La preghiera del mattino di Lodovico Festa
Non si può rendere questa Ue un po’ più democratica?
Su Open Gianluca Brambilla scrive: «Dopo oltre 24 ore di negoziati, i ministri dell’Ambiente Ue hanno raggiunto un accordo a maggioranza qualificata sul target climatico per il 2040. Nella mattinata di martedì, i ventisette ministri dell’Ambiente Ue si sono riuniti nella capitale belga per discutere e approvare il nuovo target di riduzione delle emissioni. Mettere tutti d’accordo sembrava una missione impossibile. E infatti le trattative si sono prolungate ben oltre il previsto, al punto che la presidenza danese, intorno alle 2 di notte, ha sospeso i lavori e fissato la ripresa dei negoziati per il giorno seguente. Nella mattinata di mercoledì, l’intesa è arrivata, grazie a un testo di compromesso che ha convinto alcuni Paesi della minoranza di blocco — guidati dall’Italia — a votare a favore. Sulla carta, il target per il 2040 è solo un altro numero da aggiungere alla lunga lista di obiettivi climatici, ma quello su cui si discute da ieri a Bruxelles pesa come un macigno, perché definisce la posizione dell’Unione europea in vista della Cop30 e dà un indizio definitivo sulla volontà o meno di tenere la barra dritta sulle politiche del Green Deal. Sul numero in sé, in realtà, non ci sono mai stati grossi dubbi: taglio del 90% delle emissioni di gas serra entro il 2040, rispetto ai livelli del 1990. Ciò su cui i diversi leader europei si sono divisi, piuttosto, è il modo in cui arrivarci e quanta flessibilità concedere durante il percorso».
L’Italia ha cercato e in parte trovato i compromessi possibili per revisionare il Green Deal, senza aprire un’ulteriore crisi politica in un Vecchio continente che vede ai suoi confini continuare l’aggressione all’Ucraina di una Russia impegnata con droni e aerei a minacciare anche le democrazie europee. Per molti aspetti il Green Deal di Ursula von der Leyen è stata una scelta suicida per la nostra economia e oggi le correzioni conquistate ne limitano gli effetti più nefasti ma non ne modificano diversi elementi ancora inaccettabili. Non credo però che una completa inversione di rotta sia semplice, con revisioni più radicali di quelle ottenute da Roma. Si deve puntare su iniziative pragmatiche di gruppi di Stati come suggerisce un po’ disperato Mario Draghi? Non si può pensare a una qualche riforma istituzionale che renda un po’ più democratica questa Unione così retorico-tecnocratica?
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Sulla Nuova bussola quotidiana Luca Volontè scrive: «Nei giorni scorsi quattro gruppi politici del Parlamento europeo, tra cui il Partito popolare europeo, hanno inviato una lettera congiunta alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, chiedendo modifiche concrete alla proposta dell’esecutivo dell’Ue per il prossimo bilancio. La lettera è stata co-firmata dai leader dei gruppi e dai relatori per il bilancio del Ppe, dei Socialisti e Democratici (S&D), di Renew Europe e dei Verdi/ALE, i costituenti di quella maggioranza “Ursula” che, in barba ai risultati del voto del 2024, hanno preferito stringersi in un una coorte asfittica e fingere che la crescita di consensi di Patriottici, Sovranisti e Conservatori non fosse mai esistita. Ma la realtà che si caccia dalla finestra, poi, rientra dalla porta principale; e ora i cittadini europei premono alle porte dei partiti dell’establishment per evitare danni e chiedere cambiamenti radicali alle ipotesi “strabilianti” fatte dalla von der Leyen con i soldi dei contribuenti. Ppe, S&D, Renew Europe e i Verdi (…) hanno messo per iscritto le loro lamentele e le richieste di cambiamento. Il bilancio, formalmente denominato Quadro finanziario pluriennale (QFP), per essere adottato necessita del sostegno del Parlamento e dei 27 Stati membri dell’Ue. «Il Parlamento europeo non può accettare questa come base per avviare i negoziati», si legge nella lettera (…). Gli eurodeputati hanno elencato sette richieste per una proposta modificata della Commissione, tra cui l’inversione del fondo unico per Stato membro, la suddivisione delle politiche sull’agricoltura e sulla coesione (anziché unirle come proposto) e la rassicurazione sul ruolo e sui poteri del Parlamento europeo durante i negoziati sul bilancio».
