Tutti quelli che escono a pezzi dal ribasso del petrolio

Non solo il nemico Iran e le imprese americane dello shale oil. Ecco perché lo spericolato piano saudita sull’oro nero danneggia mezzo mondo. Perfino l’ambiente

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Lunedì il prezzo del petrolio ha sfondato nel suo apparentemente inarrestabile tracollo una nuova soglia di allarme rosso, quella dei 30 dollari al barile. L’ultima volta che ha ballato attorno a questo valore risale a dodici anni fa; da allora ha superato più volte, anche di parecchio, i 100 dollari. E se da una parte automobilisti e imprese energivore possono festeggiare, dall’altra gli osservatori dell’economia globale disegnano scenari disastrosi.

Non a caso Eulogio del Pino, ministro del Petrolio del Venezuela e presidente della compagnia petrolifera di Stato (Pdvsa), ha prospettato recentemente una «catastrofe» se l’Arabia Saudita si ostinerà a mantenere invariata la produzione di greggio per abbatterne il valore, e tanto più se si concretizzeranno le previsioni di grandi banche di affari come Goldman Sachs e Citigroup, che sono arrivate a ipotizzare crolli delle quotazioni fino a 20 dollari al barile.

Ma come sintetizza efficacemente un articolo dello Spiegel, a contare i danni provocati dalla svalutazione dell’oro nero non sono solo i paesi produttori di petrolio e i pionieri americani dello shale oil (questi ultimi obiettivi primari, ma non certo unici, della strategia saudita). Ecco tutte le categorie che secondo il settimanale tedesco sono colpite dal piano kamikaze di Riyad.

I PAESI PRODUTTORI
«In Venezuela – ricorda l’autore dell’articolo David Böcking – le finanze dello Stato dipendono in gran parte dagli incassi derivanti dalla vendita del petrolio, e lo stesso vale per paesi come Iran, Russia o Nigeria. Per raggiungere il pareggio di bilancio hanno bisogno di prezzi del petrolio vicini ai 100 dollari o perfino superiori». Tanto è vero che per quest’anno il governo di Mosca è costretto a immaginare tagli alla spesa pubblica del 10 per cento. Mentre a Caracas i socialisti chavisti di Maduro, abituati da decenni a sfruttare le risorse petrolifere del paese per finanziare i generosi sussidi del “socialismo bolivariano”, a dicembre hanno subìto una brutta sconfitta alle elezioni.

La stessa Arabia Saudita, prosegue lo Spiegel, ha dovuto fare ricorso pesantemente alle proprie riserve valutarie per supportare le minori entrate, ma evidentemente per la monarchia saudita la possibilità di colpire nemici politici e concorrenti economici non ha prezzo. Secondo Böcking l’intenzione di Riyad è innanzitutto danneggiare l’odiato Iran: in questa ottica la svalutazione del petrolio serve a raffreddare l’interesse degli investitori occidentali verso Teheran, neutralizzando gli effetti dell’intesa sul nucleare raggiunta dal regime degli ayatollah con Obama per il ritiro delle sanzioni internazionali.

I SIGNORI DEL FRACKING
Grazie alla rivoluzione legata allo sfruttamento dello shale gas e dello shale oil, gli Stati Uniti hanno ormai raggiunto una sostanziale indipendenza energetica e sono diventati un paese esportatore di petrolio, cioè una minaccia per la supremazia saudita in questo mercato. Puntando sul fatto che la fratturazione idraulica (fracking), ovvero la principale tecnica utilizzata per l’estrazione delle rocce di scisto bituminoso (shale), è ancora molto costosa, Riyad ha inaugurato la strategia del ribasso del barile innanzitutto proprio per mandare in rovina le imprese americane del settore.

Se inizialmente il piano saudita sembrava non sortire gli effetti immaginati, adesso la situazione per i signori del fracking si fa sempre più difficile. Secondo il Wall Street Journal, se entro il 2017 il prezzo del petrolio non tornerà di nuovo sopra la soglia dei 50 dollari al barile, in America potrebbe fallire addirittura un produttore su tre. Lo Spiegel cita un esperto della banca d’affari Oppenheimer che ha detto alla Cnbc che per una buona metà delle imprese Usa dello shale oil il valore di sopravvivenza del barile sarebbe 70 dollari, più del doppio di quello attuale.

GLI INVESTITORI FINANZIARI
Le prime importanti dichiarazioni di insolvenza da parte di grandi imprese dello scisto bituminoso, spiega il settimanale tedesco, spaventano gli investitori finanziari al punto da far temere loro lo scoppio di una “bolla del fracking” paragonabile per fragore a quello della bolla immobiliare americana degli anni 2007-2008 (crisi dei subprime).

GLI AMBIENTALISTI
Infine, conclude lo Spiegel, gli stessi ambientalisti della scuola del “disinvestimento” dovrebbero riflettere prima di mettersi a cantare vittoria. Solo apparentemente, infatti, il basso prezzo del petrolio asseconda la loro visione secondo la quale per ridurre l’inquinamento e combattere i cambiamenti climatici occorre eliminare il vantaggio economico conseguente allo sfruttamento delle risorse. La guru no global Naomi Klein ha definito la svalutazione del greggio «”una piccola tregua” nella battaglia contro le multinazionali dell’energia», ricorda Böcking.

L’esperienza però insegna che «prima o poi il calo del prezzo porta all’aumento dei consumi – cosa che può portare i prezzi e la produzione a crescere di nuovo». Una lezione significativa arriva proprio dalla Germania, scrive lo Spiegel, dove la tendenza al risparmio energetico e al ricorso alle fonti alternative «l’anno scorso si è invertita: solo nei primi nove mesi gli acquisti di impianti di riscaldamento a nafta sono aumentati del 30 per cento».

Foto Ansa/Ap


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