«Un colpo di Stato nel mio Venezuela? A questo punto del disastro, è possibile»

Intervista all’ex ambasciatore Milos Alcalay: «La maggioranza dei militari non regge la situazione. Se non si trova una via politica o democratica, possono ribellarsi»

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La crisi in Venezuela ha ormai raggiunto livelli così drammatici che la maggioranza della popolazione, anche quella un tempo fedele all’ex presidente Hugo Chávez, si è riversata nelle piazze contro il governo del suo erede, Nicolás Maduro. La tensione è senza precedenti. Due settimane fa, in sole 48 ore, sono state raccolte ben due milioni di firme (quando ne sarebbero bastate 195 mila) per indire il “referendum revocatorio” necessario a richiedere il cambio di governo. Come prevedibile, il presidente Maduro, spaventato dalla situazione, ha risposto imponendo lo stato di emergenza con l’avallo del Tribunale supremo di giustizia, ma senza il consenso dell’Assemblea nazionale pur richiesto dalla Costituzione.

QUALE VIA D’USCITA? La situazione potrebbe quindi esplodere da un momento all’altro, anche considerando il livello di tensione in ogni aspetto della vita del paese: economico, sociale, alimentare, sanitario, lavorativo. Non c’è più un settore che non sia sulla via del tracollo. Commentando i dati sull’inflazione, salita al 180 per cento (ma il Fondo monetario internazionale ha previsto che entro quest’anno raggiungerà il 700 per cento), sulla mancanza di energia elettrica che costringe scuole e uffici alla chiusura e sulla mancanza di beni di prima necessità e di farmaci, l’ex ambasciatore venezuelano Milos Alcalay spiega a tempi.it: «L’opposizione sta provando in ogni modo a prevenire il conflitto cercando di usare la maggioranza dei due terzi che ha in parlamento per trovare una soluzione pacifica. Ma il governo non vuole ammettere che il Venezuela è in stato di crisi. E finché la posizione di Maduro non cambierà sarà impossibile trovare una soluzione. Le uniche tre vie sono il referendum revocatorio, ormai respinto, l’implosione del governo che porti a una transizione, oppure un’esplosione sociale dalle conseguenze imprevedibili».

IPOTESI GOLPE. La settimana scorsa Henrique Capriles, leader dell’opposizione, ha dichiarato a El País che è possibile che avvenga un colpo di Stato per mano dell’esercito, sempre più diviso fra filogovernativi e non. La domanda se questa possibilità sia davvero concreta si fa sempre più insistente. Secondo l’ex ambasciatore la crisi umanitaria del Venezuela «affligge tutti i cittadini, quindi anche i membri dell’esercito, che sono parte della popolazione venezuelana e perciò soffrono come gli altri del collasso politico, economico, sociale e morale del paese. Esistono, però, dei membri della nomenclatura delle forze armate che godono di privilegi tali da assicurarsi una vita confortevole nonostante lo stato di crisi senza precedenti. Mentre la maggioranza dei soldati non regge più la situazione e spinge con forza affinché si trovi una soluzione. Significa che se non si troverà una via politica o democratica non è impossibile che si realizzi un colpo di Stato».

LA “GUERRA” INESISTENTE. La difficoltà di trovare una soluzione politica è dovuta ai metodi “chavisti” del governo, che hanno già costretto in carcere numerosi rappresentanti dell’opposizione. Tra i bersagli preferiti delle manie complottistiche di Maduro ci sono gli industriali. Dopo la sospensione della produzione di birra Polar per mancanza di luppolo, il presidente ha chiesto l’arresto dei dirigenti dell’azienda. La strategia è sempre la stessa: individuare dei capri espiatori e additarli come nemici del popolo e della “rivoluzione bolivariana”. In questo modo, commenta Alcalay, anziché cercare una soluzione insieme alle imprese, «il governo afferma la sua ideologia, anche in mancanza totale di risorse, e accusa il settore privato, che potrebbe aiutare la ripresa, addossandogli ogni responsabilità e dando tutta la colpa della crisi a una “guerra economica” inesistente. Le conseguenze sono disastrose, come si vede».

ISOLAMENTO INTERNAZIONALE. Neppure il tentativo di mediazione della Chiesa è andato a buon fine, secondo l’ex ambasciatore. Infatti l’annunciato viaggio in Venezuela del segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher, è stato improvvisamente sospeso. «Il governo – continua Alcalay – non vuole un vero dialogo internazionale, per questo ha negato la visita dell’inviato della Santa Sede. E per questo preferisce continuare a riferirsi all’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur), da sempre identificata con le posizioni del governo bolivariano, di cui Maduro è presidente pro tempore e il colombiano Ernesto Samper è segretario esecutivo».

COLPE E SPERANZE. Resta da chiedersi di chi sia la responsabilità del disastro, se sia tutta opera di Maduro o se sia l’eredità del caudillo Chávez. «La verità è che la colpa è di entrambi», spiega Alcalay, che non risparmia neanche «il regime cubano». I Castro «non avrebbero dovuto permettere ai due presidenti di governare così il Venezuela». E sebbene Maduro stia mantenendo la sua tirannia utilizzando la Costituzione del paese in maniera dittatoriale, secondo l’ex ambasciatore è proprio la sua giusta applicazione, insieme a quella della Carta democratica dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), che «può permettere una via d’uscita pacifica».

Foto Ansa


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