Uragano Al Gore

Per il Nobel bisogna sfruttare il capitalismo contro l’effetto serra.Le imprese che si fanno verdi, però, si ritrovano con i conti in rosso

Serve a far bella figura sui giornali e con i clienti più esigenti, forse. Ma ormai quel che è certo è che sposare la filosofia ambientalista non sta facendo bene ai bilanci di alcune tra le più grandi (e politicamente “sensibili”) multinazionali americane, le quali, a furia di cedere alla moda verde, si trovano a dover registrare conti sempre più in rosso. Ancora la settimana scorsa il premio Nobel per la pace Al Gore ha tenuto banco sui media di tutto il mondo con una delle sue solite tirate iperambientaliste. Secondo l’ex vice di Bill Clinton autore del documentario catastrofista Una scomoda verità, che non per niente gli è valso un Oscar, «è giunto il momento di mettere il capitalismo al servizio della lotta all’effetto serra. Bisogna stabilire un prezzo alle emissioni di anidride carbonica». Peccato, però, che proprio nel giorno in cui Gore pronunciava questo appello, il britannico Sunday Times informava i suoi lettori che in 7 anni l’attivismo verde avrebbe portato nelle tasche dell’ex candidato alla Casa Bianca qualcosa come 75 milioni di dollari. Alle multinazionali “sensibili” di cui sopra, che sognavano di rifarsi un’immagine sbandierando la svolta ecologista e invece ne sono uscite malconce, devono essere fischiate le orecchie.
I principali media statunitensi di questi tempi dedicano ampio spazio, nelle loro cronache, a quelle aziende che decidono di impiegare parte dei propri capitali per contribuire alla salvaguardia dell’ambiente, o quantomeno a danneggiarlo in misura minore rispetto a qualche anno fa. Lo scorso giugno un lungo articolo pubblicato da BusinessWeek lasciava addirittura intendere che il nuovo corso ecologico potesse convenire economicamente alle imprese. Reena Jana, la giornalista autrice del pezzo, citava il caso di Toyota, che è riuscita a moltiplicare i propri profitti nell’arco di dieci anni anche grazie alle vendite record dell’auto ibrida Prius e della Camry, la nuova e più spaziosa berlina rispettosa dell’ambiente.
Tutto bene, dunque, finché l’impresa si fa “verde” producendo auto ecologiche o lampadine a risparmio energetico. Finché vende il prodotto ecosostenibile, insomma. Non rimetterci diventa più difficile quando, anziché commercializzarli, i prodotti ecocompatibili li si deve comperare. Secondo i dati contenuti in uno studio condotto dai ricercatori del think tank conservatore Business & Media Institute sono molti i casi di aziende statunitensi che hanno peggiorato le loro performance contabili pur di seguire la moda politicamente corretta dettata dai catastrofisti ambientali alla Al Gore. Tra queste c’è la società di spedizioni FedEx, una delle più grosse al mondo, che qualche anno fa aveva annunciato l’intenzione di sostituire i propri furgoni a gasolio con veicoli ibridi non inquinanti. Il nobile gesto era valso all’azienda un premio speciale dell’Environmental Protection Agency, l’agenzia federale americana per la protezione dell’ambiente. Correva l’anno 2004, dunque oggi il programma di sostituzione dei furgoni, stando ai tempi annunciati allora, avrebbe dovuto essere concluso già da un po’. Il mese scorso, però, e siamo nel 2007, i mezzi ibridi con la scritta blu e arancio del corriere espresso americano erano ancora appena un centinaio, molti meno dei tremila (l’anno) promessi. «Abbiamo un rapporto fiduciario con i nostri soci e delle responsabilità», si è giustificato proprio con BusinessWeek il direttore per l’ambiente di FedEx, Mitch Jackson. I furgoni ecologici, infatti, costavano il 75 per cento in più di quelli normali e la decisione di acquistarli in ogni caso avrebbe esposto gli amministratori della multinazionale ai mugugni (se non a un’azione di responsabilità per un raddoppio dei costi non indispensabile) degli azionisti. Un rischio troppo alto, meglio rimangiarsi la parola evitando di andare incontro a una probabile bancarotta.
Il caso del corriere FedEx non è l’unico. Altre aziende che hanno deciso di votarsi al verde, anche in termini di lobbying politico a Washington, stanno vedendo il frutto dei loro “sforzi ideali” ritorcersi contro i loro stessi interessi commerciali. È il caso di Caterpillar, colosso mondiale delle macchine da lavoro, che verrebbe fortemente penalizzato da una normativa contenente tagli delle emissioni inquinanti, perlopiù dovute alle centrali elettriche a carbone: l’industria del carbone è, infatti, uno dei principali acquirenti dei mezzi Caterpillar. Allo stesso modo, Pepsi Co., la holding alimentare che commercializza la bevanda rivale storica della Coca-Cola e che in questi anni ha visto il proprio management in prima linea nelle campagne di sensibilizzazione ambientale, ora si vede contestare dalle organizzazioni ecologiste l’uso delle bottiglie di plastica. Un altro grande nome come General Electric sta impegnando quasi tutto il proprio budget pubblicitario per promuovere la vendita dei suoi prodotti rispettosi dell’ambiente. Un’operazione di marketing senza ritorno effettivo, perché quei prodotti (nonostante l’accattivante brand “Ecomagination”) incidono per non più dell’8 per cento sul fatturato della multinazionale elettrica.

Il “crociato” disilluso
A sfatare il mito secondo cui le aziende che mantengono un comportamento virtuoso nei confronti dell’ambiente guadagnerebbero di più è stato di recente proprio uno dei suoi creatori. L’ambientalista Auden Schendler, negli anni Novanta, lavorava al Rocky Mountain Institute di Aspen, in Colorado: faceva parte della squadra del profeta del capitalismo verde, Amory Lovins. Il mese scorso ancora BusinessWeek è andato a cercarlo e lo ha intervistato, chiedendogli se, grazie alle nuove tecnologie, l’intuizione del suo maestro si stesse rivelando, negli anni, azzeccata. La risposta alle teorie di qualche anno fa è arrivata coi fatti e con il passare del tempo. Nel 1999 Schendler fu ingaggiato come esperto ambientale dalla Aspen Skiing Co. con l’intento di trasformare un resort sulle Montagne Rocciose e alcuni impianti di risalita della zona in un laboratorio di turismo ecosostenibile. Per ottenere il risultato, Schendler fece montare pannelli solari sul tetto dell’albergo (che dà lavoro, con l’indotto, a circa 800 persone) e si inventò un impianto idroelettrico “a impatto zero” sfruttando l’acqua di un vicino torrente per garantire l’approvvigionamento di energia a tutto il complesso turistico. Nel 2006, la rivista Time lo ha incoronato “crociato dell’ambiente”, un riconoscimento ancora esposto bene in vista nel suo ufficio. Intervistato da BusinessWeek, però, Schendler ha riconosciuto il fallimento di tutti i suoi sforzi. Per gli alti costi economici che essi hanno comportato (rispetto a una gestione standard), ma non solo: il fatto è che lo stesso aumento dell’affluenza dei turisti richiede da parte della struttura un maggior dispendio di energia, per fare fronte al quale si deve per forza ricorrere alle odiate fonti tradizionali, con relativo contributo alle emissioni di gas serra. «Ho ideato tantissimi progetti “sexy” poi miseramente falliti», ha spiegato Schendler all’intervistatore. «Il fatto è che dar vita a un’impresa veramente “verde” è praticamente impossibile». E anche solo provarci può costare davvero troppo caro.