Te Deum laudamus perché non vince il male

Prego per l’uomo che ha ucciso mio padre sul lungomare di Nizza. Non perché io sia forte. Soffro più adesso che in quei giorni. Ma sono certa che «nella Tua volontà è la mia gioia»

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Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola a partire dal 29 dicembre (vai alla pagina degli abbonamenti) e secondo tradizione è dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso. Nel “Te Deum” 2016 Tempi ospita i contributi di Benedict Nivakoff, Alex Schwazer, Rone al-Sabty, Ilda Casati, Luigi Amicone, Siobhan Nash-Marshall, Tiziana Peritore, Therese Kang Mi-jin, Anba Macarius, Roberto Perrone, Pier Giacomo Ghirardini, Farhad Bitani, Maurizio Bezzi, Renato Farina, Pippo Corigliano, padre Aldo Trento, Mauro Grimoldi. Il prossimo numero di Tempi sarà in edicola da giovedì 12 gennaio 2017.

Mi chiamo Ilda e sono la figlia di Mario Casati, 92 anni, una delle 6 vittime italiane della strage di Nizza. La sera del 14 luglio un camion si lanciò sulla folla lungo la Promenade des Anglais, e mio padre fu travolto insieme agli amici con cui passeggiava. Rimasero uccise 86 persone, più di 300 furono i feriti. Il gruppo con mio padre fu uno fra gli ultimi ad essere colpito: si capisce da un filmato che ho potuto acquisire.

Il giorno del funerale ho preso la parola in chiesa per un breve momento di commemorazione, e ho desiderato dire una cosa che mi stava molto a cuore. Ho detto a tutti che quando sono stata a Nizza, dopo aver visitato il luogo dove mio padre era stato ucciso insieme ai suoi amici, ho voluto vedere il posto dove la polizia aveva abbattuto l’attentatore. E al vederlo pieno di cartacce, pietre, bottiglie di plastica, scritte che auguravano l’inferno, rifiuti di ogni tipo, mentre la gente passava e qualcuno sputava, mi si è stretto il cuore. Mi è venuto spontaneo pregare per lui, l’assassino, per la salvezza della sua anima, «perché il vero desiderio che ho nel cuore è che sia la misericordia a vincere e non il male», ho detto. E ho ricordato un pensiero di don Primo Mazzolari: «Io voglio bene anche a Giuda: è mio fratello Giuda».

Non ho citato don Primo per caso: mio padre lo aveva conosciuto negli anni Cinquanta a Bozzolo, il comune del Mantovano dove il sacerdote era parroco. Mio papà è nato in Brianza, ma era finito nella bassa mantovana per inseguire una delle tante passioni della sua vita: era lì per dirigere il cinema teatro di quella località. Nella sua vita papà è stato tante cose, poliedrico dal punto di vista professionale: ha cominciato come sguattero nella cucina dei Belgioioso e dei Borromei, famiglie nobili lombarde; poi ha fatto l’orologiaio, ha avuto un laboratorio di pelletteria, e tante altre attività. Era una persona ingegnosa, sempre intenta a costruire marchingegni, appassionato di storia e di storia dell’arte, pur avendo frequentato soltanto le scuole elementari.

A Bozzolo conobbe quella che sarebbe diventata mia madre: era la cassiera del cinema. Lui andava regolarmente a Messa, ma aveva poca pazienza con le omelie, era spesso critico. Facevano eccezione quelle di don Primo: restava incantato, sarebbe rimasto ad ascoltare quel prete per ore. Fu lui a sposare i miei futuri genitori, e a battezzare me e mia sorella. Poi nel 1956 ci trasferimmo tutti a Milano. L’ultimo viaggio che ho potuto fare con mio papà è stato proprio a Bozzolo, nel giugno scorso, e lui volle farsi fotografare davanti alla facciata un po’ consumata del “suo” teatro, come lo definiva lui.

Dopo il funerale alcuni mi hanno avvicinato e mi hanno detto: «La tua è stata una grande provocazione, che coraggio, noi non saremmo stati capaci». Sia allora che in seguito io ho risposto a tutti che è la certezza di sentirmi amata che mi ha permesso di abbracciare quello che ci è accaduto. Tu vivi perché c’è qualcuno che riconosce il tuo valore, come ho sentito dire a Franco Nembrini in una delle sue trasmissioni televisive sulla Divina Commedia. Ho continuato a pregare per l’anima dell’assassino fino ad oggi, e non perché io sia una persona forte: soffro più adesso che nei giorni immediatamente successivi alla morte di mio padre, è adesso che mi capita di piangere per il dolore quando mi ritrovo sola. E ripenso ai pranzi della domenica con lui, l’unica occasione della settimana in cui ci vedevamo dopo che era rimasto vedovo; guardo il vaso in cucina dove conservo il riso per preparare il risotto che piaceva a lui, ricordo il giornale di mio marito che lui lasciava spiegazzato dopo averlo letto. Mi viene in mente la sua voce. E quando prego per l’uomo che gli ha tolto la vita, cerco di non immaginare il volto di costui, perché questo potrebbe turbarmi e ispirarmi sentimenti ostili nei suoi confronti. Ma di una cosa sono certa: come si legge nel salmo 118, «nella tua volontà è la mia gioia».

Perciò anch’io ringrazio Dio per quello che mi è accaduto quest’anno, perché il nostro destino è nelle Sue mani e Lui decide quello che è meglio per noi. Chi sono io per giudicare il criterio di Dio? Come scrive il Manzoni, «Lui non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande». Il Suo disegno è per noi incomprensibile, ma offrendolo arrivi a una sorta di comprensione, vivi il dolore ma lo ribalti a tuo favore. Sono stata educata a ringraziare per ogni cosa dai miei genitori, da loro ho imparato la gentilezza verso tutti e la disponibilità anche verso gli estranei. Loro erano proprio così, non ricordo mai una loro litigata, ricordo il modo in cui sorridevano alle persone che venivano a casa nostra.

Cosa rende buona la tristezza
Ogni giorno, da anni, recito una preghiera scritta da don Giussani che comincia così: «Le due grazie che il Signore dona sono: la tristezza e la stanchezza. La tristezza perché mi obbliga alla memoria e la stanchezza perché mi obbliga alle ragioni per cui faccio le cose». Dal giorno di quell’evento io la pronuncio con una consapevolezza mai avuta prima, vivo nella mia carne questa asserzione così controcorrente. Sono riconoscente al Signore incommensurabilmente per queste due grazie.

E ultimamente mi è stato pure di conforto leggere queste sue ulteriori parole: «La tristezza è una nota inevitabile e significativa della vita, perché nella vita, in ogni suo momento – e tanto più quanto più è intenso il momento – tu hai la percezione di qualche cosa che ancora ti manca; la tristezza è un’assenza, sofferta. Che cosa rende buona la tristezza? Riconoscerla come significativo strumento del disegno di Dio» (Da Riconoscere una presenza).

Foto Ansa

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