Il test di medicina non può essere abolito, ma deve essere cambiato. La parola ai rettori

Il ministro Giannini vorrebbe eliminare il test di ingresso a Medicina. Con quali conseguenze? Intervista al vicepresidente della Conferenza dei rettori, Roberto Lagalla

Non abolite quel test di medicina, non per il momento, almeno. Lo chiede a gran voce la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), che ha scritto una lettera aperta al ministro dell’istruzione Stefania Giannini. Il ministro ha proposto l’abolizione dei test e la sua sostituzione con sistemi di selezione già adottati da altri Stati europei, durante l’anno scolastico e sulla base dei voti conseguiti durante il liceo. Scrivono i rettori: «La Crui ribadisce la propria posizione a sostegno di criteri selettivi che rispettino la programmazione nazionale e la sostenibilità accademica dei corsi. (…) La Crui propone di confermare certamente per l’anno accademico 2015-16 i test, adeguandoli ai contenuti dei saperi acquisiti dai candidati durante gli studi superiori». Ne parliamo con il vicepresidente della Conferenza dei rettori, Roberto Lagalla, rettore dell’Università di Palermo, nella quale recentemente ha dovuto affrontare molti ricorsi.

Quest’anno accademico è ormai in corso. Cosa chiedete al ministro Giannini per l’anno successivo?
È da mesi che siamo in attesa di una concreta proposta governativa. Basta parole, serve una reale ipotesi di cambiamento sui criteri di ammissione. Siamo aperti in questo senso all’ascolto del ministro, ma sosteniamo sia impossibile operare questo cambiamento radicale già per l’anno accademico 2015-2016. Serve più tempo. I criteri di accesso devono rimanere, per il bene degli stessi studenti. Il sistema sanitario nazionale ha certi numeri, non è possibile pensare che, rendendo libero l’accesso, poi tutti riescano a trovare un impiego.

Come dovrebbe cambiare il test di accesso?
Crediamo che sarebbe più equo impostare le prove di ingresso solo esclusivamente sulle materie di studi che i ragazzi hanno affrontato durante le scuole superiori. Niente più domande di cultura generale o di logica, basta attenersi alle materie studiate in aula per capire se un ragazzo è preparato o meno.

Parlate anche di nuovi criteri di preparazione dei ragazzi.
Attualmente c’è confusione anche in questo senso. Dovrebbero essere approntati, dal Ministero direttamente, dei pacchetti di domande sulle quali i ragazzi poi potrebbero esercitarsi: pacchetti molto ampi di 50, 60 mila domande. Dai quali poi verrebbero estratte le domande del test di ingresso. Siamo anche preoccupati per le spese economiche che le famiglie si trovano ad avere quando un ragazzo decide di affrontare il test d’ingresso di medicina.

Si riferisce alle spese delle trasferte?
Non solo. Ci sono molti soggetti privati che si offrono di preparare i ragazzi ai test, a fronte di spese piuttosto ingenti. Proprio perché non è mai troppo chiaro il tipo di materie sulle quali ci si deve preparare, le famiglie si affidano ciecamente a questi soggetti, come se fossero l’unica speranza di accesso all’università.

Che ne pensa dell’idea di introdurre un esame di sbarramento al primo anno, dopo le iscrizioni ad accesso libero?
Anche in questo caso si tratta di proposte lontane dalla realtà delle università odierne. Per introdurre un cambiamento di questo tipo servirebbe ancora più tempo. Mettiamo il caso che questo esame di sbarramento venisse istituito dopo sei mesi di studi. Poniamo il caso che lo studente non lo riuscisse a passare, cosa dovrebbe fare? Sicuramente questo studente, per non perdere mesi di studio, vorrebbe iscriversi a una facoltà medicale. Questo significa che i piani di studio a livello nazionale dovrebbero essere equiparati, e allo stesso modo i programmi di insegnamento, i moduli degli esami, i crediti formativi. Servirebbe una rivoluzione anche in questo senso. Non dall’oggi al domani.