Unione Gender-Europea

Per promuovere l’“uguaglianza di genere”, si sono inventati una istituzione (Eige) che ispira corsi di formazione e di aggiornamento per gli insegnanti. Dall’asilo fino all’università

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – L’Unione Europea è impegnata in una grande opera di ingegneria sociale e di decostruzione della civiltà europea attraverso l’imposizione delle politiche di genere e del gender mainstreaming, espressione che significa: tenere conto delle implicazioni che le legislazioni e le politiche hanno sugli uomini e sulle donne in termini di promozione o di arretramento dell’uguaglianza fra i sessi. Non si tratta semplicemente – e giustamente – di permettere alle donne di conciliare lavoro e maternità, di combattere le disuguaglianze di retribuzione fra maschi e femmine per lo stesso lavoro, di prevenire le discriminazioni legate al sesso, di contrastare il machismo e gli abusi ai danni delle donne. L’Europa considera “stereotipi di genere” da sovvertire cose come il fatto che le donne dedichino più tempo degli uomini ai lavori domestici e alla cura dei pargoli, che ci siano tante donne nei “lavori di cura” (sanità e insegnamento) e troppo poche fra gli ingegneri e nei consigli di amministrazione delle multinazionali, che nelle fiabe siano i cavalieri a salvare le principesse e non viceversa, che i film abbiano più attori protagonisti uomini che donne.

Del fatto che gli uomini e le donne siano diversi non solo anatomicamente, ma anche neurologicamente, psicologicamente e psichicamente; che le differenze dei ruoli di genere nelle società europee siano parte del patrimonio culturale dei vari popoli e frutto della loro esperienza storica; che su di esse si possa intervenire, ma con la prudenza e col rispetto dovuto alle eredità culturali che arrivano da lontano, ai politici (europarlamentari) e ai burocrati di Bruxelles non importa assolutamente nulla: per loro tutto ciò che non coincide con l’eguaglianza quantitativa di potere e di disponibilità economica fra i due sessi e tutto ciò che potrebbe alludere a un’inferiorità di un sesso rispetto all’altro sotto un certo aspetto, va spazzato via. Perché è residuo di epoche oscurantiste ed espressione dell’oppressione della donna da parte dell’uomo. I vertici della Commissione e del Parlamento europei sognano un continente dove le camioniste sono tante quanti i camionisti e i maestri d’asilo tanti quante le maestre; dove i giorni di congedo familiare sono esattamente identici sia per la mamma che ha partorito e allatta sia per il papà che non potrà mai allattare col suo seno; dove a sistemare la casa dei Banks non è Mary Poppins, ma un giovanotto piovuto dal cielo con un parapendio.

Master in Gender Equality
Associazioni familiari cattoliche e uomini di Chiesa sussultano a ogni notizia di nuovi rapporti dell’europarlamento che mirano a estendere a tutti i paesi dell’Unione Europea l’aborto legale come diritto, le unioni o il matrimonio omosessuale, l’educazione sessuale improntata all’ideologia del gender, la fecondazione assistita disponibile per singoli e coppie dello stesso sesso. Però quello che realmente fanno i vari rapporti Tarabella, Panzeri, Noichl, Ferrara, eccetera è formulare raccomandazioni agli stati. Invece l’uguaglianza di genere e il gender mainstreaming sono realtà già in atto a livello di politiche, programmi e organismi dell’Unione Europea. Si trovano nella Strategia per la parità tra donne e uomini 2010-2015 che la Commissione europea ha comunicato all’Europarlamento nel settembre 2010; nell’integrazione dell’uguaglianza di genere a Horizon 2020, il Programma quadro della Ue per la ricerca e l’innovazione; nelle linee guida per la presentazione dei progetti che chiedono i finanziamenti del Fondo sociale europeo (Fse) e del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr). Per favorire la promozione dell’uguaglianza di genere e il gender mainstreaming in tutte le politiche europee e nazionali, l’Unione Europea ha creato e finanzia l’Eige, Istituto europeo per l’eguaglianza di genere con sede a Vilnius (Lituania).

