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Tre auspici per un Rugova

maggio 19, 1999 Manconi Luigi

L’ospite/Manconi

Le ragioni della pace, le parole della diplomazia e gli strumenti della politica stanno riacquistando possibilità, efficacia e autorevolezza. Certo, i tentativi sono ancora timidi e fragili e, soprattutto, contrastati. Certo, le stragi continuano. Ma anche e proprio l’intensificarsi delle operazioni militari costituisce una (sciagurata) conferma indiretta dell’importanza degli spiragli che si sono aperti per la trattativa: l’incremento di attività dell’opzione bellica registra e richiede, a un tempo, il rafforzamento degli interventi tesi a perseguire una “soluzione politica”. Dunque, vi sono segnali che sembrano restituire speranze concrete a quanti si battono per un immediato e rigoroso “cessate il fuoco”. Per parte mia, mi auguro e mi adopero affinché questi segnali inneschino un percorso e un “circuito virtuoso” che arrivi, al più presto, a restituire a una vita civile, in condizioni di sicurezza, i profughi kosovari e i cittadini serbi; e che, al contempo, apra un rapido processo di ricostruzione di quanto è stato distrutto: sia materialmente (le case, le fabbriche, le infrastrutture, interi paesi e quartieri), sia culturalmente (la capacità di intessere e praticare convivenza, che è poi l’unica vera garanzia di futuri equilibri in tutti i Balcani). Dovremmo sempre tenere ben presente che la pace non è, semplicemente, assenza di guerra: averlo scordato, in questi anni – prima e dopo Dayton – ha consentito il pericoloso radicamento degli oltranzismi nazionalistici e la devastante estensione dell’omogeneizzazione su base etnica.

Pace, ricostruzione e stabilità di quest’area vanno considerate (e obiettivamente sono), più che una semplice aspirazione, un preciso interesse geo-politico: in primo luogo, dell’Italia e dell’Europa e, complessivamente, della comunità internazionale. Ma affinché pace, ricostruzione e stabilità si realizzino non è sufficiente nominarle (come taluni sembrano credere): occorre determinarne le condizioni, adoperandosi tenacemente e pazientemente per esse. Esattamente come si sono costruite nei giorni scorsi, pazientemente e tenacemente, le premesse per arrivare a concrete e articolate proposte di soluzione politica della crisi (quali quelle del G8). Mi riferisco, in particolar modo, all’arrivo in Italia di Ibrahim Rugova e all’accoglienza dei profughi: a partire, significativamente, dall’ospitalità nella ex base di Comiso.

Sono due risultati tangibili, due segnali concreti, due premesse importanti per il superamento della crisi che, peraltro, facevano parte della “vertenza” che i Verdi hanno aperto con lo stesso governo italiano. Un governo del quale, pure, facciamo parte e dal quale abbiamo scelto, finora, di non uscire, con il preciso e dichiarato intento di contribuire a influenzarne le scelte. Dunque, di ottenere risultati apprezzabili, innanzitutto sul piano degli aiuti umanitari e del soccorso dei profughi e, in generale, su quello della soluzione politico-diplomatica.

Rispetto al pacifismo “desiderante” (che, beninteso, merita grande considerazione per il suo carattere “profetico”), abbiamo preferito la politica, certo ingrata e faticosa, dei fatti concreti. E credo ora di poter dire che, per ottenere tali risultati, io e il mio partito ci siamo impegnati efficacemente e in silenzio, mentre assai rumorose sono state le critiche nei nostri confronti e pressanti le sollecitazioni ad abbandonare il governo.

Le dichiarazioni di soddisfazione per l’arrivo di Rugova sono state tante, e non tutte sincere. Ora non è importante interrogarsi sull’attuale rappresentatività del leader kosovaro, bensì chiedersi cosa possiamo e dobbiamo fare, come cittadini e come governi d’Europa, affinché questo avvenimento abbia una decisa rilevanza per le sorti del conflitto e, ancor di più, per i futuri scenari dell’area balcanica. Aver sottratto Rugova a un triplice assedio (delle milizie serbe, delle bombe su Pristina, delle condanne dell’Uck) è, non solo simbolicamente, occasione e premessa per chiedere un triplice “cessate il fuoco”: a Milosevic, all’Uck e alla Nato.

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