Trattativa Stato-mafia. Mori demolisce Ingroia, Di Matteo, Ciancimino, Brusca e tutto il processo

In aula la memoria difensiva del generale Mario Mori. «Da quando ho catturato Riina vent’anni fa, sono oggetto di critiche giudiziariamente non provate e infondate»

Oggi il generale Mario Mori ha reso una lunga dichiarazione spontanea nel tribunale di Palermo, dove si è svolta la prima udienza delle arringhe difensive del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui l’ex comandante del Ros dei Carabinieri è imputato, insieme al colonnello Mauro Obinu, per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Secondo il pm Antonino Di Matteo, che al termine della requisitoria aveva chiesto per lui nove anni di carcere e sei anni e mezzo per Obinu, Mori sarebbe responsabile della mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995. La sentenza verrà emessa prima dello stop estivo.

Di seguito pubblichiamo in sintesi alcuni dei passaggi principali della memoria difensiva del generale Mori.

SERVITORE DELLO STATO. Dopo un’ampia premessa sulle origini del Raggruppamento Operativo Speciale (Ros) e sulle modalità di contrasto alla criminalità adottate dal reparto, il generale ha voluto elencare tutte le cariche ricoperte nella sua lunga carriera al servizio dello Stato (tra le altre, appunto, comandante del Ros e direttore del Sisde), non in «funzione autocelebrativa» – ha specificato Mori – ma «solo per dimostrare che non sono giunto per caso ad assumere posizioni di responsabilità e tanto meno per compensazione di servigi inconfessabili da me prestati a chi sa chi, come sostiene l’accusa senza però produrre un qualsiasi elemento concreto per sostenere l’affermazione. (…) E l’accusa rivolta ai miei ufficiali ed a me di avere, testuale: “perseguito obiettivi di politica criminale” è offensiva, in quanto gratuitamente espressa. Tale grave accusa, infatti, pronunciata in un aula di giustizia, senza che sia sostenuta da concreti elementi di riscontro, si configura semplicemente come un calunnioso espediente dialettico, mirato a fare prevalere comunque una tesi di parte. E che questa affermazione sia infondata e di parte io non lo affermo solamente, ma lo dimostrerò con le mie dichiarazioni».

INGROIA E DI MATTEO. Nella premessa della memoria l’ex comandante del Ros rivolge anche un duro attacco «a due pubblici ministeri di questo processo, il dottor Antonio Ingroia ed il dottor Antonino Di Matteo», criticati dal generale per essersi pubblicamente associati, mentre il procedimento era in corso (siamo ancora al primo grado di giudizio), a quella che il senatore del Pci Gerardo Chiaromonte «aveva individuato e stigmatizzato, nel suo libro I miei anni all’Antimafia, come, testuale: “una giurisdizione parallela di tipo politico-mediatica”». Ma c’è altro che concorre a squalificare l’operato di Ingroia e Di Matteo. Ancora Mori: «Da un ventennio, a partire dalla cattura di Riina Salvatore, fatto che continuo ad attribuire a grande merito dell’Arma dei Carabinieri quale punto di discrimine nella lotta dello Stato a “cosa nostra”, sono oggetto di critiche giudiziariamente non provate ed assolutamente infondate. Critiche sostenute, o perlomeno avallate con la loro presenza in ben identificate sedi extragiudiziarie, come dianzi ho evidenziato, anche da rappresentanti dell’accusa in questo processo. Ritengo, quindi, che vi sia da parte loro, nei miei confronti, un pesante pregiudizio concettuale e politico da cui mi possa difendere solamente contestando specificatamente, e di volta in volta, gli elementi addotti a sostegno delle accuse rivoltemi. Anche perché queste accuse, non sono state prodotte in unica soluzione, all’inizio del dibattimento, ma presentate in tempi successivi, come continuazione ininterrotta della fase istruttoria, in tutto l’arco di durata ormai più che quinquennale, di questo processo».