È grazie a questa rete di protezione e di incentivazione europea che l’Ufficio scolastico regionale per la Sardegna può caldeggiare ai dirigenti scolastici l’iscrizione ai Seminari formativi sulle politiche di genere promossi dall’Università di Cagliari e dalla Commissione regionale per le pari opportunità, rivolti alle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado, statali e paritarie dell’isola. Essi hanno l’obiettivo di «incrementare le competenze e le conoscenze» degli insegnanti sui seguenti argomenti: «L’influenza degli stereotipi nella società e nella vita quotidiana; la natura, la struttura, la trasmissione degli stereotipi di “uomo” e “donna”; gli stereotipi nella realtà scolastica; l’effetto degli stereotipi sulle relazioni uomo-donna e sulla violenza sulle donne; tipologie di violenza di genere; la modifica e la riduzione degli stereotipi e del loro effetto sulle relazioni uomo-donna e sulla violenza sulle donne; l’applicazione nella realtà scolastica dei percorsi per la modifica e la riduzione degli stereotipi e del loro effetto sulle relazioni uomo-donna e sulla violenza nei confronti delle donne».

L’Ufficio scolastico regionale e l’Università di Cagliari possono permettersi di scrivere “uomo” e “donna” fra virgolette perché, come si legge nel sito dell’università alla pagina “Master di I livello Gender Equality – Strategie per l’equità di genere”, «negli ultimi anni, sia i singoli stati che l’Unione Europea hanno dedicato una costante attenzione al miglioramento delle pratiche che possono influenzare le politiche di genere, con particolare attenzione, tra gli altri argomenti, al ruolo degli stereotipi di genere e alla violenza di genere, che fanno parte della Strategia sull’equità tra uomo e donna 2010-2015».

L’impostazione ideologica e la vocazione all’ingegneria sociale dei programmi di gender equality è trasparente nella sintesi degli interventi che Virginjia Langbakk, la svedese direttrice dell’Eige, ha pronunciato a Roma durante un seminario tenuto l’anno scorso: «Le donne sportive sono presenti nei programmi televisivi solo dal 2 al 9 per cento del tempo dedicato agli sport, anche se le donne spesso hanno risultati di grande rilevanza in termini non solo di capacità e abilità, ma anche di spettacolarità. Solo il 10 per cento dei politici sono donne in tv e le donne sono ancora fortemente sottorappresentate sia come esperte (16 per cento) sia come conduttrici (14 per cento). Negli studi scientifici c’è un’equa presenza negli ambiti delle scienze biologiche, ma un forte dislivello nella scelta delle facoltà tecnologiche. La presenza femminile è sottorappresentata ai vertici delle università e nei CdA di università e centri di ricerca (22 per cento)».

Un valore da imporre
Contro queste inaccettabili discriminazioni bisogna intervenire per far sì che «le tematiche di genere entrino nei luoghi di formazione fin dalla scuola primaria per modificare la cultura tradizionale». Non solo: «Gli aspetti culturali contrari a una piena valorizzazione della presenza femminile nella società e soprattutto le resistenze verso la condivisione dei lavori di cura che, seppure in misura inferiore rispetto all’Italia, persistono nelle società europee, rendono ancora oggi necessaria l’adozione di politiche e azioni positive specifiche per il pieno raggiungimento della Gender Equality». Che significa estendere a tutti i paesi europei la normativa svedese che penalizza a livello di retribuzione salariale le coppie che non ripartiscono i tempi del congedo parentale previsti dalla legge al 50 per cento a testa. In Svezia il papà che dopo la nascita di un figlio non fa il mammo per un numero di ore identico a quello della moglie o compagna si trova meno soldi in busta paga.

Sul sito dell’Eige (finanziata da Bruxelles con 52,5 milioni di euro nel periodo 2007-2013) si trova un articolo su uno studio secondo il quale le donne sono discriminate nella distribuzione dei fondi per la ricerca scientifica. A chi obietta che tali fondi sono assegnati sulla base della posizione accademica, l’articolo ribatte: «Non si può considerare la posizione accademica come una variabile neutrale rispetto al genere in grado di spiegare le diseguaglianze di genere nei fondi per la ricerca. Dobbiamo invece chiederci: “Può considerarsi equo dal punto di vista del genere un sistema di ripartizione dei fondi per la ricerca se rafforza, anziché ridurre, le strutture ineguali che sappiamo esistere nell’università?”». E non va meglio a chi obietta che i fondi sono ripartiti sulla base delle pubblicazioni peer-reviewed (cioè recensite da altri specialisti): la valutazione della qualità varia fra i componenti di un panel incaricato della peer-review, «essi possono ragionare in modo differente riguardo alle competenze di uomini e donne; può accadere che gli uomini siano più spesso definiti ”scienziati brillanti”, mentre le donne “buoni scienziati”».

