Se il comunismo fa venire un diavolo per capello. Sondaggio casalingo: ti faresti un taglio alla Kim Jong-Un?

Anche a me fa sorridere la proposta coreana e figuriamoci se sono d’accordo con l’imbrigliare la chioma, ma se per assurdo fossi chiamata come consulente-stylist di regime, ecco cosa proporrei

Più veloce di una pallina da ping-pong, la notizia è rimbalzata dalla certezza alla mezza verità: Kim Jong-Un, leader maximo della Corea del Nord, avrebbe imposto – o caldamente raccomandato, in base ad una ritrattazione successiva dell’agenzia di stampa – il suo taglio di capelli a tutti i giovani della Nazione. Il taglio – giusto per chi non ha presente il volto del dittatore, né lo tiene sul proprio screen saver alla stregua di Brad Pitt – prevede una rasatura da bomba atomica sui due lati, sovrastata da una grossa ciocca in cima che ricorda pressappoco una ciotola di riso rovesciata. Ora: posto che l’acconciatura di regime non è certo la restrizione che più preoccupa i sudditi coreani e nemmeno noi, stuzzicata dalla provocazione, ho voluto comunque interrogare i maschi intorno a me per sapere cosa ne pensavano.

Uno: il figlio. Ha alzato il pollice, come i più magnanimi dittatori d’Occidente: ogni volta infatti che inforco il rasoio accorcia-capelli su di lui, strepita per ottenere una cresta alla El Shaarawi, alla Justin Bieber… O qualunque cosa che – suo malgrado – non sia l’ordinato taglio che gli impongo sempre io, un look Renzi di primo pelo: al mio fanciullo, nato ad almeno un centinaio di meridiani più a Ovest della Corea, è toccata una tirannia parallela, quella della famiglia.
Due: il nonno di mio figlio. E’ compiaciuto che il vento dell’Est non sia arrivato anche qui. Benché ancora con quattro capelli in testa, dice che non sarebbe mai stato disposto a farsi fare – chessò – il reimpianto alla Berlusconi. “Rifiorire a colpi di trapianto avanti-indietro come quando la nonna sposta le primule dal balcone?” ha detto “No grazie…”.
Tre: il marito. Interrogato a bruciapelo, sostiene di essere contro il look di stato: sia perché è contro il principio di imporre a tutti i costi un canone estetico, sia per orrore nei confronti del taglio ‘zarro’ che è stato proposto. Sotto sotto, io credo più alla seconda ragione: sono quasi certa che se si fosse trattato di adattarsi a un ottocentesco girovita alla Cavour, lo avrebbe abbracciato più che volentieri.

Anche a me fa sorridere la proposta coreana e figuriamoci se sono d’accordo con l’imbrigliare la chioma in un’unica direzione rinunciando a ricci/capricci e quant’altro… Tuttavia, La proposta di un look di stato è provocatoria e se per assurdo fossi chiamata come consulente-stylist di regime, ecco cosa proporrei.
Primo: si vuole togliere la libertà di stampa? Va benissimo, ma dalla pelle. Censuriamo i tatuaggi, nati una volta come segni distintivi, ma ormai più inflazionati dei Samsung: raggiunta l’età del Dalai Lama, un esercito di pensionati ringrazierà per avergli salvato l’epidermide dallo scempio. Secondo: si desidera intervenire sulla messa in piega? Ottimo. Io però lascerei stare quella dei capelli e mi concentrerei su quella dei capi da indossare. Abolirei di colpo i colletti di camicia da inamidare e manderei tutti a lavorare vestiti di belle magliette con collo alla coreana. Una causa comune che scommetto verrebbe acclamata seduta stante da un nutrito gruppo di massaie.
Terzo: c’è l’intenzione di puntare ai giovani, quelli stessi a cui si rivolge il capo di Pyongyang? D’accordo. Iniziamo allora col sopprimere i leggings, ormai da anni eletti (da chi?) unici pantaloni reperibili a prezzi calmierati: indumenti contro natura che – nelle classi di scuola – ormai danno più scandalo dei crocefissi. Il leggings ha stravolto la fisionomia femminile al punto che i palati maschili di bocca buona assimilano il retro-gambe di una fanciulla a qualcosa che somiglia più a un molare estratto che ad altro. Tanto è il fascino indotto, che i gentlemen fermi al semaforo non si voltan quasi più. Se anche la girata di collo lungo – un saluto d’ordinanza quasi obbligatorio nei confronti delle signore – ormai sta scomparendo, qualcosa vorrà dire.

Nel libero Occidente, è la moda che impone le sue regole: chi non vi aderisce corre spesso il rischio di essere condannato – ahimè – all’ostracismo sociale.
Ogni popolo ha la sua forma di dittatura.