Una terrazza su Roma. O dell’importanza di trasmettere ai figli lo stupore davanti alla bellezza

Dal tetto di un vecchio palazzo, quartiere Prati, si vede tutta Roma. Ci ho portato mio figlio per spiare il suo sguardo, nell’istante in cui si affacciava

È la terrazza sul tetto di un vecchio palazzo, al quartiere Prati. Si vede tutta Roma: dal cupolone a Montemario a Castel Sant’Angelo, e i tetti di tegole rosse contro al cielo blu chiaro. La prima volta che sono salita quassù, per la meraviglia mi sono seduta su un muretto, e me ne sono rimasta zitta a guardare la città pigra e pingue, sotto di me – come una bella donna sdraiata al sole in un pomeriggio d’estate.

L’altro giorno su quel terrazzo ho portato un figlio. Non gli avevo detto nulla. Ho spalancato la porta in cima alle scale e ho spiato il suo sguardo, nell’istante in cui si affacciava. Negli occhi gli si è accesa prima la meraviglia, e un istante dopo la gioia di chi vede una cosa molto bella. Poi, si è voltato verso di me e ha sorriso.

Quel suo sguardo mi ha fatto venire in mente un giorno lontano. Avevo tredici anni e mio padre mi portò a Roma, per la prima volta. Camminammo per un dedalo di viuzze e d’improvviso sbucammo in piazza Navona. Io mi fermai per la meraviglia, e ricordo ancora esattamente come mio padre, in quell’istante, mi osservava.

Di sguardo in sguardo, di padre in figlio e in altri figli ancora, è essenziale che passi la gioia per ciò che è bello. Poi tante cose potranno succedere e mettersi di traverso, e indurre dimenticanza. Ma lo stupore, lo thauma davanti alla bellezza che hanno visto da bambini, i figli lo ricorderanno. E sarà per sempre come una domanda sospesa, come una porta socchiusa su un luminoso segreto.