Stuart, che ha aggrappato il suo quasi niente a una fiocina nell’oceano

Disperso nell’Atlantico ma agganciato a una prua. Storia di un naufrago fedele a un appiglio e di un marinaio dalla fede semplice

Non conosciamo i dettagli, non sappiamo se Stuart Bee fosse un clochard del mare né conosciamo i nomi di chi a casa potesse aspettarlo. Lo abbiamo visto emergere dalle acque gelide dell’Atlantico fradicio come un pesce, la barba un gorgo di salsedine, gli occhi bruciati dalla luce del sole. Sappiamo che ha 62 anni e che il 27 novembre ha iniziato ad appendersi allo scafo della sua barca capovolta e trascinata dalla corrente 86 miglia al largo dalla costa di Port Canaveral, Florida, e lì è rimasto per due infiniti giorni prima che i marinai di un grande mercantile lo avvistassero.

Un uomo appeso a un gancio, l’aguzzo scafo della sua barca rovesciata sporgente come una fiocina che infilzi una balena, è questa la scena immortalata da un membro dell’equipaggio della nave portacontainer battente bandiera liberiana che pare un po’ uscita da un film di Verdone e un po’ dalla penna di Melville: Angeles, è questo il nome del vascello e sono stati i suoi marinai a lanciare un salvagente nel blu verso quel minuscolo barbone capace solo di poche bracciate sovrumane prima di issarsi sulla scaletta.

IL SEGNO DELLA CROCE E UN GIORNO DEL RINGRAZIAMENTO

«Che giorno è oggi?» aveva chiesto sgocciolando oceano al marinaio con gli occhi asiatici. E quello, stupefatto, «il 29 novembre!». Per tutta risposta Stuart aveva alzato gli occhi al cielo facendosi il segno della croce. Ecco, scriverà il marinaio originario di Davao, nelle Filippine, dopo aver guidato il delicato avvicinamento della Angeles al naufrago per salvarlo, quell’uomo «aveva qualcosa a cui aggrapparsi». Lo scriverà sui social il 30 novembre, pochi giorni dopo la festa del Ringraziamento, raccontando una storia per cui per lui valeva davvero la pena quest’anno ringraziare, «la storia di un uomo assente dal suo posto a tavola perché la sua barca si era capovolta nell’oceano Atlantico». Il post di Lacruiser P. Relativo – questo il nome del marinaio della Angeles che, dinanzi al segno della croce fatto da quell’uomo dalle «lacrime irriconoscibili tanto era zuppo d’acqua», ricorda solo di aver mormorato «Dio, ti lodo nella tempesta. Grazie per averlo salvato» – come accade in tutte le storie del XXI secolo viaggia in rete e arriva anche a Leisa M. Bee, nipote di Stuart, che ringrazia a pieni polmoni tutto l’equipaggio: non ha ancora visto lo zio, è ancora in viaggio per il Delaware. Sì perché dopo essere stato salvato e aver ricevuto vestiti e pasti caldi il naufrago ha pregato la Guardia Costiera di non venire a recuperarlo a bordo, «qui è meglio di una nave da crociera, ci sono le persone più simpatiche che abbia mai conosciuto in vita mia. Continuano a darmi da mangiare», ha esclamato, spiegando che avrebbe proseguito il viaggio con la Angeles fino alla sua destinazione, Wilmington.

L’OCEANO CHE INONDA LA BARCHETTA

Non conosciamo i dettagli, sappiamo quello che Stuart ha raccontato ai marinai del cargo stringendo una tazza di caffè caldo. Racconta di aver lasciato il porto turistico di Cape Marina a Port Canaveral venerdì mattina per quella che doveva essere una breve gita sulla sua barca, la Sting Ray. Nessuno sa perché avesse deciso di trascorrere la notte in mare, parla di una immensa stellata sotto la quale si era addormentato, Stuart, quando venne bruscamente svegliato dal gorgogliare dell’acqua ai suoi piedi. Un guasto, una falla meccanica, l’oceano aveva fatto irruzione rapidamente nel cabinato, la barchetta, diventata pesante, si era capovolta e aveva iniziato a inabissarsi piano. Stuart era stato sputato fuori dal portellone e si era aggrappato a quel che restava a galla della Sting Ray, una prua in balia delle onde.

Stuart Bee avvistato dalla nave Angeles (foto da Facebook scattata da un membro dell’equipaggio)

E lì era rimasto. Per oltre 48 infinite ore. Senza dormire, bere, le braccia tese, il corpo che si tuffa ogni tanto per cercare qualcosa nella barca che possa essergli d’aiuto, che si disidrata, che trema nell’acqua gelida di notte e brucia sotto il sole cocente di giorno. Senza sapere che per tutta la giornata di sabato piccoli aerei e imbarcazioni avvisate dalla Guardia Costiera, che aveva ricevuto l’allarme diramato da suo fratello e dai funzionari del porto turistico, avrebbero pattugliato le acque della Florida senza successo. Finché, puntuale come la messa della domenica, la grande sagoma della Angeles si era stagliata all’orizzonte salato del naufrago. E Stuart si era messo a gridare forte, fortissimo, agitando la camicia sopra la testa.

UNA PRUA A CUI AGGANCIARE IL NOSTRO “QUASI NULLA”

Scrive Lacruiser che l’uomo al caldo si era messo a fissare una mappa appesa nella cambusa, raccontando che in quelle ore nel deserto blu aveva solo la luna come punto di riferimento, come altre notti in mare. E di aver pensato, ha continuato Stuart, che se la sua vita fosse finita proprio in quel momento sapeva solo di aver vissuto bene: «La mia vita è bella. Esco in mare una volta ogni tre mesi per spostare la barca. E non ho mai immaginato sarebbe stata inondata d’acqua. E se fosse stato l’ultimo viaggio l’avrei seguita perché è il mio cuore. La barca è la mia casa».

Ma la barca non è affondata. Appeso col corpo ridotto a sforzo muscolare e carcassa di pelle umana Stuart era un quasi nulla nell’oceano Atlantico, come Leopardi «colá su la fontana pensoso di cessar dentro quell’acque la speme e il dolor mio»: a che tanta fatica perché la sua «vita bella» non finisse poi nell’abisso abitato dal vorticare di correnti e pescecani? Quell’uomo, avvistato da un marinaio dalla fede semplice, «aveva qualcosa a cui aggrapparsi», un gancio, una prua a cui affidare il suo quasi nulla. Non servono altri dettagli. In questi giorni di agone tra nichilismo e scientismo, nei marosi di una pandemia che sembra fare da quinta imperterrita al dramma di ogni spacciato, disperso, sperduto limitatissimo essere umano, la storia di Stuart suona come un potentissimo canto di speranza: di Stuart non rimane che ciò che gli è restato dal naufragio. Cioè quel “quasi nulla” aggrappato a una curiosa fiocina nell’oceano che ha salvato tutto.

Foto Ansa