Non c’è da sorprendersi troppo di questo modo di ragionare, perché l’idea dell’uguaglianza come valore in sé da imporre con politiche mirate è insita nella Strategia per la parità tra donne e uomini della Commissione europea. Lì sta scritto, nero su bianco, che l’obiettivo di Europa 2020 è avere «un tasso di occupazione del 75 per cento per donne e uomini». E non ci sono scuse, per raggiungerlo politici e burocrati europei sono pronti a tutto perché si verifichi «la partecipazione al mercato del lavoro delle donne più anziane, delle madri single, delle donne disabili, delle donne migranti e delle donne di minoranze etniche». I trattati europei sin dal 1957 promuovono il principio dell’uguale retribuzione per uguale lavoro, ma l’Unione Europea oggi si è data un altro obiettivo: «Il divario retributivo fra i sessi (differenza media tra la retribuzione oraria lorda delle donne e degli uomini) resta del 17,8 per cento nella Ue (…) questa situazione dovrà chiaramente cambiare con il tempo. Le cause alla radice del divario retributivo tra i sessi si estendono oltre la questione della parità retributiva. Le cause del divario retributivo derivano anche dalla segregazione del mercato del lavoro, dato che donne e uomini tendono a lavorare in settori/impieghi diversi. Donne e uomini sono spesso sovrarappresentati in certi settori e i lavori “femminili” (assistenza sanitaria, istruzione e amministrazione pubblica) in genere vengono valutati meno delle professioni tipicamente maschili».

Occorre dunque spazzare via la balzana visione del mondo secondo cui un uomo ha maggiore vocazione di una donna a fare il capocantiere di un oleodotto in costruzione e una donna maggiore vocazione di un uomo a dirigere le maestre di un asilo nido, con l’inevitabile diseguaglianza di stipendi che ne deriva, e per fare questo occorre intervenire fin dalle scuole elementari e medie. Come? Lo spiega per esempio Angelika Paseka, docente dell’università di Amburgo specializzata in pedagogia scolastica, in Visions for Gender Equality, un report commissionato e pagato dalla Commissione europea: «I preconcetti relativi al genere sono profondamente radicati, e fanno apparire inevitabile la resistenza alle questioni di genere e al gender mainstreaming. Cambiare questi atteggiamenti e valori così interiorizzati richiede più della semplice informazione. L’apprendimento deve essere visto “come un processo di costruzione, ricostruzione e decostruzione della realtà” (Reich 2005). Ciò richiede una crisi, e creare una crisi significa dare luogo a situazioni nelle quali le abitudini, gli schemi e le attitudini tradizionali che diamo per scontati non funzionano più. Avendo in mente questo, gli insegnanti dovrebbero provocare crisi per iniziare processi di apprendimento nelle loro classi. Come? Anzitutto devono essere provocati a porre domande, vere domande». Cioè, il vostro figliolino va a scuola in prima elementare e la maestra lo incalza così: «Giovannino, sei contento che tuo papà fa il vigile del fuoco e tua mamma cuce le camicie? Saresti contento se la mamma facesse il pompiere e il papà cucisse i vestiti? Ti piacerebbe cucire le camicie da grande? Ti piacerebbe scambiare i pantaloncini che la mamma ti ha cucito con la gonnellina della tua sorellina?».

«Guardate con nuovi occhi»
Sono cose che accadono in Europa e che presto capiteranno anche in Italia. In Austria sono stati organizzati “gender safari” in cui «agli studenti è chiesto di andare in un centro commerciale e guardare le cose da una nuova prospettiva: identificare prodotti maschili e femminili. Questo significa che dovranno discutere che cosa intendono col termine “tipico del genere maschile/femminile” e ricostruire le loro teorie su ciò. Poi dovranno riflettere su possibili cambiamenti: come si fa a rendere un prodotto “gender-neutral”? Allora avrà luogo la decostruzione: vedranno i prodotti con nuovi occhi, e capiranno come sono diventati “tipicamente maschili/femminili”, trasformati in modo che risultassero attraenti per un solo genere. Potrebbero anche discutere come loro stessi hanno contribuito a questi processi, acquistando prodotti del loro genere che trovavano attraenti, e ciò li renderebbe consapevoli che anche loro sono responsabili del modo in cui sono fatti molti di quei prodotti». Ma andassero a studiare un po’ di letteratura. Come esordiva quella poesia? «Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia». Ah no, questa è sessista e non è gender-neutral. Eliminarla dal programma.

Foto da Shutterstock

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