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Siria, viaggio della Bbc nell’industria dei rapimenti. Tra interviste trappola, mediatori e riscatti (anche per Quirico?)

settembre 23, 2015 Leone Grotti

La tv britannica racconta il business dei sequestri di giornalisti in Siria. E parla di «4 milioni di dollari» pagati per la liberazione dell’inviato della Stampa

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«Ho aiutato a negoziare il rilascio del giornalista belga Pierre Piccinin da Prata e di quello italiano Domenico Quirico. I rappresentanti delle loro famiglie hanno effettuato un pagamento di 4 milioni di dollari, al quale ho assistito». È quanto dichiarato da Moutez Shaklab, mediatore turco nei casi di rapimento in Siria, al giornalista siriano Omar Al-Maqdud, che ha realizzato per la Bbc un lungo articolo e un documentario sull’industria dei rapimenti.

181 GIORNALISTI RAPITI. Al-Maqdud ha intervistato giornalisti rapiti e poi rilasciati, spie che indicano ai rapitori i movimenti dei cronisti da sequestrare e mediatori che lavorano per il rilascio. Dal 2011, 181 giornalisti sono stati rapiti in Siria. Di questi, almeno 29 sono ancora nelle mani dello Stato islamico o di altri gruppi jihadisti. Secondo un rapporto dell’intelligence americana, lo Stato islamico nel 2014 avrebbe guadagnato 25 milioni di dollari in riscatti per la liberazione di prigionieri.

LA SPIA. Il primo intervistato dal giornalista siriano è un uomo che si fa chiamare Abu Huraira e che afferma di aver lavorato per lo Stato islamico. Ex membro dell’Esercito libero siriano, si è unito ad un gruppo locale affiliato ad Al-Qaeda, per poi entrare nello Stato islamico. Ora ha abbandonato il gruppo e si fa trovare nella città turca di confine Antakya. «Mi fingevo un rifugiato siriano e mi mettevo d’accordo con gli accompagnatori dei giornalisti per farmi intervistare. Poi consigliavo un posto dove fare alcune riprese» e mandavo i rapitori nello stesso luogo. «Poi non avevo più niente a che fare con queste persone».

«MOLTI FORNISCONO INFORMAZIONI». Ha smesso di fare il suo “mestiere”, quando gli è stato chiesto di aiutare a rapire un suo amico: «Non potevo diventare responsabile per il suo rapimento. Perciò gli ho detto: “Vattene da qui, da questo paese, perché ti hanno preso di mira”». Il giornalista siriano assicura di aver verificato tutta la storia e di aver ottenuto da Abu Huraira molte prove di come venivano organizzati i sequestri. «Ci sono moltissime persone come me desiderose di dare informazioni ai rapitori», conclude l’ex spia.

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IL GIORNALISTA RAPITO. Tra i tanti giornalisti rapiti, e rilasciati, c’è Milad Al-Shihaby (foto sopra), siriano di Aleppo, catturato dallo Stato islamico dopo aver denunciato le atrocità commesse dal gruppo. «Mi hanno tenuto in una cella per 13 giorni insieme ad altre 200 persone. Sono stato bendato per 10 giorni, poi per altri tre giorni mi hanno tenuto bendato e ammanettato». Al-Shihaby racconta di come molti prigionieri venivano torturati, appesi per le mani a dei ganci per ore intere con le gambe penzoloni nel vuoto. «Molti prigionieri sono stati giustiziati perché non volevano convertirsi all’islam». Lui per sua fortuna era musulmano e si è salvato quando l’Isis ha abbandonato il luogo dove li teneva prigionieri, in seguito a un attacco dell’Esercito libero siriano. Così, dopo aver passato in tutto 16 giorni in detenzione, Al-Shihaby è tornato libero.

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IL MEDIATORE. Molti giornalisti sono stati liberati grazie all’aiuto di Moutez Shaklab (foto sopra), proprietario di una panetteria a Istanbul. Avendo molti contatti in Siria, è sempre riuscito a fare il lavoro di mediatore: «Tu chiami i rapitori», spiega, «e gli chiedi se hanno davvero la tal persona. Loro ti dicono: “Sì”. Allora gli chiedi una prova. Loro ti chiedono: “Che tipo di prova?”. Una volta mi è stato chiesto dai familiari del rapito di domandare: “Qual è il nome del suo fratello più grande? Quando e dove è morto?”. Abbiamo posto il quesito e quando abbiamo ricevuto la risposta, sapevamo che il ragazzo era vivo».

RISCATTO DI QUIRICO. Per quanto riguarda il rapimento del giornalista della Stampa, Quirico, e del suo collega belga, Shaklab afferma che una somma di 4 milioni di dollari è stata caricata in un camioncino e portata in un edificio, dove i rapitori hanno contato il denaro e se ne sono andati. In questo caso, continua, i rapitori erano membri dell’Esercito libero siriano che si erano appena uniti a una fazione di islamisti. Ma con lo Stato islamico non va sempre così bene, perché spesso l’Isis rapisce le persone per punirle, per propaganda e non solo per fare soldi. «Una volta mi hanno accusato di essere un blasfemo. Il loro livello di ostilità mi ha spaventato e me ne sono andato».


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