The Social Dilemma solleva domande ma non dà soluzioni

Il docufilm di Netflix più che spingere alla soluzione, sembra quasi una confessione. E propone risposte semplici a problemi compless

The Social Dilemma, documentario sul disastro digitale, più che spingere alla riflessione sembra quasi una confessione. Come in un quadro di Pollock sono presenti moltissimi spunti di dibattito ben colorati, ma è l’insieme, guardato nella sua interezza, che rischia di sembrare confusionario.

Il nuovo film in cima al catalogo Netflix mostra i principali problemi derivanti dall’uso eccessivo, passivo e non, dei social network. Una sorta di viaggio guidato in quello che alcuni sviluppatori crearono circa dieci anni fa nella Silicon Valley.

Sicuramente è un intento lodevole quello di analizzare il problema del mancato controllo dei social network e è altrettanto lodevole l’iniziativa di dare voce a chi è uscito da quel mondo in maniera piuttosto critica per la ricchezza propria del punto di vista. Quello che però non risulta in buona fede sono le conclusioni a cui il film giunge o, meglio, lascia aperte. In questo caso le conclusioni sono lasciate “aperte” nel senso che non è alcuna certezza nella risposta: lo spettatore può concludere le riflessioni emerse come più gli aggrada. Di conseguenza, la definizione di documentario è da considerarsi, nella più cordiale delle ipotesi, borderline.

Il fulcro del film è una critica, costante e multi variegata, degli effetti fisici che piattaforme immateriali producono sugli uomini; e non dimentichiamoci che il film è offerto da una piattaforma simile ai social network, dove l’amministratore delegato ha indicato, come principale “competitor” di Netflix, il sonno notturno alla riunione trimestrale con gli investitori. E sappiamo tutti quanto non si debba scherzare con gli investitori.

Come si può immaginare che una piattaforma, che propone questa critica, sia del tutto estranea, o diversa, rispetto a comportamenti che piattaforme simili utilizzano per mantenere alto l’engagement? (Soprattutto nel formato visivo che richiede ore di montaggio, quindi scelta fotogramma, taglio, incastro e rivisitazione). Come si può pensare che anch’essa non si butti sulla manipolazione più spietata per vendere il suo prodotto? Il documentario tocca molti punti fondamentali senza però proporre soluzioni adatte ai tempi odierni. È sostanzialmente una storia, un viaggio alla scoperta di qualcosa; e, come tutte le storie che si rispettano, si parte con la voce narrante che chiede chi sia il “cattivo” della questione, in modo da concretizzare immediatamente l’antagonista, magari puntando qualche dito.

La critica mischia aspetti sociali con aspetti etici mostrando come la mancanza di controllo porti inevitabilmente ad un capitalismo vorace. La velocità, e la grande presenza di informazioni, veicolata dalla giusta tecnologia, porta secondo gli autori ad un cambio di valori per gli utilizzatori delle piattaforme indebitamente controllate. Questo porta ad un malessere sociale; si vedano le statistiche proposte circa l’aumento di fenomeni come la depressione e il suicidio in tenera età, sempre più ampio. Numeri, dati e trend, senza però toccare con mano la vera emergenza sottostante.

Poi la narrazione cambia aspetto e si focalizza sugli algoritmi. Entità mitologiche che un tempo si pensava vivessero nell’olimpo ma che ora scorrono tra fili in metallo e ci gestiscono meglio, a loro dire, del nostro senso del dovere. Secondo gli autori questi algoritmi non possono essere lasciati in mano alle aziende, meglio ancora al business, perché perennemente orientate all’arricchimento, quindi alla costante ricerca di nuovi modi per capitalizzare.

Qui il punto fondamentale della seconda parte del film: un intelligente paragone tra Wikipedia e i social network per descrivere i danni da accesso alle informazioni in maniera differente. Il focus ovviamente è principalmente sulle elezioni politiche: manipolazioni, estremismi che divampano, fake news etc.
Se l’algoritmo mostra sempre più informazioni a noi “culturalmente” vicine, non sapendo però quali siano davvero corrette, essendo una macchina, dove viene stimolato il pensiero critico? Cosa accade al confronto, alle opinioni differenti ed ai sani dibattiti?

Le conclusioni lasciano abbastanza a desiderare proponendo risposte semplici a problemi complessi adottando un atteggiamento abbastanza americanizzato: i social network producono male, sono nocivi e sono nemici dell’uomo così per come sono fatti; l’abbiamo capito tardi, ma meglio che mai. Soluzione: il bando dalla società, così come avviene per armi, vendita di schiavi, sfruttamento prostituzione. Problema archiviato? Non proprio.

Il mondo va diversamente da come lo programmiamo, per fortuna. E sempre per fortuna ci sono modi e forme differenti di riflettere davanti ai problemi.
Forse sarebbe necessario puntualizzare su quanto e come la tecnologia debba essere alla portata dei minori; forse sarebbe necessario ridiscutere questa forma di ultra-capitalismo totalmente orientato alla competizione a danno degli avversari economici; forse sarebbe necessaria una riflessione sul concetto di tecnologia a servizio dell’uomo e non viceversa; forse sarebbe doveroso interrogarsi su cosa sia la verità all’alba del 2021 e in che modo l’informazione debba servire ad arricchire un’opinione, non a pre-suggerirla. Purtroppo risposte a questi interrogativi non ne ho trovate e meno che mai ho trovato un suggerimento, diverso dalla censura, circa l’utilizzo consapevole rispetto a questa “coabitazione forzata” tra intelligenza impalpabile artificiale e presenza fisica dell’uomo nel mondo. La tabula rasa non è la soluzione ad ogni problema.

Riflessioni troppo complesse per un’ora e trentacinque minuti di video? Sicuramente sì, ma se mai si inizia, mai si risolverà il problema.