Siamo noi che ci siamo consegnati in ostaggio a Facebook

La “guerra” tra Australia e il colosso web ci dice un po’ di cose sulla situazione in cui ci siamo andati a cacciare, consegnando le nostre comunicazioni di servizio a un privato

Se ci fossero in giro dei ladri tra noi, non faremmo di tutto per fermarli? Certo. Allora, perché nei confronti dei “ladri di notizie” non facciamo nulla? La questione è complessa e la domanda ha molto a che fare con la nostra quotidianità e con il nostro modo di informarci. In Australia, sul punto, si sta molto discutendo dopo che il social network Facebook ha deciso di porre un blocco alla condivisione delle notizie date sui siti di informazione. L’Australia, infatti, ha promosso una legge che impone alle grandi aziende del web di rimborsare gli editori per l’utilizzo dei loro contenuti. La legge non è ancora entrata in vigore perché il governo ha concesso tempo a editori e grandi siti (leggi: Facebook e Google) di trovare un accordo (leggi: compensi in denaro). Se Google ha deciso di riconoscere qualcosa ai siti di informazione in cambio dell’indicizzazione delle loro news sul proprio sito, così non ha voluto fare Facebook che ha bloccato le condivisioni.

Il problema – come spiega Il Post in un articolo che ripercorre la vicenda – è che il blocco «non ha interessato solamente le anteprime e le pagine dei giornali, ma anche diversi altri contenuti sul social network legati alle istituzioni e ad alcune organizzazioni senza scopo di lucro. Facebook ha detto di avere bloccato più contenuti perché la nuova legge è piuttosto vaga su cosa renda o non renda necessario un pagamento agli editori, ma ha annunciato che rivedrà alcune scelte e sbloccherà contenuti limitati per errore».

Mentre il gigante prosperava

Illustrando ieri sulle pagine del Messaggero la questione, Carlo Nordio ha espresso alcuni giudizi condivisibili. Secondo Nordio, quello australiano è «un provvedimento nuovo ma giusto, visto che i costi sono sostenuti da questi ultimi [gli editori, ndr], mentre quelle [le piattaforme web, ndr] ne traggono vantaggi gratuiti». Resta però un problema, che è quello dei siti dei pompieri o degli ospedali o di qualunque altro servizio pubblico che utilizza Facebook per comunicare con tempestività le proprie informazioni. E qui sta il busillis, nota Nordio.

«Questo sito [Facebook, ndr], utilizzato in origine da giovani esuberanti e inventivi, è diventato un pulpito di iniziative politiche, di esortazioni omiletiche, di promozioni economiche, di suggerimenti finanziari, di divertenti videogiochi, di contrasti polemici e di scambi sentimentali. Ha sostituito gli augusti scranni dei parlamenti, dei governi e persino della Chiesa, per inviare messaggi ridotti nel contenuto ma incisivi nella rapidità. E mentre il gigante prosperava, non ci siamo accorti che in questo modo non solo sfuggiva al nostro controllo, ma che, affermandosi come indispensabile strumento di comunicazione, assumeva un potere che condizionava, assorbendole, alcune prerogative dello Stato».

Il tornaconto di Facebook

Il problema, dunque, è a monte e nella scelta – certamente improvvida – di avere consegnato a Facebook non solo la comunicazione personale (dove faccio le vacanze, le foto dei compagni di scuola, i propri gusti in materia musicale…), ma anche la comunicazione tout court: politica, sanitaria, di servizio.

«Se infatti i pompieri e gli altri servizi pubblici australiani si trovano ora limitati nelle informazioni e paralizzati nell’operatività è perché, step by step, si sono consegnati negli anni a questo colosso confidando nella sua efficienza e nella sua lealtà solidale. Dal canto suo Zuckerberg ha abilmente inserito nel contesto dell’informazione gratuita quella che potremmo chiamare informazione di servizio, ipotecando progressivamente l’interesse collettivo nel vincolarlo al suo tornaconto privato.  E adesso che questo tornaconto è – si fa per dire – minacciato dall’imposizione di un sacrificio economico, il proprietario reagisce sopprimendo gli annunci di pubblica utilità».

Recuperare sovranità

Il risultato è che oggi il nostro mondo «si trova ingabbiato in una rete tentacolare dalla quale può districarsi soltanto recuperando quella parte di sovranità che aveva ceduto, quasi senza accorgersene, a un monopolista privato». Che fare, dunque? Per Nordio la soluzione è che gli Stati facciano sentire la propria voce nei confronti di queste aziende: o favorendo accordi con i privati (ad esempio come successo tra Google e editori in Australia) o agendo d’imperio con leggi vincolanti. Certo, nota giustamente Nordio in chiusura, questo è più facile per i regimi come la Cina, mentre è più difficile per le democrazie. «Ma sarebbe bene che l’Europa cominciasse a occuparsene. Dopo la figuraccia sui contratti dei vaccini, che l’ha messa alla mercé della Pfizer, non vorremmo che si trovasse un domani a dipendere da Facebook, che ha introdotto quello virtuale».

Foto Ansa