«La sinistra che si riconosce in Travaglio è una sinistra che ha perso la bussola»

Intervista a Massimo Adinolfi, docente di Filosofia teoretica all’Università di Cassino ed editorialista dell’Unità: «il giornalista del fatto è un pessimo testimone di come funziona la giustizia»

Per Massimo Adinolfi, professore di Filosofia teoretica all’università di Cassino ed editorialista de l’Unità e del Mattino, il voto sulla responsabilità civile dei magistrati «è il segnale che bisogna mettere mano alla giustizia, con una riforma» perché «il sistema italiano rappresenta un’anomalia assoluta».

Alla Camera è stato approvato l’emendamento Pini sulla responsabilità civile dei magistrati e decisivo è stato il voto segreto di 30-40 deputati del Pd, una scelta che ha spaccato il partito cui, tra l’altro, anche lei è iscritto. Cosa ne pensa?
Se è il segnale di qualcosa, penso sia quello che alla giustizia bisogna metter mano e che una riforma è indispensabile. D’altra parte, sia Matteo Renzi sia il ministro Andrea Orlando l’hanno annunciata per il mese di luglio, per cui penso che sia possibile e necessaria una riforma ben più organica di un emendamento. Sicuramente quello approvato alla Camera mette in luce uno dei punti più critici del sistema attuale, perché la responsabilità civile, per come è regolata oggi in Italia, non funziona. Sono abituato a giudicare le leggi dagli effetti concreti che producono e i risultati raggiunti in più di vent’anni del sistema attuale per la responsabilità dei magistrati hanno portato, mi pare, a solo quattro condanne. Onestamente, dire che i casi di malagiustizia da punire in vent’anni siano stati solo quattro, mi sembra ridicolo.

Mercoledì sera, ospite a La7 alla trasmissione “Otto e mezzo”, ha avuto un vivace scontro di opinioni con Marco Travaglio. Lei lo ha accusato di giudicare la storia solo con categorie penali. Cosa intendeva?
Penso che Travaglio sia un pessimo testimone di come funziona la giustizia. Difficilmente dedica i suoi articoli alle vicende di malagiustizia o al funzionamento delle carceri. Gli basta dire di crearne ancora di più e di sbattere ancora più persone dentro, anche prima di una condanna definitiva. Sono convinto che, se si vuole comprendere cosa è accaduto in Italia – e mi riferisco a qualsiasi periodo della storia, ma anche agli ultimi vent’anni post Tangentopoli –, occorra chiedere un contributo non solo al giornalista o al penalista, ma anche allo storico, che usa un ventaglio di elementi e parametri di giudizio maggiori e più pertinenti. Non basta sovrapporre le indagini della magistratura alla politica per spiegare come sono andate le cose. Ricordo bene, ad esempio, cos’era la Prima Repubblica nella sua fase autunnale, alla fine degli anni Ottanta. Non mancavano certo gli scandali, ma nessuno storico serio si può accontentare di raccontare la fine della Prima Repubblica con l’elenco dei politici inquisiti. Occorre pensare anche che in quel periodo avveniva la fine della contrapposizione dei blocchi Usa-Urss, un rallentamento economico del paese, un indebolimento del sistema dei partiti e della funzione stessa della politica, e che tutti questi elementi – insieme anche allo scandalo della corruzione – hanno portato alla crisi della Prima Repubblica. In realtà, sono convinto che la corruzione sia tanto più alta quanto minore è la consapevolezza del proprio ruolo per la politica, e in questi giorni lo si vede chiaramente.

A cosa si riferisce?
Persino dalle ultime inchieste di cui leggiamo sui giornali in questi giorni si vede che la corruzione investe anche la magistratura, l’imprenditoria, le forze dell’ordine: non solo i politici. Si vede che è un intero paese che ha perso la propria concezione di sé, la propria funzione, l’orizzonte anche simbolico di riconoscimento del proprio ruolo, cioè il senso di far qualcosa di utile per se stessi e per la comunità.

Durante la trasmissione, Travaglio le ha replicato che c’è uno Stato corrotto dove la politica è scesa a patti con la mafia.
Per Travaglio – parlano i suoi libri per lui – la trattativa c’è stata, anche se ancora non sono ben delineate, io credo, le tipologie di reato configurabili. Come gli ho risposto, la sua è una storia magari intrigante da leggere, ma solo un’interpretazione di certi fatti. Ma Travaglio non coglie il punto di quello che è avvenuto negli anni delle stragi mafiose.

Cioè?
Il contrasto alla mafia non può essere affidato solo alla magistratura. È comprensibile che la politica si domandi come fronteggiare la criminalità. La vicenda processuale della presunta trattativa è ancora in corso di definizione; inoltre il fatto che lo Stato si sia posto la domanda di cosa fare per fermare le stragi non significa per forza che poi sia venuto a patti con la criminalità organizzata. Mi colpisce anche che nel suo racconto Travaglio citi come motore della trattativa i casi di alcuni politici spaventati da possibili ritorsioni della mafia su di loro (per esempio Calogero Mannino, ndr). Però Travaglio non si pone minimamente il problema che un conto è la comprensibile preoccupazione del singolo, un conto è l’effettiva azione dello Stato. Non ha la percezione che lo Stato possa procedere su un piano che non si incrocia necessariamente con la paura di questo o quel singolo politico.

Lei ha ribattuto al giornalista scherzando sul fatto che mentre negli ultimi 150 anni la filosofia non esprime più certezze, Travaglio enunciava le sue convinzioni come certezze indiscutibili.
Penso che il complesso di idee che esprime Travaglio, al di là delle singole fattispecie, abbia un chiaro connotato ideologico che mi piacerebbe dire di “destra”.

Travaglio, però, è ritenuto da gran parte della sinistra italiana un riferimento. Anche i deputati del Pd che hanno votato per la responsabilità civile dei magistrati lo hanno fatto perché tutelati dal segreto. Che ne pensa?
Sono convinto che un Travaglio non sia di sinistra, come per altro dice apertamente lui stesso, anche se è vero che molti elettori di sinistra la pensano come lui. Questo perché la sinistra italiana, negli ultimi anni, ha perso la bussola. Ma si tratta di un equivoco che è stato svelato di recente attraverso il M5S, un equivoco che oggi si rivela ancora più chiaramente nell’accordo M5S-Farage. La sinistra storica è garantista, e sono sicuro che nel Pd ci sia una parte molto forte di politici garantisti, compreso l’attuale ministro della giustizia Orlando. Spero porti avanti questa sua convinzione con atti concreti e spero anche che l’equivoco che c’è stato sinora sulla sinistra “manettara” si possa risolvere.