IL RANCORE DI RICCIO. Dopo la premessa, l’imputato passa ad attaccare il suo grande accusatore, il colonnello della Dia Michele Riccio, contestandone la credibilità ma soprattutto gettando un’ombra inquietante sui suoi intenti. Riccio è il testimone del processo di Palermo che ha rivolto a Mori le accuse più pesanti, sostenendo che attraverso le soffiate del mafioso Luigi Ilardo nel 1995 si sarebbe potuti arrivare appunto alla cattura di Bernardo Provenzano, cattura che invece fu impedita dall’allora comandante del Ros. Secondo Mori, tuttavia, Riccio non è attendibile. Infatti «il 6 giugno 1997 – ha ricordato il generale in aula a Palermo – Riccio venne arrestato da militari del Ros in esecuzione di un provvedimento di custodia cautelate emesso dall’Autorità giudiziaria di Genova per reati connessi ad un traffico di sostanze stupefacenti. La partecipazione dei militari del Ros, in realtà disposta – sulla base di una prassi consolidata – per una forma di riguardo e di tutela dell’immagine dell’Istituzione d’appartenenza (…), è stata vissuta da Riccio come una sorta di affronto che ha aumentato in lui i sentimenti di rivalsa e di forte rancore personale nei confronti miei, di Obinu e verso l’intero Reparto». Non a caso «Riccio ha iniziato a rivolgerci le sue accuse solo parecchio tempo dopo il suo arresto», con le dichiarazioni rese alla procura di Palermo «il 31.10.2001 e poi pubblicamente, nell’ottobre 2002, in un’udienza del processo Dell’Utri».

QUELLE ACCUSE MANCATE. Nel frattempo, tanto, la “fonte” originale era venuta a mancare, ha ricordato Mori: «Il 10 maggio 1996, in Catania, Luigi Ilardo venne ucciso a colpi di arma da fuoco da due sconosciuti. Poco prima dell’attentato egli aveva accompagnato al locale aeroporto il Riccio che aveva così disatteso le direttive impartitegli, non premurandosi nemmeno di approntare con la Sezione Anticrimine di Caltanissetta, di cui poteva sempre disporre, servizi volti ad assicurare una cornice di sicurezza all’incontro. Il 22 maggio 1996, Riccio, nell’ambito dell’inchiesta per l’omicidio Ilardo, fu inteso dal dottor Sebastiano Ardita, magistrato della Procura della Repubblica di Catania, limitandosi a riferire quanto a sua conoscenza nel rapporto con l’Ilardo, senza avanzare accuse verso chicchessia. Se, come sostiene l’accusa, Riccio si era progressivamente convinto della volontà del Ros di non pervenire alla cattura di Provenzano, a questo punto avrebbe dovuto avere le idee chiare e, anche approfittando di una sede giudiziaria per lui neutra, avrebbe potuto esplicitare i suoi timori, ma ciò non avvenne».

«MI HA INCASTRATO PER SALVARSI». A riprova della malafede del teste Riccio, Mori nella sua memoria ha aggiunto anche altro. Prima che fosse arrestato proprio dal Ros per «per reati connessi ad un traffico di sostanze stupefacenti», «giocando d’anticipo, Riccio, informato dell’inchiesta che lo riguardava e forte della garanzia del fatto che Ilardo aveva dichiarato di voler trattare solo con lui, fece domanda di rientro nell’Arma (nella quale aveva prestato servizio prima di passare alla Dia, ndr). Riteneva in tal modo che l’auspicabile cattura di Provenzano, in cui credeva fermamente, gli avrebbe consentito di compensare i riflessi negativi dell’inchiesta della magistratura genovese. Per fare ciò, in questa nuova fase, era però indispensabile gestire in maniera autonoma la fonte e le sue indicazioni, perché se avesse esplicitato, passo dopo passo, la progressione della sua attività, avrebbe rischiato di perdere la gestione diretta di Ilardo e, in ultima analisi, di non potersi attribuire in esclusiva il merito della cattura di Provenzano e di ciò che il fatto, per lui, rappresentava. Poi, dopo la morte di Ilardo, Riccio realizzò progressivamente il crollo delle sue speranze, mentre la vicenda giudiziaria che lo riguardava andava complicandosi; così gli fu giocoforza trovare una diversa soluzione ai suoi problemi, attribuendo ad altri, come già accaduto in precedenti momenti della sua storia professionale, il suo insuccesso. Da qui le accuse rivolte ai magistrati delle Procure di Caltanissetta e Palermo ed ai colleghi del Ros».

