Toni Capuozzo: ecco perché nessuno vuole davvero risolvere il caso dei nostri due marò

I magistrati indiani non possono condannare Girone e Latorre perché le prove non ci sono. Ma il processo è continuamente rinviato. Perché? Per businnes, propaganda politica e per oscurare storie di tangenti che lambiscono Sonia Gandhi

Negligenze, sbagli, manipolazioni, interessi economici e politici compromettono irreversibilmente l’inchiesta che deciderà il destino dei marò del reggimento San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. «I governi italiani, da Monti a Letta, hanno tentato inutilmente di salvare capra e cavoli. Il business con l’India, e in subordine, i due marò. Il risultato è che stanno perdendo i cavoli e che anche la capra se la passa male». Questa è la chiave di lettura del giornalista Toni Capuozzo sulla vicenda processuale e diplomatica che da due anni costringe i due soldati italiani all’esilio forzato a Kochi, nello stato del Kerala, con l’accusa di aver ucciso due pescatori scambiandoli per pirati.

Capuozzo, il business fra Italia e India mette in secondo piano la salvaguardia dei due militari italiani?
Al secondo rientro in India era stato il ministro Giulio Terzi a parlare di pressioni da parte del dicastero dell’economia. L’interscambio fra i due paesi stava crescendo da vent’anni. Fino a due anni fa. Dopo il caso dei marò, scoppiato nel febbraio 2012, si è invertita la tendenza. Il commercio è diminuito di quasi il venti per cento.

Come dovrebbe agire il governo Renzi?
Credo che non possa fare peggio del governo Letta. L’ex ministro degli esteri, Emma Bonino, ha usato toni bassissimi con l’India senza mai interessarsi davvero alla questione e alle indagini. Il governo Renzi dovrebbe, invece, alzare la voce. Che non significa “parlare a voce alta”. E poi dovrebbe agire su più piani. Dopo aver scampato il processo per terrorismo, che avrebbe invertito l’onere della prova imponendo alla difesa di provare l’innocenza dei marò, bisogna affrontare due prospettive. La prima è il ricorso a un arbitrato internazionale, che però costringerebbe a tempi lunghi; la seconda è il processo in India, che andrebbe affrontato dicendo ad alta voce che i due marò non sono innocenti perché hanno la divisa, ma perché sull’inchiesta pesano forti dubbi. Ci sono molti dettagli che sono segnali innocenza.

Di quali prove si tratta?
La polizia indiana ha raccolto una sessantina di testimonianze fra cui quelle degli italiani, ha sequestrato 45 oggetti e ha svolto una perizia senza che fossero presenti i periti della difesa. Sarebbe già di per sé indicativo per capire come si è svolta l’indagine. Ma dobbiamo anche ricordare la distruzione dei due terzi del corpo reato, il relitto semi-affondato ed esposto alle intemperie del St. Anthony, la barca sulla quale sono stati colpiti da colpi di arma da fuoco i pescatori indiani. Le perizie non si possono più rifare e bisognerebbe fidarsi di quella indiana. C’è poi il caso della manipolazione degli orari. La rivista guardia costiera indiana riporta orari diversi da quelli della polizia.

Quindi non è soltanto per cause politiche che il processo è continuamente rimandato?
I continui rinvii non sono dovuti soltanto a motivi di campagna elettorale dei partiti indiani che usano la vicenda per farsi propaganda, ma al forte imbarazzo per le prove manipolate male e per le indagini della polizia del Kerala condotte a senso unico. Nessun tribunale potrebbe condannare i marò sulla base degli indizi raccolti. Prove chiare e nette avrebbero suscitato meno imbarazzi e il processo sarebbe partito speditamente. Se un giudice istruttore avesse le prove inconfutabili della colpevolezza di Latorre e Girone avrebbe già chiesto il rinvio a giudizio, impedendo il deteriorarsi dei rapporti diplomatici. Però ho il sospetto che ci sia anche dell’altro. Nemmeno il governo indiano ha interesse a far tramontare la vicenda.

Perché?
Perché oscura altri processi, come la storia di tangenti fra aziende estere, come Finmeccanica e Rolls Royce, e che lambiscono Sonia Gandhi e il partito del Congresso. Il caso dei marò distoglie l’attenzione dei media. L’India ha una giustizia lenta e una magistratura indipendente. Ma noi italiani sappiamo bene cosa vuol dire una giustizia lenta e una magistratura solo in teoria indipendente. Sappiamo come può essere usata una accusa in un processo che non si conclude mai. Consente di tenere sempre alta la tensione. E a molti politici indiani conviene.