La strategia leniniana dell’Isis. Ecco perché i terroristi uccidono tedeschi in Turchia

L’attacco di Istanbul ha tutta l’aria di una replica in sedicesimo delle stragi di Parigi del 13 novembre, pare rispondere al medesimo disegno: tanto peggio, tanto meglio

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La sera stessa dell’attentato di Istanbul che ha causato 10 morti e 15 feriti e che le autorità hanno attribuito con sbalorditiva tempestività a un militante dello Stato islamico, il presidente Erdogan ci ha tenuto a dire che questo attacco è la dimostrazione che gli occidentali sbagliano quando accusano la Turchia di complicità con l’Isis.

Forse il giudizio può essere giusto da ieri in avanti, sicuramente non lo è riguardo a quello che è accaduto negli ultimi quattro anni: la frontiera colabrodo attraverso la quale migliaia di volontari internazionali del jihad sono entrati in Siria dalla Turchia per arruolarsi nelle file prima di Jabhat al Nusra e poi dell’Isis; il rilascio degli ostaggi turchi fatti prigionieri dallo Stato islamico a Mosul senza che fossero resi noti i termini della transazione; la battaglia di Kobane con i militari turchi schierati a impedire l’afflusso di volontari curdi che volevano dare manforte ai loro fratelli impegnati a respingere l’assedio delle falangi dello Stato islamico; la compravendita di petrolio di contrabbando proveniente dai territori siriani e iracheni sotto il controllo del Califfato, sono tutte cose che non ci siamo sognati.

Ma a parte questo, non si può non notare che anche stavolta, come già nelle due occasioni precedenti in cui aveva colpito il territorio turco (a Suruc il 20 luglio scorso causando la morte di 34 persone e ad Ankara il 10 ottobre scorso causando 103 morti), l’Isis non ha preso di mira interessi diretti del governo di Ankara o sostenitori e simpatizzanti dell’Akp, il partito di Erdogan da quattordici anni al governo. Ha invece colpito oppositori politici curdi e di sinistra in passato, turisti stranieri il 12 gennaio.

Certo, l’ultimo attacco causerà una flessione delle entrate da turismo, e quindi merita di essere letto anche come un atto ostile nei confronti dello stato turco, che negli ultimi mesi ha compiuto arresti fra i sospetti militanti turchi dell’Isis e ha ostacolato l’ingresso in Siria attraverso la sua frontiera di numerosi aspiranti jihadisti. Ma si ha come l’impressione che l’Isis esiti a provocare una rottura irreversibile con la Turchia, sua alleata di fatto negli ultimi quattro anni. Si ha l’impressione che l’Isis voglia rinegoziare i termini del suo rapporto col sistema di potere turco, quindi colpisce in Turchia ma non colpisce turchi, bensì cittadini stranieri. Che le vittime della strage siano in maggioranza tedesche non sembra per niente casuale.

L’attacco di Istanbul ha tutta l’aria di una replica in sedicesimo delle stragi di Parigi del 13 novembre, pare rispondere alla medesima strategia. L’assalto ai frequentatori di ristoranti, teatro e stadio nella capitale transalpina aveva come obiettivo quello di scatenare una reazione intollerante e xenofoba da parte sia delle autorità che dei singoli cittadini contro gli immigrati musulmani e i loro figli, per causare una controreazione di massa e quindi una discesa nella guerra civile di religione su suolo europeo. Allo stesso modo, un massacro di cittadini tedeschi per mano jihadista nel pieno della tensione fra tedeschi e immigrati di origine musulmana causata dagli incresciosi fatti di Colonia (e di altre città germaniche) è benzina sul fuoco del risentimento anti-islamico che sta crescendo in Germania.

L’Isis, come ogni avanguardia mossa da una ideologia totalitaria che si rispetti, agisce all’insegna del motto leniniano “tanto peggio, tanto meglio”. Cerca di innescare punizioni di massa e rappresaglie generalizzate contro i musulmani per convincere questi ultimi a schierarsi in modo militante e massiccio dalla sua parte. Ha agito sul suolo turco anziché sul suolo tedesco perché il suo apparato logistico in Turchia è molto più organizzato e infiltrato nei livelli ufficiali di quanto non lo sia in Germania.

In un’ottica razionale, l’Isis dovrebbe fare attenzione a non inimicarsi in una misura troppo radicale il governo turco, dal momento che anche dopo i recenti giri di vite la frontiera turco-siriana continua ad essere il transito più agevole per uomini e risorse da e per il califfato. Sembra invece compiacersi nella dismisura di una guerra contro tutto e contro tutti. Forse all’Isis manca un Lenin pronto a rimettere in riga le derive estremiste e massimaliste. Sarebbe la nostra fortuna.

Foto Ansa


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