Uno Stato ai palestinesi: l’Anp chiama in causa i paesi arabi. Qualcuno risponderà?
La dichiarazione di Mohammed Mustafa, capo del governo della Autorità Nazionale Palestinese (Anp), erede controllata dell’Olp di Arafat, unica formazione palestinese riconosciuta a livello internazionale, cambia la prospettiva e apre a una possibile benché ardua ripresa dello “spirito di Oslo”, gli accordi tra Israele e palestinesi che nel 1993 aprirono alla tanto invocata quanto disattesa “soluzione a due Stati”. Mustafa chiede che la Hamas consegni le armi, rilasci gli ostaggi e permetta l’avvio di un dialogo con Israele che deve rinunciare alle pretese sulla Cisgiordania, per una soluzione di pace «in coordinamento con una forza araba».
È solo propaganda? Molto dipende da cosa faranno proprio gli Stati arabi. Questa volta la responsabilità non è (solo) dell’Occidente. Isolata e divisa, l’Autorità Nazionale Palestinese non può certo contrastare Hamas e le fazioni oltranziste, né può appoggiarsi a Israele o agli americani. E il documento firmato ieri sera a New York con cui 17 paesi (inclusi Arabia Saudita, Qatar, Egitto) insieme alla Lega araba e all’Unione Europea sostanzialmente fanno proprie le posizioni di Mustafa – comprese la condanna del pogrom del 7 ottobre 2023 e l’ingiunzione ad Hamas a consegnare le armi e a passare il potere su tutti i territori palestinesi all’Anp «con adeguato supporto internazionale» – sembrano configurare un’assunzione di responsabilità verso la causa palestinese che finora, al netto di tante parole, non si è mai vista.
La tragedia di Gaza, le difficoltà di Israele
Doveva essere una riunione preparatoria a livello ministeriale, l’incontro svoltosi in questi giorni a New York nella sede delle Nazioni Unite in vista della assemblea generale dell’Onu di settembre che esaminerà la questione palestinese e “se” esista ancora un futuro per una soluzione a due Stati. Ma in due giorni la Storia ha accelerato il passo e cambiato il tono della riunione. Fino al discorso del primo ministro palestinese.
Difficile considerare una semplice coincidenza il fatto che proprio prima del vertice le notizie da Gaza sono diventate sempre più allarmanti. Non che prima non lo fossero, sia chiaro, ma da alcune settimane l’eco di quanto succedeva nella Striscia sembrava interessare di meno e le notizie scivolavano dalla prima pagina o erano ridotte a brevi collegamenti di 50 secondi nei Tg. Ora si sono di nuovo moltiplicati i video e le testimonianze, gli inviati sono tornati sul campo (o meglio, intorno al campo: nella Striscia i giornalisti indipendenti non entrano se non per pochi metri accompagnati dall’Idf). Arrivano però le testimonianze postate da Gaza sui social, e ogni giorno si ripete il bollettino quotidiano (redatto da Hamas) dei morti per fame e dei civili uccisi nelle lunghe file per le scarne razioni di cibo che riescono ad entrare, unite alle foto dei bambini denutriti e scheletrici. Cento Ong denunciano la carestia e la fame usata come metodo di guerra.
Israele si trova in una situazione mediatica di grande difficoltà, accusa Hamas e i clan che controllano ancora buona parte della Striscia di sequestrare i camion di scorte alimentari che entrano per rivenderle a prezzi spaventosi, di accendere tumulti nei punti di distribuzione del cibo che culminano con morti e feriti, di postare foto fake. Inutilmente: l’impatto sull’opinione pubblica occidentale è tutto a sfavore del governo di Benjamin Netanyahu. E non solo del governo: le manifestazioni di antisemitismo palese o strisciante sono sempre più diffuse (con una allarmante equazione: ebreo uguale israeliano uguale sionista uguale genocida).

La differenza tra Starmer e Macron
Prima del vertice il presidente francese Emmanuel Macron annuncia che a settembre all’Onu la Francia riconoscerà la Palestina come Stato indipendente, come fece un anno fa la Spagna. L’altro ieri, durante la conferenza newyorkese, il premier britannico Keir Starmer, che ben conosce il mondo ebraico (sua moglie è una ebrea polacca e ha un figlio e una figlia di religione ebraica), si unisce ma con toni diversi. Il Regno Unito, dice, potrebbe riconoscere lo Stato palestinese se Israele non accetterà di cambiare la sua politica, «raggiungendo un cessate il fuoco a Gaza e ponendo fine alla “situazione spaventosa”, chiarendo che non annetterà la Cisgiordania e impegnandosi in un processo di pace che porti alla soluzione dei due Stati». Una dichiarazione arrivata proprio all’indomani del voto al Parlamento israeliano, la Knesset, a favore della annessione dei Territori palestinesi in Cisgiordania (che per Israele sono Giudea e Samaria).
