Sudan, cristiana condannata a morte per presunta apostasia. Il giudice: «Se ti converti all’islam sei salva»

Meriam Yahia Ibrahim è in prigione con suo figlio e ne aspetta un altro. In Sudan vige la sharia, ma la pena capitale per apostasia non veniva comminata dal 1985

Una donna cristiana di 27 anni è stata condannata a morte in Sudan per “apostasia” e a ricevere 100 frustate per “adulterio”. La donna, cresciuta dalla madre cristiana dopo che il padre musulmano se ne è andato quando aveva sei anni, è in prigione dal 17 febbraio insieme al figlio di 20 mesi ed è vicina al termine di una seconda gravidanza.

«CONVERTITI ENTRO IL 15 MAGGIO». Meriam Yahia Ibrahim, di professione medico, è stata condannata lo scorso 11 maggio da una corte di Karthoum, che ha stabilito che la sentenza sarà eseguita dopo la nascita del bambino. I giudici hanno offerto una via di fuga alla donna: se si convertirà all’islam entro il 15 maggio la pena capitale sarà commutata in una minore o cancellata del tutto.

SHARIA FONTE DELLA LEGGE. In Sudan la sharia è fonte della legislazione e si applica anche ai non musulmani: nel paese è prevista la pena di morte per apostasia dall’islam (ma non dalle altre religioni all’islam) ed è inoltre vietato alle donne musulmane sposare uomini di altre religioni. Dal 1956, la condanna a morte per apostasia è stata comminata una sola volta, nel 1985, a Mahmoud Muhammad Taha, musulmano riformista punito come eretico.
Il caso di Ibrahim è clamoroso, anche perché da decenni chi viene sospettato di questo reato riceve “solo” anni di carcere o pene pecuniarie.

L’ACCUSATORE. L’anno scorso, un uomo che ha affermato di essere un parente di Ibrahim, ha denunciato la donna dichiarando che era stata cresciuta come una musulmana e si era poi convertita al cristianesimo. Per questo la giovane, sposata con il cristiano Daniel Wani, è stata anche accusata di “adulterio”, non essendo riconosciuto dalla legge un matrimonio tra una musulmana e un cristiano. In caso di condanna, i suoi due figli sarebbero presi in custodia dallo Stato.

«FORTI PRESSIONI». Al processo diversi testimoni hanno affermato davanti alla corte che Ibrahim è sempre stata cristiana e non si è mai convertita dall’islam. I giudici, però, hanno emesso lo stesso la condanna e come dichiarato dal Justice Center Sudan, organizzazione che si batte per i diritti umani che ha fatto conoscere il caso, «le autorità continuano a fare pressioni perché Meriam si converta all’islam. Le pressioni sono tali che è probabile che la donna si dichiarerà musulmana».

GRAN BRETAGNA PREOCCUPATA. Un membro dell’ambasciata britannica in Sudan, che ha preferito restare anonimo, ha dichiarato a Morning Star News: «Il Regno Unito considera la libertà di pensiero, coscienza e credo, così come il diritto a cambiare la propria religione, come diritti umani fondamentali garantiti dalla legge internazionale. Siamo molto preoccupati per la sentenza di apostasia comminata, il governo del Sudan deve rispettare i suoi impegni internazionali sulla libertà religiosa».