Tiraboschi (Adapt): «Stato e Regioni sono i primi ad abusare degli stage»

Per l’allievo di Marco Biagi, il tirocinio andrebbe usato solo per la formazione. Per i lavori occasionali servono contratti flessibili

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«Se lo Stato e le Regioni sono i principali finanziatori di stage, perché sorprendersi se al termine del tirocinio poi lo stagista non ha un lavoro?». A lanciare le provocazione è Michele Tiraboschi, professore di Diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia, nonché direttore del Centro studi Marco Biagi e coordinatore del comitato scientifico di Adapt. Stato e Regioni, infatti, sono i principali promotori di stage, di cui però sembrano abusare proprio come tanti altri datori di lavoro. Un’osservazione, quella di Tiraboschi, che giunge proprio nei giorni in cui il dibattito sulla “Repubblica degli stagisti” ha ripreso a marciare tra luoghi comuni e ingiustizie reali e in cui l’ennesimo pacchetto di misure per agevolare le assunzioni è diventato legge.

Professore, è vero che lo Stato è il principale finanziatore di stage in Italia? Ci sono i numeri per dimostrarlo?
Francamente non capisco come mai il sottosegretario al Lavoro Carlo Dell’Aringa (in un’intervista alla Stampa del 23 agosto, ndr) abbia detto che nemmeno si sa quanti siano gli stagisti in Italia. È dal 2007, infatti, che chiunque attiva un tirocinio formativo è obbligato a comunicarlo all’ente preposto, Stato o Regione che sia. Il ministero dovrebbe avere ormai tutti i dati a disposizione. Ad ogni modo, sulla base dei dati empirici di cui disponiamo, risulta evidente che a usufruire in maniera massiccia dei tirocini formativi siano soprattutto Stato e Regioni.

Ci fa qualche esempio?
I tirocini per cento giovani nella pubblica amministrazione o quelli nei beni culturali, tutti quelli offerti dalle università: Stato e Regioni sono i più grandi programmatori, promotori e finanziatori di tirocini. Peccato però che non li utilizzino per fare formazione, come invece dovrebbe essere, ma come veri e propri contratti di inserimento, salvo poi fare ricorso a un forte turnover che nemmeno incentiva le assunzioni.

D’altronde, dopo il varo della riforma Fornero e l’entrata in vigore della legge che ad essa apporta alcuni correttivi, ancora non sembra che sia stato fatto molto per agevolare le assunzioni, almeno di chi vorrebbe assumere ma non può…
Oggettivamente la legge in questione (legge numero 99/13, ndr) contiene ben poche misure che vanno in questa direzione. Tutti gli osservatori concordano su questo punto. Per quanto riguarda la modifica apportata sul contratto a termine poi, per cui non dovranno più trascorrere due o tre mesi tra la cessazione di un tempo determinato e l’inizio del successivo ma solo qualche giorno, si tratta del sesto cambiamento in 11 anni. Se il legislatore continua a cambiare così frequentemente le regole, le imprese è naturale che si trovino disorientate. Non lamentiamoci però se alcune di esse poi decidono di preferire il lavoro in nero.

Cos’altro non va nella normativa vigente sul lavoro?
A parte le disposizioni sull’apprendistato che ancora una volta hanno avuto un impatto marginale, ce ne sono moltissime che per divenire pienamente operative necessitano di ulteriori decreti attuativi, comprese quelle che dovrebbero sbloccare le risorse. Detto questo, però, il vero problema è che è profondamente sbagliato inseguire la strategia degli incentivi economici.

Perché?
Potranno anche essere cospicui ma, a parte il fatto che non sono immediatamente operativi, gli incentivi drogano il mercato. E alla fine possono essere utilizzati solo da imprese che avrebbero comunque assunto e che pertanto godono di uno sleale vantaggio fiscale e contributivo, senza nemmeno creare nuova occupazione. È un impianto che aggrava ulteriormente il disallineamento tra domanda e offerta, già profondo in Italia.

Da dove bisogna ripartire, dunque?
Il tirocinio dovrebbe essere riabilitato come un vero strumento di orientamento e formazione e non dobbiamo distruggere i pochi canali disponibili per l’alternanza scuola lavoro. Mentre, per lavori occasionali o a di breve durata, si potrebbero utilizzare già tutte quelle forme che l’ordinamento mette a disposizione dei datori come i buoni lavoro della legge Biagi, i contratti a termine o  a progetto e il lavoro occasionale.

Il problema non è anche il costo del lavoro?
Certamente c’è un grosso problema legato al costo del lavoro e si dovrebbe in qualche modo tagliare il peso del fisco e della previdenza. Ma, forse, quando non ci sono risorse facilmente reperibili come ora, sarebbe meglio ribaltare il ragionamento: aumentare la produttività a parità di ore lavorate.

E come?
Coinvolgendo imprese e sindacati in un più efficiente sistema di relazioni industriali, che garantisca maggiore flessibilità organizzativa e gestionale. Un buon dialogo tra imprese e sindacati è infatti indispensabile, ancora prima che interventi legislativi da parte dello Stato. Del resto, se da noi un imprenditore come Oscar Farinetti (Eataly), uno dei pochi rimasti, vuole investire nel Sud Italia, ma subito il sindacato gli contesta di non assumere tutti a tempo indeterminato, dove vogliamo andare a finire?

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