Usa, accordo su debito e shutdown. E ora? Cinque punti per capire (senza farsi venire il mal di testa)

Se il Congresso non approva l’accordo preso al Senato sull’aumento del debito Usa, domani il Governo andrà in default. L’America avrà 2 settimane di autonomia, poi non potrà più ripagare i presiti

Repubblicani e democratici hanno raggiunto un’intesa per fare uscire gli Stati Uniti dallo shutdown e dall’ipotesi di default. Lo annuncia la Cnn. Non c’è certezza che l’accordo verrà approvato dal Congresso, in particolare dalla Camera, dove i repubblicani, che detengono la maggioranza, si sono dimostrati divisi sulla questione.

LA SITUAZIONE. Due terzi degli americani, secondo i sondaggi dei media Usa, chiedono tagliare la spesa pubblica, prima di varare l’aumento del debito. La risposta data dall’accordo raggiunto in Senato non contempla riforme strutturali e tagli della spesa, come chiedono i cittadini. Non poteva che essere così: non c’è più tempo per le trattative. Lo ha capito anche la Cina, che con 1.200 miliardi di dollari è la nazione più esposta nei prestiti agli Stati Uniti (l’Italia è a quota 27,5 miliardi di dollari) e ora minaccia di vendere i titoli di stato americani. Se il Congresso non approva domani, al massimo entro due settimane, l’aumento del tetto sul debito, non potrà onorare prestiti già contratti e dovrà dichiarare il default.

RISCHIO DEFAULT. Mentre il mancato accordo sulla legge di bilancio (che ha implicato lo shutdown, sistema autosanzionatorio che scatta dopo ogni 1 ottobre, se non viene approvata la legge di bilancio) non ha implicazioni economiche devastanti, una mancata approvazione dell’aumento del tetto del debito porterebbe al fallimento economico degli Stati Uniti. Se l’accordo raggiunto in Senato non passasse alla Camera, da domani gli Stati Uniti saranno già tecnicamente in default. La non approvazione del tetto del debito riguarda, infatti, prestiti già virtualmente contratti, che domani a mezzanotte supereranno il tetto di 16.700 miliardi. Se il Congresso non raggiunge un risultato positivo in queste ore, il Governo si troverà con le casse vuote e nella situazione virtuale di non poter onorare i prestiti già contratti per mantenersi.

TEMPO LIMITE: 1 NOVEMBRE. Il dipartimento del Tesoro ha assicurato di avere in cassa 30 miliardi. Soldi che terrebbero in vita gli Stati Uniti per circa 2 settimane. L’1 novembre, il default tecnico porterebbe a un fallimento reale visto che il Governo dovrà onorare un prestito a scadenza di 50 miliardi di dollari. Per riuscire a onorarlo dovrà avere l’approvazione del Congresso. La legge sul bilancio e il tetto del debito dovranno essere approvate da entrambi i rami del parlamento americano, ma fino ad ora Repubblicani e Democratici non sono riusciti ad arrivare a un accordo.

DEFINANZIARE OBAMACARE. La contesa del Congresso è politica e si gioca sull’Obamacare, un suo definanziamento totale per un certo numero di anni (come chiedono i Tea Party repubblicani) o parziale. Barack Obama non è disponibile a barattare l’aumento del debito con il definanziamento della propria legge. Però non gli resta che trovare un accordo. Se infatti il presidente degli Stati Uniti al Senato può contare sulla maggioranza democratica per fare passare l’indebitamento, alla Camera deve fare i conti con la maggioranza repubblicana. L’ultimo accordo affidato al leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, che innalza il debito fino a febbraio del 2014, sembra essere andato a buon fine. Ma dovrà passare al vaglio del Congresso e ottenere il sostegno di quei 17 voti repubblicani che mancavano al precedente accordo per far passare l’innalzamento del debito.

LE SCAPPATOIE. Se la Camera bocciasse il risultato della trattativa al Senato fra repubblicani e democratici, la Casa Bianca potrebbe eludere il voto del Congresso? Teoricamente, sì. Obama potrebbe usare i poteri straordinari dell’esecutivo, dichiarando lo stato di emergenza e varando l’aumento del debito. Potrebbe anche varare bond particolari, nominali, per tenere in vita il Governo federale. Il dipartimento del Tesoro e il presidente degli Stati Uniti hanno evocato queste possibilità, ma più per convincere i repubblicani ad un accordo che per attuarle davvero. Sarebbe infatti una mossa politica rischiosa, materia da Corte Suprema, con esiti imprevedibili.