Sullo scandalo che monopolizza Twitter (prima che Twitter se ne dimentichi)

A scuola ai bambini dicevano già da un po’: «Ma è vero che il tuo papà era praticamente il padrone di Hollywood negli anni 90 ma adesso non conta più un piffero?»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Cara Guia, il mio era un matrimonio come gli altri: mio marito ci aveva messo i soldi e io giocavo all’imprenditrice. Ci tenevo molto alla mia identità di creativa, e sono certa che le attrici non vedessero l’ora di portare i miei monospalla (l’asimmetria, si sa, dona), e non li indossassero solo perché sennò mio marito col piffero che le scritturava (“col piffero” era un po’ la sua modalità preferita).

guia-SonciniIl mio era un matrimonio come gli altri: con le altre era solo sesso. Adesso tutti a dire che non era consensuale, e che io l’ho lasciato per questioni etiche. Ma figuriamoci, cosa vuoi che me ne importi del codice penale: noi siamo ricchi. L’ho lasciato perché ha violato i nostri accordi impliciti. Che, come in tutti i matrimoni, erano: quando non ci sono fai quel che ti pare, ma guai a te se ti fai scoprire. Guai a te se mi rendi oggetto di pettegolezzi. Guai a te se i vicini vengono a sapere. Guai a te se finiamo sui giornali.

E invece, guardaci. Tu non sai cos’è diventata la nostra vita nelle ultime settimane. Un inferno. Già da qualche tempo, ti confesso, non è che le cose fossero floride come prima. Per dire: a scuola – una scuola che, se ti dicessi quante centinaia di migliaia di dollari ci costa, ti piglierebbe un colpo – ai bambini dicevano già da un po’: «Ma è vero che il tuo papà era praticamente il padrone di Hollywood negli anni 90 ma adesso non conta più un piffero?». Già lì avrei dovuto capire che il piffero te la dà e il piffero te la toglie.

Sia chiaro: non l’ho sposato per interesse. Sì, va bene, i monospalla, ma mica è diverso dal commendatore che apriva una boutique alla sua signora. Un impegno ci vuole, per quando i bambini sono a scuola, o a pianoforte, o con la tata, o a cavallo. Il mio impegno era vestire attrici belle in monospalla brutti: sarà mica più bizzarro che giocare a burraco. Non l’ho sposato per interesse, lo dimostrano le date. L’ho sposato che produceva porcherie d’insuccesso come Nine (non so se ce l’hai presente, un rifacimento baraccone del vostro Otto e mezzo, senza neanche il bianco e nero che lo facesse sembrare intellettuale), mica porcherie di successo come Shakespeare in Love (quel film con quella biondina ingrata, che se la incontro fuori dalla scuola dei bambini – il guaio dell’alta società è che abbiamo tutti i figli in classe insieme – gliene dico quattro).

Il nostro è stato un matrimonio d’amore e di silenzi. Molti silenzi. Venuti meno tutti insieme. Ci siamo separati per l’improvviso inquinamento acustico. E ora, ora che sono una madre single, una lavoratrice divorziata, una donna che può contare solo su se stessa, ora vorrei sapere: ma secondo te ai prossimi Oscar i miei monospalla li metterà qualcuna?
[Georgina]

Cara Georgina, ma sei per caso molisana? Anche mia madre, di fronte ai crimini di mio padre, era perlopiù preoccupata di “finire sui giornali”. L’attenuante è che parliamo del secolo scorso: i giornali contavano qualcosa, specie in provincia. Ma a te, nell’epoca delle notizie a ciclo continuo e quindi incapaci di lasciare il segno, cosa importa? Lo scandalo che monopolizza Twitter questo mese sarà già dimenticato il mese prossimo, e fuori dalla scuola, a Park Avenue, tornerete a parlare di Trump.

Sono invece completamente d’accordo sulle fondamenta d’un matrimonio sano. Primo, se sei un criminale non farti beccare mettendomi in imbarazzo. Secondo, è tuo dovere creare l’illusione collettiva ch’io sia una donna di successo. Non so come si regoli il diritto di famiglia dalle tue parti, ma mi sembrerebbe cosa buona e giusta prevedesse esplicitamente che, qualora la moglie si diletti a disegnar vestiti, e il marito venga meno al suo dovere di farli indossare a quante più attrici famose possibili, il matrimonio si consideri sciolto.

Avrei però una domanda che desideravo farti già da qualche giorno. Ma, con quella lista infinita di impiegate, attrici, modelle che molestava quotidianamente, reiteratamente, con tutto il tempo che dedicava alle femmine, tuo marito quand’è che lavorava? 

Foto Ansa

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