Stai su Twitter e ti tirano le pietre. Esci da Twitter e ti tirano le pietre

Il caso di Robert Habeck, leader tedesco dei Verdi che è uscito dal social network per evitare l’odio ed è stato ancor più odiato per averlo fatto

Mi si lapida di più se sono su Twitter o se non sono su Twitter? Mentre dalle nostre parti è tutto un carotaggio dell’immaginario collettivo appeso agli account di capipopolo e capipartito e un tuonare contro l’elettorato alla mercé dei social network, in Germania scoppia il kafkianissimo “caso Robert Habeck”. Al leader dei Verdi tedeschi – 90 mila follower tra Twitter e Facebook – non viene assolutamente perdonato l’addio ai social media deciso il 7 gennaio dopo notti insonni, un fattaccio, e uno «stupido errore» ripetuto due volte.

Il fattaccio è quello legato allo scandalo dei dati trafugati e pubblicati online durante un attacco hacker (ad opera, pare, di un ventenne poi arrestato) che ha coinvolto più di mille politici tedeschi e personaggi dello spettacolo. Habeck, che dal 2017 guida il partito ambientalista con Annalena Baerbock, è stato uno dei più colpiti, «trovare le mie chat familiari su tutti i Pc, in tutti i giornali tedeschi e in moltissimi altri media non è stato affatto piacevole».

LA GAFFE

L’errore invece l’ha commesso lui postando un video in cui affermava: «Dopo le elezioni del 2019 si farà di tutto perché la Turingia torni ad essere un paese aperto, libero, liberale e democratico». Apriti cielo: dopo essere stato fucilato di tweet dagli abitanti dell’est che da circa trent’anni e dalla riunificazione delle due Germania si sentono adeguatamente liberi e democratici, Habeck ha visto rinfacciarsi la gaffe dello scorso ottobre, quando commentando le elezioni in Baviera (dove i Verdi erano diventati il secondo partito), aveva twittato «finalmente è tornata la democrazia in questo Land». E giù mitragliate di critiche nonostante un successivo mea culpa linguistico.

DIVENTARE CATTIVI

«Quanto si deve essere stupidi per commettere due volte lo stesso errore?» ha scritto Habeck annunciando la chiusura dei suoi profili. «Twitter mi disorienta e mi rende poco concentrato», «è più aggressivo di qualsiasi altro mezzo digitale, e non c’è altro social con così tanto odio, cattiveria e diffamazione», «mi fa scattare qualcosa: sono più aggressivo, polemico, stridulo ed estremo, il tutto con una velocità che non lascia spazio alla riflessione. Evidentemente non sono immunizzato contro questa deriva».

APPLAUSI? MANCO PER SOGNO

E che ha ricevuto Habeck in cambio di un «Bye Bye Twitter und Facebook» che da solo dovrebbe consacrare la vittoria di tutte le omelie contro la deriva dei social nel paese che ha varato la prima legge al mondo contro l’hate speech e i post offensivi sui social network? Quella Germania così fissata con la rieducazione della steppa della rete dove ha luogo ogni discriminazione, sopruso, crimine, da punire con nuove e fantasiose aggravanti (mica per nulla il Bundesrat un anno fa ha annunciato di aver predisposto uno staff di 50 dipendenti del ministero della Giustizia che sorveglia e punisce chi non applica il codice contro l’odio della rete – il famigerato “Netwerkdurchsetzungsgesetz” – costringendo i social a cancellare contenuti diffamatori, pena multe fino a 50 milioni di euro)? Ha ricevuto applausi? Manco per sogno.

MA ‘NDO VAI SE TWITTER NON CE L’HAI?

«Come può ambire a governare il Paese, se si sente sopraffatto già da Twitter?», tuona il direttore di Die Welt Ulrich Poschardt, «il posto dei politici è dove c’è il dibattito», rincara il segretario generale della Spd, Lars Kingbeil. Habeck ha ogni diritto di chiamarsi fuori dalla società trasparente, ma non può dare la colpa ai social media se rifiuta di essere dentro il nuovo mondo, per plasmarlo, sostiene l’analista di Tagesspiegel Malte Lehming. Insomma, nuova gogna, nuove critiche, nuova cattiveria.

OLIMPIADE DEI PISTOLOTTI

Dopo averci spiegato che il male del mondo sono i social ora ci viene paradossalmente ricordato, citando a destra e a manca gli immancabili Donald Trump e Matteo Salvini, che chi padroneggia la comunicazione via social può plasmare dibattiti, celebrare i funerali di quarto e quinto potere, influire sui media tradizionali e perfino sulle persone. Può essere, ha ammesso Habeck, «che questo sia un errore politico perché mi priva della possibilità di raggiungere in maniera diretta più persone. Ma so che sarebbe un errore più grande non fare questo passo». Se un tempo ci chiedevamo se fosse più importante il singolo o la collettività, la libertà o la censura, la verità o il pericolo fake news, il legno storto dell’umano o l’algoritmo, oggi a ben vedere la risolviamo facile: comunque vada, l’olimpiade dei pistolotti e delle lapidazioni sui social continua.

Foto Ansa