Una campagna di sostegno per il partigiano Iacchetti

Di Emiliano Ronzoni
30 Ottobre 2025
Quale sofferenza deve provare un povero comico comunista a essere diventato ricco grazie al capitalista Berlusconi? Serve una leggina per aiutarlo
Il comico Enzo Iacchetti
Il comico Enzo Iacchetti (foto Ansa)

La moglie, al ritorno dalla mia quotidiana e mattutina passeggiata con la condanna della mia vecchiaia, ossia il Jack Russel di nome Micky, mi fa: «Ieri ho visto la puntata di Tú sí que vales. Divertente, molto divertente» e mi ha spiegato i meccanismi della trasmissione che, dice sempre mia moglie, a differenza degli scorsi anni adesso mette in gioco anche i conduttori, in non so quale prova o esibizione. Confesso di aver visto, negli scorsi anni, qualche puntata di Tú sí que vales. Quasi mi vergogno a dirlo, non più di una decina di minuti, ma essendo che il pollice televisivo, come la mia vita, a volte non ha più una direzione precisa, ogni tanto incappa in nuove e non sempre augurabili avventure. Qualche volta mi sono anche divertito. Quest’anno no.

Quest’anno mi rifiuto e costringo il pollice televisivo a girare alla larga da Tú sí que vales, soprattutto da quando tra i giudici c’è quel residuo d’uomo che corrisponde al nome di Paolo Bonolis che, non contento, negli scorsi anni ha fatto traboccare la tv commerciale (vedi, o meglio, non vedi, Ciao Darwin) di un livello di volgarità che nemmeno i Gay Pride dalle labbra rosse a canotto e dalle false tette fatte ballonzolare sui carri dell’orgoglio tri-quater sex hanno mai raggiunto. Sto parlando di quel Bonolis, che, da quest’anno, fiancheggia le varie Littizzetto, gli Zerbi, le Marie De Filippi, le Sabrine Ferilli. Ma, mi dice sempre mia moglie, in sopraggiunta e perdipiù, nell’ultima puntata c’era anche quell’Enzo Iacchetti, reduce dalla penosa esibizione pro Pal a È sempre Cartabianca della Berlinguer, con quel «vengo giù e ti do un pugno. Lo so che sei lì sotto» rivolto all’altro ospite, presidente degli Amici di Israele. Il buon Eyal Mizrahi aveva osato denunciare la sua intolleranza e l’impossibilità ad aprir bocca per le continue interruzioni.

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L’esibizione più penosa

Da quella volta Enzo Iacchetti, per una settimana, forse due, è scomparso dal piccolo schermo. Credo che l’abbiano messo in salamoia, un po’ da parte insomma, in attesa che passasse la buriana per la sua penosa e violenta esibizione. Poi, dopo, prendendolo con le pinzette ed estraendolo con estrema cautela, hanno provato a toglierlo dalla naftalina e a ripresentarlo in una delle qualsiasi trasmissioni di Mediaset. Premurandosi che, diciamo così, la comparsata non comportasse rischi.

Ed eccolo infatti che, dice sempre mia moglie, si presenta vestito da donna, mise bianca, attillata, sbarluscicante di brillanti paillettes, fluente parrucca bionda, a imitare non ricordo quale artista. Doveva solo muovere la bocca in playback senza emettere suono, imitare e far finta di cantare. La sceneggiata a pugno alzato era scongiurata. Mia moglie che, nonostante la lunga convivenza con me, ha mantenuto ancora un minimo di facoltà di giudizio, ha aggiunto: «Fra tutte, l’esibizione più penosa».

Resistere, resistere, resistere

Confesso che, in realtà, io, a proposito di pena, anche fugacemente e senza, a dir la verità, prestarci molta attenzione, l’avevo qualche volta provata pensando allo stesso Iacchetti. Avevo intuito da altri suoi interventi trattarsi di un resistente partigiano della tredicesima ora. Militante comunista, da buon ragioniere, così dicono le cronache, sommati due conti, aveva scoperto che fare il comico resistente era ancor più tranquillo e remunerativo che spulciare i libri contabili. Avremmo potuto vedercelo dietro una scrivania tra notule, calcolo dell’Irpef, Irap, ritenute d’acconto e ristorni sugli acquisti, e invece ce lo siamo sempre ritrovato dietro uno schermo.

Ora, questo umanamente mi colpisce. Io non posso fare a meno di immaginarmi la dilacerazione umana ed esistenziale di chi, anticapitalista, comunista, resistente già pieno di rimorsi per non aver potuto partecipare alla resistenza, quella vera, rivoluzionario della parola se non ancora dei fatti, sia costretto a campare chiedendo ogni mese la mercede all’emblema del capitalismo di destra, sfruttatore, simil mafioso, corruttore, puttaniere, sfregiatore dell’universo femminile, Silvio Berlusconi.

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi (foto Ansa)

Una leggina per il suo sostegno

Riuscite voi a immaginare quale devasto umano sia stato costretto a subire Iacchetti per anni e anni pur di vedere allargarsi il proprio portafoglio? E, chiedo io, alle Ong, e alle associazione umanitarie, e ai gruppi di pressione per i perseguitati, non si può fare una campagna perché ai Iacchetti possa essere evitato questo devasto umano e possano finalmente – lo dico per loro – non comparire più dietro a uno schermo? Basterebbe una leggina, come fu per Bacchelli: «Sostegno per i comici costretti a provare non solo quanto sa di sale lo pane altrui, ma anche l’aragosta, e il caviale, e l’assaggino da Bottura e il calicetto di Château Lafite-Rothschild rigorosamente del 2017».

* * *

Ps. Nei giorni seguenti Enzo Iacchetti in una dichiarazione non so se su X o su TikTok o che altro, ha ribadito ritornando sulla sua esibizione a È sempre Cartabianca: «Avevo davanti a me un essere impossibile, bugiardo, ignorante e quindi se dovessi ritornare stasera a Cartabianca direi le stesse parole dalla prima all’ultima». Il buon figlio di Israele, essere impossibile? Forse, chissà, ma non c’è riprova, anche perché l’abbiamo visto e sentito poco, quasi nulla, una volta sola. Bugiardo non sappiamo, in pratica inondato dalla furia chiacchiericcia e simil pugilistica di Iacchetti, non ha quasi potuto spiccicare parola. Ignorante può essere, avremmo voluto misurarlo, ma anche qui manca materialmente la riprova. Dal che deduciamo che i Iacchetti Brothers, lui e tutta la sua genia, ripeterebbero sempre e solo le stesse, medesime cose, dalla prima all’ultima, comprese quelle pugilistiche, qualsiasi cosa venga loro opposta. Bah, dice che la chiamano democrazia.

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