CON PREVITI RAPPORTO NORMALE. Nel suo intervento a Palermo, Mori ha smentito punto per punto anche la ricostruzione depositata da Riccio per dimostrare, a suo dire, la volontà del Ros di non arrestare Provenzano. Poi il generale si è soffermato in particolare sul rapporto con Cesare Previti, anche questo tirato in ballo da Riccio nelle sue deposizioni e invece, secondo Mori, «non attiene ai capi d’imputazione per i quali è questo processo, ma dato che è stato introdotto in maniera suggestiva, quasi a fare intravedere chi sa quali relazioni e collegamenti sospetti, ritengo meriti delle precisazioni». Il generale ha ammesso di averlo incontrato per la prima volta nel 1994, quando Previti era ministro della Difesa del primo governo Berlusconi, e poi altre volte successivamente, sempre per motivi di servizio («ricordo che l’Arma dei Carabinieri dipende ordinativamente dal Ministero della Difesa»). Poi, dopo la caduta di quell’esecutivo, «dato che Previti è un personaggio pubblico ed io ho continuato a svolgere attività pubblica, abbiamo avuto modo d’incontrarci saltuariamente e nelle circostanze più disparate scambiando, come avviene tra persone civili, qualche parola».

IL PAPELLO FARLOCCO DI CIANCIMINO. Una lunga parte della sua memoria il generale Mori l’ha dedicata a smontare le fantasiose ricostruzioni della star più celebre del processo sulla “trattativa”, Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito. L’attendibilità di Ciancimino Jr., ha detto Mori, «già significativamente screditata nel corso del dibattimento, è definitivamente crollata col suo arresto, avvenuto il 21 aprile 2011, a seguito della consegna ai magistrati della Procura della Repubblica di Palermo di un documento, risultato un falso da fotomontaggio, che accusava il prefetto Giovanni De Gennaro di avere avuto un ruolo nella così detta trattativa tra lo Stato e “cosa nostra”. Il documento in questione, agli atti di questo processo, costituisce la pratica conferma di quanto da me sostenuto in precedenza, nelle dichiarazioni spontanee del 28 settembre 2010, nelle quali avevo tecnicamente evidenziato gli artifizi, nemmeno troppo sofisticati, con i quali il Ciancimino cercava di sostenere le sue accuse nei confronti miei e di altre persone». Ciò detto, il generale è passato a demolire «la tesi, su scopi e contenuti del così detto “papello” e del conseguente “contropapello”, sostenuta ed esposta da Massimo Ciancimino». Di questo “papello” (il fantomatico foglietto con le condizioni poste da Totò Riina a suoi presunti interlocutori istituzionali nella “trattativa” per sospendere la stagione delle stragi di mafia) fra tutti i pentiti esistenti ha parlato solo Giovanni Brusca. Ebbene, ben cinque anni dopo, ha detto l’imputato Mori, Ciancimino «ha presentato il testo, in fotocopia». Lo stesso Brusca, però, «il primo e l’unico con Ciancimino che ne riferisce, dichiara di non averlo mai visto; accenna e solo genericamente ai suoi contenuti, ma, guarda caso, facendo riferimento alla “versione” successivamente prodotta da Massimo Ciancimino».

LE CONTRADDIZIONI DI BRUSCA. Le dichiarazioni dello stesso Brusca sono tra i pilastri più importanti a sostegno delle tesi della procura di Palermo. Oggi Mori si è dedicato a evidenziare tutte le contraddizioni e le imprecisioni che emergono nei vari interrogatori resi ai pm dal mafioso, mancanze spesso dovute al fatto che il pentito riporta ai magistrati per lo più informazioni “de relato”, apprese da terzi (soprattutto Riina). Particolarmente significativo lo scambio di battute tra i legali difensori di Mori e Brusca durante nel riesame di un’udienza del 2011, scambio riproposto dal generale nella sua memoria difensiva: «Perché, nel caso del fallito attentato allo stadio olimpico di Roma egli (Riina, ndr) aveva affermato che, per quanto dettogli da Spatuzza, si doveva fare pagare il conto del tradimento al colonnello Mori?», domandano gli avvocati. E «Brusca rispondeva che lui quello che si riferiva al generale Mori, testuale, “ l’ho appreso da Repubblica e tutto il resto sono ricostruzioni che mi chiedevano gli avvocati o i pm, in base a quelle che erano le nostre esigenze di cosa nostra”».

