«Sono le scuole paritarie a beneficiare lo Stato, non il contrario»

«Il laicismo statalista ha i suoi bigotti proprio come l’ortodossia». Intervista al filosofo Dario Antiseri

Ingresso di una scuola

È da oltre trent’anni che il filosofo Dario Antiseri parla di scuola libera. È da da oltre trent’anni che, lui, uno dei maggiori pensatori italiani contemporanei, torna a spiegare, con scritti e interventi pubblici, che «non può esserci diritto all’uguaglianza se non c’è diritto alla conoscenza, perché c’è la miseria materiale, ma c’è anche la miseria dell’ignoranza, non meno pericolosa».

Lunedì è stato pubblicato sul sito dell’editore Rubbettino un suo pamphlet Più libertà per una scuola migliore. Il libro, una cinquantina di pagine, è scaricabile gratuitamente e contiene, in estrema sintesi, i pilastri di ciò che, instancabilmente da trent’anni, Antiseri si sforza di spiegare a una società e a una politica sorda a idee di buon senso e libertà.

Professore, si ripete spesso che in Italia «le scuole paritarie sono libere sì, ma solo di morire». Frase che, in questo momento, è più vera che mai. Anche di fronte ai numerosi appelli degli istituti paritari il governo non ha fatto praticamente nulla.

È così, ed è una cosa incredibile. Non esiste corteo o convegno sulla scuola in cui le paritarie non siano attaccate e presentate come delle sanguisughe. Ma è vero esattamente il contrario!

Lei riporta nel suo pamphlet dei numeri noti: per ogni alunno della scuola statale, lo Stato spende in media più di 6.000 euro; per uno delle paritarie nemmeno 500. Ora con l’emergenza coronavirus molte famiglie si troveranno in difficoltà a sostenere le rette e il pericolo assai concreto è che molte paritarie possano chiudere.

Si rende conto? Se le scuole paritarie chiudessero lo Stato si troverebbe a dover far fronte a una spesa di 5 o 6 miliardi. E questo ci dice una verità inoppugnabile: è la scuola paritaria che beneficia lo Stato, non viceversa.

Siamo nel ventennale della legge 62/2000…

Nel libro riporto una coraggiosa dichiarazione dell’allora ministro Luigi Berlinguer: «È tempo di chiudere questo conflitto del Novecento: scuole statali contro private. Non esiste, non è più tra noi, ci ha fatto perdere tempo e risorse». E ancora: «Basta guardarsi in giro e si scopre che l’insegnamento è pubblico, fortemente pubblico, ma può essere somministrato da scuole pubbliche, private, religiose, aconfessionali in una sana gara a chi insegna meglio».

Concorderà con me, però, che, vent’anni dopo, una “effettiva parità” ancora non si è vista.

Certo, perché la legge 62/2000 è monca. Ha equiparato legalmente le scuole statali a quelle non statali, ma non lo ha fatto finanziariamente. E questo in barba all’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) e alla Risoluzione sulla libertà di insegnamento nella Comunità europea (14 marzo 1984). Gli Stati devono rendere possibile la libertà d’istruzione anche sotto il profilo finanziario.

Ma questo non avviene perché il pregiudizio verso le paritarie è fortissimo. Online non è difficile trovare gli interventi dell’attuale ministro Lucia Azzolina che, quando si rivolgeva all’allora omologo Marco Bussetti, ne approfittava per dire che l’unica scuola “pubblica” che vale la pena di sostenere è quella “statale”.

Questo pregiudizio è gravissimo, qui si fa confusione sui termini “pubblico” e “statale”. Il mio fornaio svolge un servizio pubblico pur non essendo un dipendente statale.

Perché un concetto tanto semplice non viene recepito?

Perché abbiamo una classe politica, da destra a sinistra, che con queste cose non ha mai voluto farci i conti. A causa della loro insipienza hanno lasciato sole le famiglie, famiglie salassate da tasse e rette.

Ma se queste famiglie sono ricche, come dice Azzolina, se le potranno pagare le scuole, no?

Ma, scusi, è esattamente vero il contrario. È proprio per il fatto che noi vogliamo che le scuole migliori non siano solo per i ricchi che sosteniamo le paritarie. Sa cosa mi disse una volta un vecchio comunista? “Dario, la sinistra non ha mai capito che il buono scuola è per i meno abbienti”. L’unico che in Italia ha fatto qualcosa è stato Formigoni con il buono scuola in Lombardia. Ma pensi anche ai padri scolopi o ai salesiani: loro hanno fatto le scuole per i ricchi?

Il suo libretto è una miniera di citazioni, una più efficace dell’altra, a favore della scuola libera: Toqueville, Rosmini, Mill, Einaudi, Sturzo, Popper, persino il comunista Gramsci e l’anticlericale Salvemini.

Chi difende la scuola paritaria non è “contro” la scuola statale. Anzi, io penso che quest’ultima sia un patrimonio che vada protetto e valorizzato. Il problema è il monopolio statale della gestione dell’istruzione, vera negazione della libertà.

Perché? Ci spieghi.

Perché una scuola non sarà mai uguale all’altra, tutte potranno migliorarsi attraverso la competizione. Senza il pungolo della competizione, ci si rimette tutti. Il monopolio statale nella gestione dell’istruzione è la negazione della libertà; è in contrasto con la giustizia sociale e devasta l’efficienza della scuola.

“Questo lo dice lei”, le direbbe un grillino.

No, questo lo scriveva Gaetano Salvemini sull’Unità del 17 ottobre 1913: «Dalla concorrenza delle scuole private libere, le scuole pubbliche – purché stiano sempre in guardia e siano spinte dalla concorrenza a migliorarsi, e non pretendano neghittosamente eliminare con espedienti legali la concorrenza stessa – hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere». O, ancora, sempre sull’Unità (17 maggio 1919): «Il metodo migliore per risolvere il problema […] è sempre quello escogitato dai liberali del nostro Risorgimento: non vietare l’insegnamento privato, ma mantenere in concorrenza con esso un sistema di scuole pubbliche». E vogliamo parlare di Gramsci?

Parliamone.

Così scriveva: «Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai Comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello Stato». E don Lorenzo Milani? Vada a rileggersi, c’è anche nel mio ebook, cosa scriveva ad Aldo Capitini a difesa di «una libera e realmente pari concorrenza» tra scuola statale e non statale. Mi sembra che ce ne sia a sufficienza per convincere anche il più arcigno degli statalisti.

Ho il dubbio che continueranno a chiamarle le “scuole dei preti” e le “scuole dei ricchi”.

Probabile. Parafrasando Julien Green, potremmo dire che il laicismo statalista ha i suoi bigotti proprio come l’ortodossia.

Foto Ansa