L’oppio degli intellettuali

Ma quanto sono organici i firmatari dell’appello pro unioni civili. Una volta gli intellettuali militavano a favore della causa proletaria, oggi lotta per i cosiddetti nuovi diritti

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Su Repubblica dello scorso 21 febbraio 2016 è apparsa la notizia per cui oltre quattrocento tra esponenti di cultura, spettacolo, musica, editoria hanno scritto e sottoscritto un appello al Parlamento affinché siano immediatamente approvate le unioni civili.

Che vi sia qualcuno che da cantante, attore o artista abbia una propria opinione, una propria fede politica, una proprio partito, non stupisce ed anzi è cosa buona e giusta, poiché è inevitabile che ogni essere umano eserciti non solo la propria libertà di pensiero, ma anche il proprio senso di appartenenza e identità (di cui tanto si necessità in un mondo come quello dell’arte che con l’adozione del pensiero fluido e del relativismo etico ha smarrito la propria).

Ciò nonostante, c’è differenza tra l’avere una propria idea e il militare per una ideologia, ed è la differenza che tutta intera si ritrova nella distinzione tra intellettuale e intellettuale organico.

L’intellettuale organico, come si sa, è quella figura, compiutamente teorizzata da Antonio Gramsci, in base alla quale la causa proletaria si deve servire anche di figure intellettuali che ne propugnino le idee, i valori, l’emancipazione.

L’intellettuale, per Gramsci, per essere davvero tale deve essere organico alla causa proletaria e mettere al servizio di essa le proprie risorse e le proprie capacità.

Scrive per l’appunto Gramsci:

«Il nostro Partito non è un partito democratico, almeno nel senso volgare che comunemente si dà a questa parola. È un partito centralizzato nazionalmente ed internazionalmente. Centralizzazione vuol dire specialmente che in qualsiasi situazione tutti i membri del Partito, ognuno nel suo ambiente siano stati posti in grado di orientarsi, di saper trarre dalla realtà gli elementi per stabilire una direttiva, affinché la classe operaia non si abbatta, ma senta di essere guidata e di poter ancora lottare. La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria».

Senza dubbio il socialismo reale è finito, la causa proletaria ha perduto il suo slancio, ma il metodo d’azione è rimasto immutato, vivo e vegeto in quelle forze politiche che saggiamente, a seguito della fine del comunismo, dopo una secolare militanza in suo favore, si sono re-inventate come forze liberali che distribuiscono diritti in ogni dove.

Se nel XX secolo l’intellettuale organico militava a favore della causa proletaria nel senso della rivendicazione del diritto di sciopero, dell’adeguamento salariale, della lotta al padronato, oggi, invece, lotta nel senso della rivendicazione dei cosiddetti diritti civili e nell’ambito dei cosiddetti nuovi diritti (diritto al figlio, diritto d’amore, diritto al matrimonio, diritto di cambiare identità, diritto di morire ecc).

Gli intellettuali organici di oggi si battono, infatti, non solo per la semplice approvazione del disegno di legge sulle unioni civili, ma soprattutto per propagare la nuova ideologia dominante, cioè il pensiero gender.

Ciò che è accaduto con il proletariato e il marxismo, accade oggi con i gruppi LGBT e il genderismo; se nel XX secolo l’intellettuale organico spendeva la propria vita al servizio della causa proletaria, oggi, nel XXI secolo, spende la propria energia al servizio della causa genderista.

Tutto ciò lascia trasparire l’idea di quanto molto organici siano i firmatari del suddetto appello per l’approvazione del ddl Cirinnà, e quanto poco liberi siano in effetti nella loro arte.

Se, infatti, non c’è libertà senza verità, e non c’è arte senza verità, come ben spiegato da Martin Heidegger, allora l’arte e ogni attività intellettuale di quanti risultano essere organici rispetto al pensiero gender non è vera arte o attività intellettuale perché non è arte libera in quanto non tesa alla traduzione della verità, ma asservita ad uno scopo per di più di chiara matrice ideologica.

A ben guardare, tuttavia, l’appello di tali intellettuali, tramite cui si realizza l’asservimento della cultura al pensiero genderista, lascia intendere quanto essi siano sotto gli effetti di ciò che Raymond Aron ha giustamente definito come “oppio degli intellettuali”.

Essi, infatti, invece di incarnare il vero ruolo dell’intellettuale, cioè l’opporsi alla cultura dominante, preferiscono sottomettersi a quest’ultima.
Se, infatti, hanno ragione tutti i sondaggi, gli opinionisti e gli esperti nel sostenere che la maggioranza degli italiani è favorevole alle unioni civili, se hanno ragione coloro che sostengono che bisogna legiferare come la maggioranza dei Paesi europei hanno legiferato sulle unioni civili, se hanno ragione tutti coloro che ripetono che occorre ascoltare la predominante voce di quanti in più di cento piazze italiane hanno dimostrato che la stragrande parte dell’opinione pubblica è a favore delle unioni civili, occorre necessariamente riconoscere che la cultura dominante sia quella a favore delle unioni civili.

In tal senso un vero intellettuale – cioè quello non organico – non dovrebbe servire la causa del più forte, del pensiero dominante, della maggioranza, cioè del potere, ma opporsi a tutto ciò.

Del resto, questo è stato l’insegnamento dell’illuminismo, o meglio, di quella parte dell’illuminismo che proprio questo ha insegnato, cioè che il rapporto dialettico tra intellettuale e potere deve essere sempre non già di servizio, ma sempre di critica oppositiva, cioè di sfruttamento di quella risorsa di indipendenza del pensiero e della coscienza che per l’appunto manca ai suddetti firmatari del predetto appello, i quali, a causa della loro militanza a favore della maggioranza favorevole alle unioni civili, si dimostrano gramscianamente molto organici e illuministicamente poco intellettuali.

In conclusione, quindi, non possono che sovvenire le parole di critica, avverso questo genere di intellettuali organici, mossa da un illuminista del calibro di Jean-Baptiste D’Alembert che nel suo Saggio sui rapporti tra intellettuali e potenti del 1753 così per l’appunto scrive:

«Un mezzo molto efficace per rendere più circospetti questi aristarchi sarebbe quello di impegnarli a dare per iscritto i loro pareri: in capo ad un piccolo numero di anni, quando il furore della cabala e lo spirito di parte avranno fatto posto alla sentenza dei saggi, quei giudici, ignoranti quanto severi, si troverebbero in contrasto o con se stessi o con il pubblico; infatti, nonostante tutte le ingiurie che si dicono così frequentemente al pubblico, esso decide con cognizione ed equità. È vero che quel pubblico che giudica, cioè che pensa, non è composto da tutti coloro che pronunciano pareri e nemmeno da tutti quelli che leggono; le sue sentenze non sono tumultuose; spesso esamina ancora quando la passione o la prevenzione credono di aver già deciso e i suoi oracoli, depositati presso un piccolo numero di uomini illuminati, prescrivono infine alla folla ciò che essa deve credere. È soprattutto fra gli intellettuali e persino unicamente tra costoro che si incontrano uomini di tal fatta».

Foto Ansa


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