DICHIARAZIONI RIVISTE AD HOC. Pesanti anche le conclusioni tratte in aula dal generale sul “caso Brusca”. A forza di contraddizioni e imprecisioni, ha sottolineato Mori, quella del pentito risulta esse «una ricostruzione dei fatti sfumata ed incerta, quando invece la tragica drammaticità di vicende quali le stragi di Capaci e via D’Amelio, anche per Giovanni Brusca, avrebbero dovuto presentarsi come una serie di ricordi indelebili. Egli, invece, si limita a proporre personali congetture e deduzioni a posteriori, nemmeno connotate dal crisma dell’originalità, perché suscitate, come dice lui stesso, o attraverso la lettura di un giornale, La Repubblica, che notoriamente, degli avvenimenti, forniva già una sua ben precisa interpretazione, ovvero rivisitate a seguito di ripetuti contatti con i suoi avvocati ed i rappresentanti dell’accusa. Il fatto è che quegli avvenimenti non potevano assolutamente sfumare nella memoria ed essere mal ricordati, ma Brusca, una volta decisa la collaborazione, ha inteso servirsene non a fini di giustizia, ma in relazione alle sue esigenze e nella personale valutazione che egli faceva su quello che volevano sentirsi dichiarare coloro che lo interrogavano e potevano dare una svolta positiva alla sua posizione processuale, aggiustandoli anche, strada facendo, alla luce di nuove emergenze e conseguenti sue necessità».

VITO CIANCIMINO NON ERA NEANCHE UNA FONTE. Mori ha voluto anche ribadire la sua versione sul rapporto mai “formalizzato” con il sindaco di Palermo Vito Ciancimino, altro fatto che secondo gli accusatori del generale dimostrerebbe il suo ruolo nel presunto patto tra lo Stato e la mafia. «All’epoca ero l’ufficiale di pg più elevato in grado del Ros ed il responsabile delle scelte operative del Reparto», ha spiegato il generale imputato. «Informai verbalmente del contatto con Vito Ciancimino il mio superiore diretto, il generale Antonio Subranni, come lui stesso ha confermato, per la considerazione che nutrivo nei suoi confronti e per la grande esperienza di cose di mafia che egli aveva e che io apprezzavo, ma non ero tenuto necessariamente a farlo. (…) Il fatto che Subranni fosse informato del mio contatto con Vito Ciancimino dopo che già era avvenuto il nostro primo incontro, sta a dimostrare proprio che questi tipi di decisioni prescindevano dalle sue competenze, perché altrimenti egli mi avrebbe dovuto contestare di averlo inizialmente scavalcato, mentre invece prese solo atto di quanto gli comunicavo. Non scrissi nulla in merito all’approccio con Vito Ciancimino perché, oltre a non esservi nessun obbligo a riguardo, non c’era nulla da scrivere perché questi, allo stato, non era nemmeno una fonte, ma solo un aleatorio progetto investigativo».

VOLEVO FARLO COLLABORARE. Nella sua memoria difensiva Mori ha anche spiegato in cosa consistesse questo «progetto investigativo». Altro che trattativa con i boss. Il generale voleva spingere il sindaco di Palermo colluso con la mafia a collaborare con la giustizia. «Data la sua personalità, infatti, superate le formalità preliminari, o ci sarebbe stata un’immediata rottura del contatto, ovvero, a fronte del manifestarsi di spiragli positivi, la dimensione di una sua ipotetica collaborazione avrebbe richiesto da subito l’intervento dell’autorità giudiziaria competente. Cosa che in effetti si verificò, quando dopo il suo arresto, chiese di parlarmi, e ricevuta la formale autorizzazione, lo contattai in carcere, ricevendone la disponibilità ad interloquire con i magistrati palermitani. Dei miei intenti, però, informai alcune personalità istituzionali. Non scelte a caso tra le molte che all’epoca conoscevo e frequentavo, ma alcune in particolare che erano interessate, per ragioni del loro alto ufficio, al fenomeno criminale da me trattato e con le quali avevo, come del resto altri del mio ambiente, un costante e fruttuoso scambio di opinioni». Costoro, ha precisato il generale, «avevano anche e soprattutto un analogo rapporto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dai quali mi erano stati presentati e che mi avevano detto che me ne potevo fidare, anche per avere un consiglio tecnico o una valutazione attendibile. E così mi comportai».