Tifosi: in Italia fuori dalle curve, in Germania dirigono i club. Che sia la soluzione?

Le aspre norme contro il razzismo pongono una domanda sui rapporti tra tifoserie e società. E se da noi i due enti viaggiano in parallelo, all’estero la loro fede è premiata partecipando alla vita della squadra

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Esiste una soluzione che sui cori razzisti negli stadi tenga conto sia del signor Rossi (che a vedere la partita ci va senza offendere nessuno) sia delle società che, come ha giustamente notato Adriano Galliani, con queste norme diventano ostaggio di pochi facinorosi? Forse sì e sarebbe ora di pensarci, anche per uscire da una situazione paradossale in cui a pagare per i cori razzisti e le “discriminazioni territoriali” alla fine sono coloro che quei cori non li intonano.

SOLUZIONI: GERMANIA E INGHILTERRA. E non è solo di fronte alla presente norma sul razzismo (un po’ esagerata, diciamolo) che il problema emerge. L’inghippo è più ampio di quello che stiamo vedendo in questi giorni, e sta proprio nel sistema di rapporti tifosi-società, due enti che viaggiano paralleli in Italia pur risentendo l’uno dell’altro, tanto nei giorni storti come in quelli di gloria. Come superare l’empasse? Una contromisura sembra esserci ed è quella che arriva da Germania e Inghilterra dove, paradossalmente, invece di allontanare i tifosi dagli stadi come accade in Italia, si valorizza tutta la loro passione, dando loro un posto di rappresentanza all’interno della società.

TIFOSI PROPRIETARI IN BUNDESLIGA. Ne parla oggi anche la Gazzetta, spiegando cosa succede in Bundesliga. In Germania dal 2001 le squadre dei massimi campionati rispettano la regola del 50+1, che assegna la maggioranza delle azioni di ogni squadra ai tifosi (sono escluse solo Wolfsburg e Bayer Leverkusen, società nate in azienda e ancora in mano rispettivamente a Volkswagen e al marchio farmaceutico Bayer). L’esempio è di un club come tanti, l’Amburgo, dove l’associazione dei supporter detiene «diritto di voto nell’assemblea generale della società con possibilità per ogni aderente di essere eletto nel comitato di gestione o in quello di sorveglianza del club. Diritto di veto, o almeno obbligo di parere consultivo, sulle decisioni che coinvolgono direttamente gli interessi della tifoseria (prezzo dei biglietti compreso, ma anche, ad esempio, lavori di ristrutturazione dello stadio). Coinvolgimento nella gestione di attività operative: predisposizione di pacchetti viaggio per le trasferte, rapporti con autorità locali e forze dell’ordine, sviluppo del merchandising e del proprio canale televisivo».

I TRUST DI SUPPORTERS INGLESI. Insomma il tifo è valorizzato, non sbattuto fuori dalla porta. Se ci sono problemi si sa con chi parlare e, conseguentemente, anche chi deve pagare. Avere poi stadi di proprietà ti permette di controllare più da vicino chi entra: di conseguenza c’è un legame più stretto col tifo, conosci il tuo pubblico e se qualcuno sgarra riesci ad arrivare a lui con facilità. E pure guardando all’Inghilterra, dove le squadre sono Spa simili a quelle italiane, si trovano tante interazioni tra tifo e società. Ci sono realtà che sono addirittura totalmente in mano ai supporters, come Afc Wimbledon, Portsmouth o United of Manchester, ma senza arrivare a questi casi estremi di “curve dirigenti” è piuttosto comune trovare trust di tifosi che hanno diritto di parola e collaborano con i presidenti.

PREMIARE LA FEDE. Se la si vuole leggere in termini aziendali, le squadre offrono un “servizio” di cui il tifoso è il primo beneficiario, ed è quindi giusto che possa avere uno spazio d’espressione all’interno dei meccanismi. A lasciar parlare invece il cuore, si premia il supporto e la passione della gente che tifa, grazie al quale le squadre stanno in piedi. In Italia tutto ciò deve ancora arrivare: forse non riuscirà a coinvolgere gli ultras più caldi, ma almeno si creerà un canale privilegiato dove qualsiasi tifoso possa sentire più sua la squadra che sostiene.

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