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Toghe incassose

luglio 7, 1999 Esposito Francesco

Conversazione con Renato Farina di Francesco Esposito

Secondo una recente ricerca dell’Ordine dei giornalisti, sono più di 1000 i procedimenti giudiziari ancora aperti per le querele che colpiscono cronisti e editori italiani. 3.500 miliardi di risarcimenti che, se accolti, finiranno soprattutto nelle tasche dei magistrati “diffamati”. Ora che l’Italia è un po’ più libera, i giudici del Belpaese cercheranno un altro modo per assicurarsi una serena vecchiaia? Renato Farina racconta la sua storia di comuni disavventure giudiziarie…

Non ero mai stato querelato in vita mia. Poi ho osato criticare personaggi legati al mondo della giustizia, e sono arrivate anche per me le prime grane. Ormai nota è la querela miliardaria (tre miliardi e mezzo!) presentata contro di me in sede civile dal pm Ilda Boccassini, per le mie critiche sul caso della signora Sharifa, la donna somala da lei inquisita con l’accusa (poi rivelatasi infondata) di traffico internazionale di minori, e allontanata per questo dal figlio. Ma ce ne sono molte altre. Mi ha querelato Borrelli perché, in una intervista, Craxi sosteneva che la sua nomina era stata appoggiata dai socialisti, previa richiesta di raccomandazione… Un’altra querela è del pm di Palermo Gozzo, poi c’è il risarcimento superiore al miliardo richiestomi dall’avvocato Lucibello, e quello di 800 milioni del magistrato della Dia Maritati… ma oramai ho perso il conto. Di recente, a Monza, ho ricevuto la mia prima condanna in primo grado: un milione di multa, più 40 milioni di danni, per una querela presentata da Pino Arlacchi, vice-segretario dell’Onu, al tempo in cui era vice-presidente della Commissione antimafia, nel ’95. Durante una trasmissione televisiva, parlando del senatore Andreotti, lo aveva condannato a priori, secondo le accuse dei pentiti. Scrissi allora un corsivo pubblicato sulla prima pagina del Giornale dove, tra le altre cose, sostenevo che Arlacchi si trovava “sul libro paga del Ministero della Giustizia”, riferendomi ai compensi che, per alcune sue consulenze, aveva ricevuto dallo stato. Il senatore ha invece letto nella mia espressione un senso dispregiativo. Neanche avessi detto che era sul libro paga della mafia… Il fatto è che nel lavoro giornalistico vale il motto di S. Agostino: Ihnorresco et inardesco. Quando si presentano all’opinione pubblica certe situazioni – naturalmente con un linguaggio che non offenda la persona – si risente dell’indignazione. Ma il compito del giornalista, oltre che fornire un criterio di giudizio, è proprio quello di accompagnare i sentimenti che prova la gente comune. Comunque il mio caso è l’emblema di un meccanismo perverso per cui i magistrati sono tutelati per ogni errore commesso, mentre chi osa criticarli finisce per arricchirli. Anche perché, statisticamente, loro le cause le vincono sempre, e solitamente con un iter giudiziario più veloce di quello riservato ai comuni cittadini.

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