc), abbeverato ai rubinetti del ministero della Giustizia e sostenuto da fondi pubblici, ha scodellato uno spot promozionale nell’ambito della più ampia campagna We-Consent che è tutto un programma – letteralmente: sempre che possa definirsi tale un piano per pervertire i rapporti nonni-nipoti.

La scena è di una stupidità imbarazzante. Protagonista una ragazza che guarda con malcelato disgusto due nonni i quali, sulla soglia di casa, abbracciano con trasporto il fratellino per poi rivolgersi a lei a braccia aperte, con la bocca a culo di gallina, pronti a sbaciucchiarla. Subito scatta il messaggio: «Non tutti vogliono un abbraccio. Anche se arriva da chi li ama. Imbarazzante? Forse. Importante? Assolutamente».

Che ci azzeccano i nonni col consenso e le violenze?

Assolutamente cosa? Siamo alla perversione grottesca del bene quotidiano, alla trasformazione della carezza in un potenziale illecito da prevenire con la liberatoria formale. Scoppiato il caso, nazionale e internazionale, è intervenuto il ministro della Giustizia Jim O’Callaghan, fino alla rimozione del video. «Non rappresenta la visione del governo», ha dichiarato, definendolo «inappropriato» e denigratorio nei confronti dei nonni. Ha aggiunto che, se è essenziale comprendere il concetto di consenso nelle relazioni sessuali, quel filmato non va in questa direzione e, per molti versi, è stato controproducente. Il ministero ha poi precisato che questo e altri video erano stati realizzati dal Drcc e non costituivano una campagna pubblicitaria governativa. Resta il fatto che il programma beneficia di sostegno pubblico e che la controversia investe anche l’impiego di quelle risorse. Soprattutto, la matrice culturale rimane intatta.

Nel filmato la regia si accanisce sui primi piani dei due anziani, inquadrati come mostriciattoli invadenti di fronte alla smorfia di repulsione della nipote. E siccome le geometrie del conformismo contemporaneo non sono mai casuali, mentre il ragazzino che asseconda i desiderata dei vecchi è rigorosamente bianco, la ragazza ha ovviamente la carnagione scura e i capelli corvini.

Inoculare la paranoia della famiglia

Il fine dichiarato dal Drcc è insegnare a «rispettare i confini personali fin dall’infanzia». Tradotto dal burocratese: inoculare nei bambini la paranoia del contatto, insegnare loro a sospettare di chi li ha generati e protetti, trasformare la famiglia – che gli attivisti sono già pronti, dati alla mano, a ridurre solo a teatro di violenza domestica – nella prima scena del crimine.

Perché solo un’ideologia accecata da se stessa può assimilare, sul piano della rappresentazione, la devianza di un predatore e l’abbraccio di un nonno sulla porta di casa. A meno che il disegno non sia precisamente questo: disfare l’ordito delle generazioni, catechizzare i bambini alla diffidenza e addomesticarli a un’esperienza umana ridotta a una serie di contratti giuridici. Non si tratta affatto di negare a un bambino il diritto di rifiutare un contatto fisico, ma di chiedersi quale idea dei rapporti familiari venga trasmessa quando è proprio l’affetto dei nonni a essere scelto come veicolo di un messaggio sul consenso.

Nonni e monadi

È il solito moralismo di Stato ostaggio degli attivisti che pretende di impartire lezioni sulle relazioni domestiche, trasformate nella sede di tutte le storture della società, ma non si fa scrupoli a chiedere alle donne di condividere bagni pubblici, reparti ospedalieri e spogliatoi con uomini biologici (non a caso, tra i testimonial e i partecipanti associati alla campagna sul consenso compare anche un attivista transessuale). Che non si fa scrupoli a indottrinare sulla qualunque a scuola e che, attraverso il Gender Recognition Act, ha introdotto il riconoscimento giuridico del genere, sollevando questioni assai più controverse sul rapporto fra identità legale, matrimonio e consenso del coniuge.

Nel 2020 un abbraccio poteva diventare un rischio mortale per i nonni; nel 2026 il corpo del reato sembra essere ancora il contatto, ma il killer non è un virus. Come non notare il filo che unisce la nevrosi del distanziamento di ieri all’ingegneria comportamentale di oggi? Isolare l’anziano e l’individuo, sterilizzare i legami, rendere il cittadino una monade paurosa e del tutto dipendente dalle premure tutelari degli apparati burocratici – se poi si spiega che anche il nonno è una insidia da cui difendersi con un modulo di rinuncia, figuriamoci con quale ammirevole freddezza domani lo si accompagnerà verso la dolce morte dell’eutanasia.

Niente consenso, niente mummie a Glasgow

Quando si perde il senso della realtà e della creazione, tragedia e commedia sono inevitabili. La conferma arriva dalla Scozia, dove al Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow hanno pensato bene di rimuovere dall’esposizione diversi resti umani dell’antico Egitto, fra cui una testa mummificata, una mano, un piede e il sarcofago dipinto contenente i resti del sacerdote Nekht.

La nuova bozza delle politiche sui resti umani del Glasgow Life Museums infatti, ha spiegato il portavoce dell”organizzazione finanziata dal consiglio comunale che gestisce il museo a Newsweek, «propone che i resti umani vengano esposti solo in presenza di un consenso documentato e informato da parte del defunto o, in circostanze appropriate, dei suoi discendenti. In assenza di tale consenso, riteniamo che rimuovere dall’esposizione i resti umani dell’antico Egitto sia più rispettoso nei confronti dei defunti».

Il cartello collocato al posto dei reperti recita infatti: «Abbiamo rimosso resti umani da questa esposizione in segno di rispetto». O, per meglio dirla con il titolo del Times: “Mummie rimosse dal museo di Glasgow perché non avevano dato il ‘consenso'”.

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