Te Deum laudamus per quello scossone provvidenziale

Credevo che il passato fosse morto e sepolto, con le sue conquiste e batoste. Invece tutto può cambiare: basta la lettera di un’amica

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Pubblichiamo il Te Deum scritto per il primo numero del mensile Tempi da Annalisa Teggi

La Provvidenza è un fulmine a ciel sereno, anche quando i suoi segni sono piccoli. Illumina e scuote; ha un modo tutto suo di essere creativa e disarmante. Fa paura un fulmine di notte, eppure chi non vorrebbe vedere una luce abbagliante se è circondato dal buio pesto? Pascoli lo immaginò egregiamente evocando la potenza del lampo che appare, squarcia e scompare, mentre attorno c’è «la terra ansante, livida, in sussulto/ il cielo ingombro, tragico, disfatto».
Quale chirurgica indagine della mia anima sono questi aggettivi, li ripercorro ad uno ad uno ricapitolando i giorni di questo anno che volge al termine.
Ansante, livida, in sussulto: eccomi, sempre a correre col fiatone dietro l’insensata paranoia di voler mettere etichette pacificanti ai piccoli inciampi quotidiani (ansante, sì: ansia è il mio secondo nome); pallida di fronte alla fatica quotidiana, la do sempre vinta alla logica della stanchezza; ma sono anche in sussulto col timore di non essere brava abbastanza, utile abbastanza, buona abbastanza (orgoglio, che brutta bestia).
Ingombro, tragico, disfatto: il regno della mente è sempre sovraccarico di borbottii ingombranti che usano una bilancia di precisione per giudicare, invidiare e contestare, finché mi ritrovo disfatta nel letto a implorare il sonno per spegnere il ronzio.

Mi scrive una compagna di scuola
In questa mia terra così rocciosa e ricca di punti di vista poco fruttuosi, occorreva uno scossone, il sacro fuoco di un fulmine provvidenziale. Semplice, un sussurro appena, che stavo addirittura cancellando, come quando ricevo messaggi sui social network da persone sconosciute.
Però il messaggio in questione era così lungo da catturare l’attenzione e il mittente diceva di scrivermi dalle praterie innevate dell’Ohio. Ma dai, impossibile! Invece era una mia compagna delle elementari, non ci vedevamo né sentivamo più da quell’epoca; va dritta al punto, saltando a piè pari decine di anni di lontananza: vuole chiedermi perdono. Ma dai, impossibile! Ricorda i dettagli precisi di un fatto avvenuto 33 anni fa a una festa di compleanno, è lei a dire che il numero non le pare affatto casuale, visto che è l’età in cui si compì la vita di Chi portò il vero perdono in terra.

Accadde trentatré anni fa
Quello a cui si riferisce è un episodio che credevo di ricordare solo io, un pomeriggio di giochi tra amici in cui davanti a tutti mi furono sbattute in faccia da alcune compagne di classe le cose poco edificanti che capitavano in casa mia, il motivo per cui i miei genitori si stavano separando. Mia madre si era confidata con un’altra mamma, ma le parole non rimasero custodite in privato. Quel giorno fu come essere nuda e piena di ferite in pubblico: da allora cominciai a starmene da sola, a smettere di dare confidenza agli altri, a non volere avere amici. Non partecipai più a feste di compleanno, tuttora accompagnare i miei figli alle festicciole mi crea fastidio. Forse è esagerato, forse fu davvero una bella botta accorgersi brutalmente di fronte agli occhi curiosi dei miei compagni che la mia famiglia era un vaso rotto.
Io l’ho serbato nel mio cuore con rabbia e lacrime fino a oggi, il giorno in cui scopro che un’altra persona non l’ha dimenticato e si scusa. Penso a un’intuizione bella di Flannery O’Connor: «Forse non ci sono cose nuove da dire, ma c’è un modo sempre nuovo di dire le cose». Il perdono è una parola antichissima, eppure scoprirne di nuovo il senso – qui, oggi, ancora una volta – mi fa dire grazie con una sincerità stupita. Il perdono è un motore e una finestra, forse è come l’oblò della lavatrice: ti frulla e ti capovolge per farti vedere con occhi lavati certe cose che credevi guaste.
Non so che effetto avrà sulla mia amica la nostra riconciliazione a distanza, so che effetto ha su di me accettare la sua richiesta, ricordare a me stessa che la misura adeguata ai miei bisogni è la possibilità di non fossilizzarmi su giudizi di marmo. Quante volte ho sentito dire che il perdono è una forza generativa? Eppure quante volte l’ho dimenticato quest’anno? Cosa accade nel momento in cui provo di nuovo a fargli spazio nelle camere anguste della mia testa?
Nella sua lettera la mia amica ha premesso che l’avrei giudicata matta per quello che stava per dirmi. Se è così, voglio impazzire anch’io. Credevo che il passato fosse morto e sepolto, con le sue conquiste e pure le sue batoste. Invece tutto può cambiare, può fiorire come fosse appena sbocciato. Di fronte alla libertà di una creatura che guarda con occhi pentiti (e perciò davvero innamorati) la propria vita, anche gli assi cartesiani del tempo crollano: il passato si tinge di colori nuovi, il presente si fa accogliente e il futuro resta misterioso, ma non ignoto nel suo senso complessivo.

Il testimone credibile
Il perdono è il vero elisir di lunga vita, ci fa rinascere ogni volta che smettiamo di tenere il timone della giustizia in mano nostra. Il processo sulla nostra vita va fatto a porte aperte, perché fin dalle lontane praterie dell’Ohio può giungere un testimone credibile a dichiarare sotto giuramento: ripartiamo, non emettere una sentenza di condanna. Pensando a questo, e proprio come un fulmine a ciel sereno, mi è piombata in testa un’immagine tenera, frutto dello strampalato ronzio mentale del dormiveglia.
Forse in cielo c’è un vero presepe vivente ogni anno. Mentre noi guardiamo le nostre statuine immobili, lassù in Paradiso c’è fremito e la Madonna partorisce davvero nella capanna, di nuovo, sempre da capo ogni anno. Lo fa per noi con doglie premurose, lei genera per noi occasioni per rinascere qui e ora, per non lasciarci schiavi dei nostri inamidati retaggi da adulti: ci vuole bambini, disposti a guardare le vecchie cose di sempre con gli occhi freschi di un neonato; e ci offre le sue braccia per accompagnarci e vincere i nostri indugi.

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