Trans denuncia l’ospedale cattolico: «Non mi asportano l’utero»

In California il caso di Oliver Knight diventa il grimaldello per portare le strutture che fanno riferimento alla Chiesa a rinnegare le loro convinzioni

I fatti: Oliver Knight è nato donna, dal 2013 si identifica come un uomo e vuole liberarsi del suo utero, delle sue ovaie e delle tube di Falloppio. D’accordo col suo chirurgo, dopo aver proceduto alla terapia ormonale e a una doppia mastectomia, si presenta il 30 agosto 2017 al St. Joseph Hospital, ospedale cattolico di Eureka, nel nord della California. Il St. Joseph annulla l’intervento e Knight fa causa a tutto il gruppo ospedaliero per discriminazione. Dopo di che, alcuni giorni dopo, si reca in un nosocomio non cattolico, il Mad River Community Hospital di Arcata, a 30 minuti dal St. Joseph, e riceve la desiderata isterectomia.

«HO DOVUTO INDOSSARE UN CAMICE ROSA»

Ora: secondo gli avvocati e l’American Civil Liberties Union (Aclu) che stanno seguendo la causa, «quando pensiamo agli ospedali, crediamo che riceveremo assistenza e che saremo in qualche modo curati dai professionisti medici che lavorano lì. C’è qualcosa di così disorientante e sconvolgente quando questo non succede». Stando alla denuncia, non solo il St. Joseph ha causato «grave ansia e disagio emotivo» a Knight, costringendolo a indossare un camice rosa («ho chiesto all’infermiera se potevo avere un camice blu, ma lei mi ha detto che stavo facendo un “intervento chirurgico” e che dovevo indossare il rosa – ha spiegato Knight, che di fatto si stava sottoponendo a un’operazione chirurgica a cui possono sottoporsi solo le donne –. Mi sono sentito come un bambino tutto a disagio in un vestito rosa»). Ma dal momento che l’ospedale esegue abitualmente la procedura su altri pazienti «cisgender» (in casi – anche qui, ricordiamolo – di patologie come il cancro ginecologico o il fibroma uterino), il St. Joseph ha violato la Legge sui diritti civili dell’Unruh, un atto legislativo della California che specificamente bandisce le discriminazioni basate sul sesso, la razza, il colore, la religione, l’ascendenza, l’origine nazionale, l’età, la disabilità, le condizioni mediche, le informazioni genetiche, lo stato civile o l’orientamento sessuale. «I vescovi cattolici non hanno approvato il mio intervento chirurgico. Mi è sembrato incredibile».

UN “MARTIRE” DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA

Ovviamente gli avvocati e i grandi giornali in servizio permanente alla causa progressista non hanno perso l’occasione di trasformare Oliver Knight in un martire del pensiero oscurantista della Chiesa cattolica: magistrale in questo senso il Los Angeles Times che ricostruisce la storia del paziente che è finito al St. Joseph perché è lì che il suo chirurgo opera abitualment, e che ha dovuto abbandonare l’ospedale scioccato, in lacrime e sotto ansiolitici dopo aver saputo che l’intervento era stato annullato perché il suo caso non soddisfaceva i parametri dell’ospedale. Ma il caso Knight è già diventato qualcosa di più.

Gli avvocati attaccano la posizione della Conferenza episcopale, cui devono fare riferimento le strutture sanitarie cattoliche aperte al pubblico e quindi soggiacenti alla legge californiana: secondo loro la Chiesa riduce a promozione di un disturbo mentale la necessità di un intervento “salvavita” per i transgender. «Ovviamente crediamo che la libertà di religione sia un diritto importante», ha affermato Elizabeth Gill dell’Aclu, «ma la libertà religiosa è il diritto di esercitare le proprie convinzioni, non di imporle sugli altri, e in particolare in un modo che provoca danni». In altre parole secondo la denuncia, la Chiesa, rifiutandosi le sterilizzazioni a fini non terapeutici, nega ai transgender di ottenere l’assistenza sanitaria di cui hanno bisogno. «Al St. Joseph Health, crediamo che l’assistenza sanitaria sia un diritto umano fondamentale e che ogni individuo che cerca assistenza dovrebbe sempre essere trattato con compassione e rispetto», ha assicurato la portavoce dell’ospedale Elizabeth Brophy. «Stiamo dedicando tutta la nostra attenzione allo studio di questa questione».

ISTERECTOMIA, COSA DICE LA CHIESA

Ma a cosa serve un’isterectomia e cosa dice la Chiesa? Giusto a gennaio la Congregazione per la dottrina della Fede aggiornava i “parametri” del 1993 che affermavano che l’isterectomia, cioè l’asportazione dell’utero, è lecita quando sussiste un grave pericolo per la vita o la salute della madre (cioè per motivi terapeutici), ma che è illecita quando viene utilizzata per rendere impossibile un’eventuale gravidanza (in altre parole quando si configura come una sterilizzazione diretta, finalizzata al rifiuto della prole). Ora la Congregazione ha integrato i parametri ammettendo la liceità dell’intervento in casi in cui l’utero si trovi irreversibilmente in uno stato tale da non poter essere più idoneo alla procreazione, e medici esperti abbiano raggiunto la certezza che un’eventuale gravidanza porterà a un aborto spontaneo prima che il feto possa raggiungere lo stato di viabilità. Decisione che ovviamente spetta alla donna.

In una lettera indirizzata ai Centers for Medicare & Medicaid Services firmata dal consiglio generale della Conferenza episcopale degli Stati Uniti insieme ad altri medici e bioeticisti, si esplicita che «non è discriminazione» il fatto che uno ospedale fornisca cure che «ritiene appropriate», rifiutandosi di eseguirne altre che ritiene «distruttive» per il benessere dei pazienti. «Un ospedale non intraprende una “discriminazione” quando, ad esempio, esegue una mastectomia o un’isterectomia su una donna con cancro al seno o all’utero, ma rifiuta di eseguire tale procedura su una donna con seno o utero perfettamente sano che sta cercando di avere l’aspetto di un uomo».

DISCRIMINAZIONI AL CONTRARIO

Più di un editorialista ha notato che Knight avrebbe potuto rivolgersi a qualunque ospedale non cattolico e che è difficile capire perché abbia intentato una causa dopo aver ricevuto l’intervento altrove. Chiedere a un ospedale e a personale medico di cui sono note le posizioni (specie in materia di isterectomia) di rinnegare le proprie convinzioni non sarebbe anche questa una forma di discriminazione?

Foto Ansa