La posizione del primo ministro britannico è diversa da quella di Macron e del premier spagnolo Pedro Sánchez. Il riconoscimento di uno Stato palestinese è una scelta politica per Francia e Spagna, a cui si sono associati, in un altro documento sottoscritto sempre durante la conferenza di New York, altri 13 paesi occidentali che valutano «positivamente» tale prospettiva (9 di questi non avevano mai annunciato passi formali in materia). Per il Regno Unito, invece, il riconoscimento è una “minaccia” condizionata a un cambiamento da parte di Israele.
La risposta del presidente americano Donald Trump è stata più che lapidaria: «Facciano quello che gli pare, tanto non cambia nulla sul terreno». Per Trump l’unica crisi è quella umanitaria. La questione dei “due Stati” è lontana anni luce, anzi non se ne parla nemmeno dopo il fallimento dell’ennesimo tentativo di mediazione dell’inviato Usa Steve Witkoff per un cessate il fuoco, l’ingresso del cibo e la liberazione degli ostaggi.
Quelle assonanze tra le posizioni di Londra e dell’Anp
Netanyahu ha risposto agli omologhi francese e britannico con toni durissimi: «Questo è un regalo ad Hamas, il premio per il massacro del 7 ottobre». Eppure, secondo quanto riportato dal Times of Israel e dalla agenzia Reuters, Starmer ha parlato con Netanyahu e con il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) prima di rendere pubblica la notizia, la conferma viene dall’agenzia di stampa ufficiale dell’Anp, Wafa. Nel suo annuncio, il leader britannico ha sottolineato che il riconoscimento di uno Stato palestinese non equivaleva a riconoscere il gruppo terroristico Hamas come legittimo attore statale. «Hamas è un’organizzazione terroristica responsabile delle atrocità del 7 ottobre 2023. Non deve mai essere ricompensata. Siamo stati inequivocabili nella nostra condanna di quegli attacchi malvagi e nel nostro sostegno al diritto dello Stato di Israele all’autodifesa», si leggeva nella dichiarazione del governo di Londra.
Ancora: «Hamas deve rilasciare immediatamente tutti gli ostaggi, firmare un cessate il fuoco immediato, accettare che non svolgerà alcun ruolo nel governo di Gaza e impegnarsi per il disarmo». Una dichiarazione che ha toni molto simili a quella di Mohammed Mustafa, il massimo leader palestinese dopo il presidente Abu Mazen, economista di livello internazionale, nominato dall’89enne presidente che ha delineato così una possibile ripresa del dialogo con Israele, per costruire uno Stato palestinese (quello che per ora esiste solo nelle dichiarazioni delle diplomazie).
Che cosa chiede Mustafa ai paesi arabi
«Dobbiamo tutti lavorare per riunificare la Striscia di Gaza con la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, senza occupazione, assedio, insediamenti, sfollamenti forzati e annessioni», ha detto Mustafa all’incontro di New York, «dobbiamo ricostruire Gaza per e con il nostro popolo, porre fine all’occupazione, raggiungere l’indipendenza palestinese, attuare la soluzione dei due Stati in cui Palestina e Israele vivano in pace e sicurezza per raggiungere la prosperità nella regione». Tutto molto simile a quanto era stato concordato da Arafat e Rabin a Oslo, trent’anni anni fa. Prima che Hamas facesse la sua sanguinosa irruzione sulla scena conquistando Gaza.
Mustafa sa bene che oggi, dopo trent’anni, la realizzazione del suo auspicio implica due condizioni, e cioè che Hamas consegni le armi all’Anp e che quest’ultima sia sostenuta da una forza reale, riconosciuta da tutto il mondo e non solo dall’Occidente. Cioè una coalizione di paesi arabi, appoggiata dall’Onu e da paesi “volontari”, una coalizione che veda in prima fila le monarchie del Golfo che hanno siglato gli Accordi di Abramo con Israele e soprattutto l’Arabia Saudita, che prima del 7 ottobre si apprestava a unirsi agli Accordi.
Finora, però, i paesi arabi hanno dato alle leadership palestinesi soldi (molti soldi), alloggi di lusso per i capi e campi profughi per il popolo. Per il resto solo parole. Sono disposti ad aiutare i “fratelli palestinesi” appoggiando una leadership che disarmi Hamas e riconosca Israele? Vedremo se alle nuove dichiarazioni di ieri seguiranno i fatti.
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Aggiornamento del 31 luglio 2025 – Questo articolo è stato modificato per includere le notizie riguardanti le dichiarazioni congiunte sottoscritte alla conferenza di New York sulla “soluzione dei due Stati“.
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