Sono anni che ci schiacciano due dita nella porta

Il caso del sindaco di Crema, che ha ricevuto un avviso di garanzia per l’infortunio di un bimbo all’asilo. Tutti protestano, ma bisogna arrivare fino alle estreme conseguenze

Una foto del sindaco di Crema Stefania Bonaldi presa dal suo profilo Facebook
Una foto del sindaco di Crema Stefania Bonaldi presa dal suo profilo Facebook

C’è qualcosa che non torna nella vicenda del sindaco di Crema, Stefania Bonaldi (Pd), raggiunta da un avviso di garanzia perché un bambino dell’asilo si è schiacciato due dita in una porta. O meglio, nella vicenda c’è qualcosa di non detto. O meglio ancora, c’è qualcosa che è stato detto, ma non fino in fondo.

Il caso, giustamente, ha sollevato un coro di proteste perché è evidente che al primo cittadino non può essere imputato nulla sull’infortunio del piccolo e, si spera, nulla le sarà imputato.

Resta però il fatto, come da più parti è stato rilevato, e l’assurdità di un “atto dovuto” da parte della Procura nei confronti di Bonaldi. Molti sindaci del Pd hanno protestato e la solidarietà nei suoi confronti è stata ampia. Da Giorgio Gori (Bergamo, Pd) fino a Beppe Sala (Milano, Pd), passando per Matteo Ricci (Pesaro, Pd) fino a Virginia Raggi (Roma, M5s) è stato tutto un “ma è una pazzia!”, “il livello di esasperazione è altissimo, “non si può andare avanti così” eccetera.

Il paradosso di Bonaldi

Come dare loro torto? Hanno ragione. Bonaldi si ritrova indagata per violazione di una delibera regionale che riguarda gli asili nido e impone «l’installazione di dispositivi idonei a evitare la chiusura automatica delle porte tagliafuoco».

Lei stessa ha fatto notare al Foglio il paradosso:

«Laddove io dessi indicazioni operative al mio comandante della polizia locale o al mio dirigente dell’ufficio tecnico rischierei di essere accusata di abuso d’ufficio, perché sono ambiti di loro competenza. Quando non intervengo, però, le responsabilità di ordine tecnico vengono comunque attribuite a me».

Tutto giusto. Il “non detto”, dov’è? Il non detto è che tutto ciò capita da anni, ma tutte le volte pare succedere per la prima volta solo quando capita a uno del Pd. Tralasciando i casi che hanno coinvolto gli amministratori del centrodestra, non è forse accaduta la stessa cosa a Chiara Appendino (Torino), Federico Pizzarotti (Parma), Luigi de Magistris (Napoli) fino al caso clamoroso di Marta Vincenzi (Genova, Pd) condannata per omicidio colposo plurimo per l’alluvione di Genova nel 2011?

Ora si levano al cielo alti lai per il duro e difficile lavoro del sindaco, uno che corre più pericoli del domatore di leoni, ma non è già tutto chiaro da anni?

Colpevole per quel che sei

In verità bisognerebbe provare a dire le cose fino in fondo, come è riuscito a fare Carlo Nordio sul Messaggero. Il quale, partendo da un fatto minimo e marginale, è riuscito a trarre delle considerazioni generali che dicono molto sullo stato dei rapporti tra politica e giustizia nel nostro paese.

Uno. In Italia si applica la «Taterschuld o colpa d’autore»: sei colpevole non per quello che fai, ma per quello che sei.

«Il sindaco occupa una “posizione di garanzia” generale. E se in città accade un qualsiasi evento funesto, nell’accertamento delle eventuali responsabilità si comincia comunque da lui».

Due. Quello ricevuto da Bonaldi è un “avviso di garanzia”, dunque, un atto a sua tutela. Che ridere, chi ci crede? La vicenda finirà nel nulla, ma – intanto – Bonaldi dovrà pagarsi un avvocato e la sua serenità andrà a farsi benedire.

Qui arriviamo al punto tre, l’inevitabile conseguenza. Poiché il sistema demenziale colpisce indifferentemente colpevoli e innocenti, c’è il rischio che l’innocente amministratore o sindaco (o governatore o presidente del Consiglio, capite?) diventi molto più – diciamo così – “cauto” nella sua azione politica.

«Con questo viatico è naturale che l’intero Comune si paralizzi e attui quella che si chiama “amministrazione difensiva”».

Non fare nulla, ma a norma di legge

L’unica cosa da fare per non pagare dazio è – perdonate l’iperbole – “non fare nulla, ma a norma di legge”. Non è solo un problema della politica, ma di tutto il nostro apparato burocratico che, infatti, è lento, elefantiaco e inefficiente perché impegnato più a parare possibili ricorsi e contestazioni che a facilitare l’azione.

Scrive Nordio:

«Questa è la conseguenza più perniciosa della delirante proliferazione investigativa: umiliati e offesi dalla valanga di inchieste giudiziarie – più o meno inventate, più o meno fondate – sindaci e amministratori non firmano più nulla, e se firmano lo fanno con mille riserve e cautele, rallentando quella catena decisionale senza la quale la stessa ripresa economica resta un’illusione infantile. Lo sa questo la ministra della Giustizia, Marta Cartabia? Certo che lo sa. Ma è imprigionata da settori di una coalizione che, per pregiudizi ideologici, o forse peggio, per ignoranza dei problemi, identificano l’efficienza della pubblica amministrazione con la probità assistita da una severa legislazione penale».

Abolire l’abuso d’ufficio

La verità da dire fino in fondo, quindi, è che reati come l’abuso d’ufficio o il traffico di influenze andrebbero, semplicemente, aboliti. Perché, in nome di una presunta legalità, in realtà avallano una concezione «inefficiente e cieca» della giustizia penale, che converte la prudenza degli amministratori in «pavidità» e «la loro iniziativa in inerzia».

Se non si fa questo passo, avvisa Nordio,

«i sindaci e i vari amministratori continueranno a essere presunti colpevoli, indagabili solo per il fatto di essere al loro posto, nella peggior applicazione della citata “colpa d’autore”».

Per fare ciò, però, Pd, cinquestelle e compagnia cantante (pure tanta gente di “destra”) dovrebbero rinnegare anni e anni di campagne mediatiche contro gli avversari al grido di “non potevano non sapere”. E dovrebbero capire che la questione non riguarda solo le dita di un bimbo chiuse in una porta, ma la concezione che loro hanno del loro agire politico.

Foto Ansa