Il caos politico che regna in Francia, in parte in Germania e molto anche in Spagna, costringe le forze politiche della maggioranza “Ursula” a far finta che non sia cambiato niente. Bisognerà aspettare che le tre grandi nazioni citate ricostruiscano qualche serio equilibrio interno per prendere soluzioni adeguate alla drammatica fase che stiamo vivendo? Non sarebbe il caso che francesi, tedeschi e spagnoli “razionali” facessero i conti con l’area conservatrice che si è affermata in tanti Stati nazionali e che pesa nel Parlamento europeo? Non è possibile affermare uno spirito costituente che isoli esclusivamente i comportamenti inaccettabili ma faccia i conti con tutte le posizioni democratiche anche se non condivise?
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Su Startmag David Carretta e Christian Spilmann scrivono: «Il vertice di Santa Marta [tra Ue e paesi sudamericani] avrebbe dovuto essere l’occasione per parlare di investimenti e commercio, sicurezza internazionale, transizione digitale e lotta contro il cambiamento climatico, la droga e la criminalità organizzata. L’Unione europea ha bisogno di diversificare le sue relazioni in un momento in cui tenta di ridurre le sue dipendenze da Cina e Stati Uniti per liberarsi dai ricatti di Trump e Xi. Ma che fiducia si può avere in leader i cui atti tradiscono gli impegni? Il caos europeo in Colombia dà l’immagine di un’Ue guidata da millantatori e deboli. “È davvero molto, molto brutto. È desolante. Spero che si possa sistemare”, ci ha confidato Josep Borrell, ex Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza. La Celac e l’Ue rappresentano insieme il 14 per cento della popolazione mondiale, il 21 per cento del Pil globale e un terzo dei membri delle Nazioni Unite. Le relazioni tra l’Ue e l’America Latina e i Caraibi (Alc) come partenariato strategico risalgono al 1999, anno del primo vertice Ue-Alc a Rio de Janeiro. Il totale degli scambi di beni e servizi tra Ue e Alc è stato di 395 miliardi di euro per il periodo 2022-2023, con un aumento del 45 per cento dal 2013».
Senza favorire ravvicinamenti tra le ali moderate e radicali dei conservatori, e quelle moderate e radicali della sinistra, costruendo così un vero clima costituente a Bruxelles e a Strasburgo, le varie lobby sia europee sia nazionali, sia agricole sia industriali, sia padronali sia sindacali renderanno difficile la pur indispensabile politica di alleanze commerciali in Asia e Sud America, per rispondere alla necessità di mettere sanzioni agli aggressori russi, di contenere il dumping egemonico cinese e di razionalizzare la furia dazista di Donald Trump.
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Su Euronews Jorge Liboreiro scrive: «I progressi sono stati palpabili negli ultimi tre anni. Ucraina, Moldavia, Georgia e Bosnia-Erzegovina hanno ottenuto lo status di candidati. La Macedonia del Nord e l’Albania hanno aperto formalmente i negoziati con Bruxelles. Il Montenegro ha fatto passi avanti e ha consolidato la sua posizione di leader. Questo nuovo impulso, tuttavia, ha anche messo in luce la frustrazione e l’esasperazione che derivano dall’ambizione di entrare a far parte della famiglia europea. Il veto dell’Ungheria all’adesione dell’Ucraina ha sollevato interrogativi sul processo decisionale interno al blocco e sulla natura meritocratica del processo di allargamento. Nonostante Kiev soddisfi tutti i requisiti legali e tecnici per aprire il primo capitolo dei negoziati, l’opposizione ungherese ha frenato, lasciando anche la Moldavia in uno stato di paralisi collaterale. Nel frattempo, le aspirazioni della Macedonia del Nord restano bloccate dalla Bulgaria (…). Il primo ministro macedone Hristijan Mickoski non si è trattenuto, definendo le richieste della Bulgaria “dispute artificiali” simili a “bullismo”».
La descrizione di come sta maturando l’allargamento europeo non può non preoccupare sia per i tempi di attuazione che prospetta, sia per il festival degli egoismi che sta esprimendo, sia per i problemi di governance che è prevedibile produrrà in futuro. Non è facile capire come si combinerà il mix di arroganza tecnocratica oggi dominante e il principale rozzo elemento di temperamento di questa “arroganza” che è stato finora trovato, cioè quello del veto dei singoli Stati in certi casi e in altri le minoranze di blocco degli Stati membri della Ue: sistema già oggi complicato con 27 Stati membri, figurarsi quando saranno in numero ancora maggiore. Ci vorrebbe un po’ di fantasia istituzionale per rimediare a questa drammatica situazione. Magari si potrebbe pensare, per esempio, a un “consiglio di sicurezza” di quattro membri, scelto dai governi con voto ponderato (un voto ogni milione di abitanti dello Stato rappresentato) che “all’unanimità” abbia il potere di rimuovere sia i veti dei singoli Stati sia quelli delle minoranze di blocco.
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