Gesù è morto per noi. E noi ci siamo lasciati alle spalle la simpatia per la vita

Domani l’ultima cena, poi Cristo sarà messo in croce come una qualsiasi canaglia. Un ragazzo di 33 anni. Oggi si vive fino a 83, ma per cosa?

L'ultima cena di Gesù con gli apostoli dipinta da Ugolino da Siena

Cronache dalla quarantena bis / 17

Domani Coena Domini, l’ultima cena di Nostro Signore con i suoi amici. Poi venerdì tutto precipiterà e sul Golgota quest’uomo Gesù sarà messo in croce come una qualsiasi canaglia. Lui che era buono, testimoniano gli amici, i nemici, lo storico ebreo Giuseppe, la regina longobarda Teodolinda, i Vangeli.

Stiamo entrando nel vivo della Settimana Santa. E come faccio a scrivere del Figlio dell’Uomo che è l’unica strada a DioDominus Iesus –, a Dio che nessuno l’ha visto!, sebbene sia Lui che scrive ogni istante di noi che non siamo niente se non tutto ciò che finisce in niente e non andiamo da nessuna parte se non dalla parte da cui tutto proviene?

Cristo non è venuto per i poveri

Non dimentico l’ouverture evangelica di questa settimana, senza la quale l’amore sarebbe sogno, illusione, falso. Da esseri spazzati via. Come la polvere che si fa davanti casa in campagna. Come polvere sollevata dalla ramazza del tempo. Polvere dispersa in vortici al vento.

Io non so come fanno a consolarsi certi miei fratelli con la bugia che Dio sarebbe venuto al mondo per i poveri e che per seguire Cristo bisogna “scegliere i poveri”. Io continuo a sentire dal Vangelo, prima quello di Marco del giorno delle Palme di entrata di Gesù a Gerusalemme e poi quello di Matteo che prepara il trittico di Giovanni, che quel Giuda che mise davanti i poveri al costoso unguento col quale una donna cosparse il capo e poi unse anche i piedi a Gesù, è lo stesso Giuda che lo tradì e poi andò a impiccarsi per la disperazione.

Un ragazzo di 33 anni

Mi sembra che siamo immersi nella più grande disperazione oggi che per distrarci dal guardare Nostro Signore ci diamo a buttare l’occhio ai poveri, a predicare di poveri, a scansare dai piedi i poveri. Mentre Gesù rimprovera colui che aveva rimproverato la donna che aveva onorato il Figlio dell’Uomo con l’unguento più prezioso («che si poteva invece vendere e il ricavato darlo ai poveri»): «I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Il che stabilisce chiaramente, nelle parole di Nostro Signore, il contrario di una scelta e tanto meno di una elezione: «I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».

Queste cose dette da un ragazzo di 33 anni qualche giorno prima di andare al patibolo – «morire per noi»? «Per noi risorgere»? – che significa tutto questo in un ragazzo di 33 anni?

Calo demografico e deficit migratorio

Ho letto in un recente commento del professor Gian Carlo Blangiardo a proposito della situazione dell’Italia centosessant’anni dopo la sua nascita come nazione, che centosessant’anni fa l’attesa di vita media di un italiano era di 35 anni – 35! Sarei già morto da mo’! –, oggi è di 83 (e ci lamentiamo, anzi gridiamo allo scandalo – perché per lamentarsi si lamentano anche i somari attaccati al basto –, se non hanno ancora vaccinato l’italiano di 96 anni?).

Prosegue l’excursus di Blangiardo:

«Mentre nell’arco dei suoi primi 150 anni di unità nazionale la popolazione italiana aveva subìto un calo numerico solo in corrispondenza del drammatico triennio 1916-1918, a partire dal bilancio anagrafico del 2014 il totale dei residenti in Italia è costantemente diminuito anno dopo anno, generando complessivamente la perdita di un milione e 88 mila unità, di cui 2/3 tra il 2014 e il 2019 – senza alcun alibi da Covid-19 – e ben 383 mila unicamente nel 2020. Un anno, quest’ultimo, durante il quale al saldo naturale negativo (-342 mila unità) si è aggiunto un dato dello stesso segno (41 mila) riguardo ai movimenti di popolazione da e verso l’estero. È così comparso un deficit migratorio che ha dell’eccezionale; che nelle nostre statistiche manca dal lontano 1987».

Ieri la guerra, oggi la vecchiaia

Insomma, pare di capire che negli ultimi cinque-sei anni è successo quello che non succedeva da oltre cent’anni. E anche quando è successo oltre cent’anni fa, non è successo a causa del benessere, ma a causa di una guerra mondiale che ha portato via milioni e milioni di vite umane tutte di un botto. La guerra. L’«inutile strage», come la chiamò papa Benedetto XV. E non che tutti vogliono stare troppo bene, di pancia e di jogging, e si sbilanciano in avanti, annoiati sulla vecchiaia, attaccati a non voler mollare alla generazione che viene, stringendosi alla vita di chi la vita rifiuta.

In cinque o sei anni gli italiani hanno intrapreso una discesa che non avevano intrapreso in centosessant’anni. Anche questo è progresso? In cinque o sei anni ci siamo lasciati alle spalle la simpatia e l’apertura alla vita umana per immergerci nella compassione e nella consolazione di altri esseri (o non le vedete le giovani coppie in giro con i loro cagnolini invece che con i bambini?), per immergerci nella tenerezza per le tenerezze. Insomma direbbe Flannery, «una tenerezza che da tempo, staccata dalla persona di Cristo, è avvolta nella teoria». E siccome la teoria è grigia, si fa fatica oggigiorno a inciampare in un incontro che abbia a che vedere con il verde albero della vita. Perciò, facci inciampare o Zeus!