Siria, padre Hanna: «Il nostro Natale sotto Al Qaeda. Rimarremo cristiani fino all’ultima goccia di sangue»

Rapito e poi rilasciato da Al Nusra, padre Hanna Jallouf celebrerà a Knayeh il 24 dicembre: «Possiamo dire Messa ma non uscire fuori dalla chiesa»

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Non sarà un presepe classico ma è sempre meglio che niente. In occasione del Natale, sotto l’altare della chiesa di San Giuseppe, nel villaggio di Knayeh, in Siria, ci sarà solo una culla. Ma che i francescani possano adagiarvi dentro Gesù bambino è già un miracolo se si pensa che la città è saldamente controllata da Jabhat Al Nusra, la milizia siriana di Al Qaeda.

MESSA DI NATALE. Il parroco Hanna Jallouf, francescano siriano di 62 anni, è stato rapito ad ottobre insieme ad altri 16 parrocchiani e poi liberato. Questa esperienza non l’ha spinto a lasciare il Paese. È rimasto e il 24 dicembre celebrerà la Messa di Natale, come raccontato in un’intervista all’agenzia Sir. «Con tutte le difficoltà che abbiamo, manteniamo una certa libertà di culto. Possiamo celebrare Messe ma non possiamo uscire fuori dalla chiesa. A Natale non possiamo abbellire l’esterno della chiesa, fare il presepe, allestire l’albero. La nostra Messa di mezzanotte la celebreremo il pomeriggio per motivi di sicurezza. Mancheranno le luminarie, ma non fa nulla. In chiesa avremo un piccolo presepe, fatto solo di una piccola culla per deporre il Re della pace».

«CRISTO È LA PACE». Com’è possibile parlare di pace in Siria ed essere ancora credibili? «Alla comunità di Knayeh dirò che Cristo è la pace e solo da lui viene questo dono. Da Lui il coraggio e la forza per sostenere tanta sofferenze. Alla mia gente dirò, ancora una volta, di testimoniare pace, gioia e unità. Perché ne siamo certi: la Siria vedrà ancora il sole sorgere. La notte sta passando e una nuova alba è vicina».

«SOLO CORANO A SCUOLA». Nell’attesa, i circa 800 fedeli rimasti della zona si stanno preparando al Natale: «Hanno pulito le case e preparato anche qualche dolce. Tante famiglie cristiane però sono andate via a causa della guerra e della violenza. Ma anche per permettere ai figli di continuare a studiare. Nelle scuole del villaggio, ormai, si insegna solo il Corano».
Chi scappa non può essere biasimato: «La situazione è grave. Nel villaggio ci hanno portato via le nostre terre, le nostre case, abbiamo subito espropri. Hanno tagliato anche gli olivi per avere legna, ma erano fonte di sostentamento per molti. Abbiamo passato un periodo davvero triste ma il Signore era con noi e abbiamo sentito la sua mano potente sul nostro capo e sui nostri villaggi. Dio è nostro Salvatore e protettore. Non sappiamo come andrà a finire e, per questo, viviamo alla giornata. Abbiamo paura del futuro ma la speranza è che il Signore ci protegge».

«FINO ALL’ULTIMA GOCCIA DI SANGUE». Chi è rimasto, lo fa per un motivo preciso: «Sopravviviamo perché vogliamo dire ai fondamentalisti che siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte. I nostri avi sono nati e morti qui. Così faremo anche noi», conclude padre Hanna. «Con la popolazione locale non abbiamo problemi, abbiamo paura di questi fondamentalisti venuti da fuori che non conoscono la nostra terra e la nostra tradizione di convivenza. Hanno provato a convertirci ma senza successo. Quando ero in prigione volevano che diventassimo musulmani. Abbiamo detto loro che siamo cristiani e che lo rimarremo fino all’ultima goccia di sangue. In quei giorni di detenzione abbiamo sentito la preghiera della nostra comunità e della chiesa intera. Nel villaggio le case dei cristiani erano diventate tante cappelle di adorazione eucaristica».

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