Trivelle. Non solo i “padroni”: anche la Cgil e i lavoratori sono contrari al referendum

La Cgil teme che se vincerà il sì al referendum del 17 aprile «si perderanno migliaia di posti di lavoro dell’indotto». Oltre a 9 miliardi di euro di risparmi in energia

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Dopo gli industriali, i lavoratori. Perfino la Cgil si schiera con il “fronte dei trivellatori” e con quelle aziende che hanno ottenuto dal governo 326 autorizzazioni per sfruttare i giacimenti energetici entro le 12 miglia dalla costa. La Legge di stabilità garantisce un periodo di attività pari «alla durata della vita utile del giacimento». Un referendum indetto da comitati locali e ambientalisti, e sostenuto da nove Regioni, il mese prossimo chiederà a tutti gli italiani se vogliono limitare la durata delle trivellazioni.

LE RAGIONI DELLA CGIL. Il segretario nazionale dei chimici della Cgil, Emilio Miceli, però non ci sta. Con un intervento pubblicato ieri sull’Unità, si è opposto al referendum per tre motivi. Il primo è strategico: «In un mondo attraversato dall’ombra della guerra e con il rischio di un coinvolgimento fortissimo dell’Italia, sarebbe un errore strategico, fatale per il nostro paese vietare l’estrazione di idrocarburi».

LAVORO A RISCHIO. Il secondo è economico-lavorativo: se vincesse il sì al referendum «molte imprese chiuderanno i battenti» con conseguente «emigrazione verso altri lidi di frotte di ingegneri e di complesse infrastrutture tecnologiche e logistiche che rischiamo di perdere, insieme a migliaia di posti di lavoro dell’indotto, nelle quali primeggiamo perché è un lavoro che sappiamo fare, una volta tanto tra i primi nel mondo».

IL METODO. Il terzo motivo è di ordine metodologico: «È giusto affidare temi complessi come quello dei titoli concessori utili alle estrazioni di petrolio e di gas a uno strumento come il referendum? È legittimo diffondere il dubbio che l’Italia sia un paese nel quale, oggi per la burocrazia e domani per il costo dell’estrazione, non convenga investire perché è un Paese a legislazione emotiva e quindi è bene guardare fuori dal perimetro nazionale?».

GLI INDUSTRIALI. Una posizione analoga era già stata espressa dagli studi di Assomineraria, l’associazione di settore di Confindustria. In un rapporto faceva notare come le trivellazioni porterebbero vantaggi a tutti gli italiani: «I numeri sono chiari. Dai pozzi italiani nel 2014 sono stati estratti 5,7 milioni di tonnellate di petrolio e 7,3 miliardi di metri cubi di gas naturale. Cifre importanti. Perché rappresentano il 10,3 per cento del fabbisogno di petrolio e l’11,8 del consumo di gas del Paese. Tutto questo ci fa risparmiare ogni anno 4,5 miliardi di euro sulla bolletta energetica». Però «le potenzialità di miglioramento della bilancia energetica sembrano significative. Nel 2010 si stimava che i giacimenti petroliferi in territorio italiano non sfruttati valessero 187 milioni di tep, le tonnellate equivalenti di petrolio».

«MILIARDI DI RISPARMI». Il risparmio sulla bolletta potrebbe «passare da 4,5 a 9 miliardi di euro». Ecco perché, per una volta, “padroni” e “operai” si sono ritrovati d’accordo. Ma saranno gli italiani a decidere il 17 aprile con il referendum.

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Foto Ansa


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