30 anni di Tempi. Ragionevoli, non razionalisti. Non conservatori, ma progressisti alla C. S. Lewis. Mai clericali. E il bello deve ancora venire
Uno degli incontri in piazza Vescovado, a Caorle, dell'edizione 2022
Quando nel 2017 Tempi ha interrotto le pubblicazioni dopo la messa in liquidazione della società, in cinque giornalisti ci siamo ritrovati a porci lo stesso interrogativo di Lenin: che fare? Arrendersi all’amaro epilogo di un’avventura esaltante o rimettersi al timone di un vascello dell’informazione in condizioni ancora più precarie di quando Luigi Amicone lo varò ormai trent’anni fa? Seguendo criteri e argomentazioni strettamente razionali, nel senso positivista che a questa parola danno gli “intellettuali” che vanno per la maggiore sui giornali come Odifreddi, avremmo dovuto lasciar perdere e cercarci un altro impiego. Ma allargando la ragione, come suggerì Benedetto XVI nel celebre discorso di Ratisbona, abbiamo guardato oltre i conti della calcolatrice e i dati dell’inesorabile calo delle vendite dei quotidiani e ci siamo chiesti se non ci fosse ancora bisogno in Italia di un giornale che avesse come unico manifesto l’invito paolino a vagliare tutto e a trattenere ciò che vale.
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