Servirebbe un Formigoni a Reggio Calabria

Il Corriere descrive l’esodo sanitario italiano: tutti si curano in Lombardia. Chissà come mai. Tre osservazioni

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Ieri sul Corriere della Sera è apparso un articolo di Federico Fubini intitolato “Il Sud e l’esodo sanitario”. Ne riproduciamo in pagina il grafico a corredo, già di per sé esplicativo delle parole di Fubini che, sulla scorta della notizia di cronaca dello scioglimento per infiltrazioni mafiose dell’Azienda sanitaria di Reggio Calabria, fornisce qualche numero interessante su cui ragionare.

TUTTI A MILANO

Scrive Fubini:

«Il più recente rapporto del ministero della Salute mostra che nel 2016 oltre mezzo milione di ricoveri per malati acuti in regime ordinario sono avvenuti fuori dalla regione di residenza. Un quarto dei calabresi e oltre un quinto dei siciliani si sono trasferiti altrove per trovare un letto in un ospedale di cui potessero fidarsi. In Lombardia, di gran lunga dominante nell’industria della salute, più di un ricovero per malati acuti ogni dieci è di un residente di un’altra regione».

E poi ancora:

«È nella cura dei tumori che l’esodo diventa una migrazione di massa. Nel 2016 si è trasferito fuori dalla regione più del 40% degli abitanti della Calabria che aveva bisogno di ricovero per una condizione acuta, il 19% degli abruzzesi e il 16% dei campani. All’estremità opposta, la Lombardia in totale ha offerto il doppio dei ricoveri per tumore rispetto alla seconda regione più attiva (il Lazio) e il 16% dei malati venivano dal resto del Paese. Quasi nessun lombardo si trasferisce altrove per curarsi. Ma molte migliaia di siciliani, piemontesi, pugliesi, liguri e campani arrivano ogni anno a Milano con le loro famiglie per questo motivo».

Ciò che scrive Fubini è noto da anni. Nel senso che da anni è risaputo che il sistema misto pubblico-privato lombardo è più efficiente e che la gente (quando ha a che fare con un problema di salute che la riguarda in prima persona) vuole essere curata nel miglior ospedale possibile. E se questo è in Lombardia, viene in Lombardia.

L’ALTRO LATO DELL’ICEBERG

Fubini fa anche notare «l’altro lato di questo enorme iceberg della sanità italiana» e cioè che

«ogni regione di residenza del malato deve rimborsare la regione che fornisce le cure, i trasferimenti fra Sud e Nord d’Italia sono ormai cifre di rilevanza macroeconomica. All’ultimo accordo della Commissione salute delle regioni, il totale delle compensazioni vale 4,6 miliardi di euro all’anno. La Lombardia ha il saldo netto positivo di gran lunga maggiore, perché riceve dalle altre diciannove amministrazioni sanitarie d’Italia poco più di 800 milioni di euro all’anno: un contributo decisivo ai bilanci dell’intero settore ospedaliero privato convenzionato di Milano, senz’altro migliaia di posti di lavoro in più».

Quelle del Corriere sono tutte osservazioni pertinenti e suffragate dai numeri, che, però, mancano di una considerazione finale imprescindibile. Secondo Fubini, infatti, questa situazione «non è colpa di Milano, né del Veneto o dell’Emilia-Romagna. È il frutto della sfiducia degli abitanti del Sud verso le istituzioni dei loro territori. Queste ultime dovranno riguadagnarsela, gli elettori e contribuenti dovranno esigere più responsabilità dei loro enti locali e negli ospedali, perché questi squilibri inizino a ridursi». D’accordo, ma anziché limitarci al richiamo morale, proviamo a riformulare il quesito sotteso alle parole di Fubini secondo un’altra prospettiva. La domanda giusta da porsi, infatti, non è: “Perché al Sud la gente non si fida a farsi curare negli ospedali del territorio?”. Ma: “Perché tutti vanno a curarsi in Lombardia?”.

LIBERA SCELTA AL CITTADINO

La risposta è semplice: perché in Lombardia gli ospedali sono migliori. Già, e perché sono migliori? Ve lo diciamo noi perché: perché 18 anni di amministrazione formigoniana hanno reso la sanità lombarda la migliore d’Italia. Come ha spiegato Nicola Sanese, braccio destro operativo di Formigoni per tutto quel periodo, in una recente intervista al Foglio (“18 anni di governo, spiegati”),

«Sulla Sanità abbiamo creato un sistema regionale di “quasi mercato” in cui l’offerta di servizi viene fatta da soggetti pubblici e privati accreditati. Abbiamo operato, secondo la legge nazionale, alla “aziendalizzazione” degli erogatori pubblici (ospedali, Asl), ma qui in Lombardia le abbiamo parificate alle strutture private, garantendo la libera scelta del cittadino, che può andare all’Ospedale di Niguarda o all’Humanitas, come crede. Così sono nate le grandi strutture private in Lombardia, lo Ieo, il Monzino, il gruppo San Donato e l’Humanitas, ad esempio».

GRILLINI E LEGHISTI

Tutto ciò per dire tre cose:

1. Quei burloni dei cinquestelle in Regione, che hanno presentato in Consiglio una mozione di “Richiesta di risarcimento danni a seguito della condanna in via definitiva per corruzione di Formigoni” forse farebbero bene a scendere da Marte sul pianeta Terra. Grazie alle giunte formigoniane non solo la sanità lombarda è stata la migliore d’Italia, non solo – come dimostra l’articolo di Fubini – da tutta Italia la gente viene a curarsi in Lombardia, ma addirittura, il suo sistema ha reso “ricca” la Lombardia. Altro che “soldi rubati ai malati”.

2. Si legge su diversi quotidiani che la giunta lombarda oggi a trazione leghista abbia intenzione di “smontare” il sistema attuale e dare maggiore centralità al pubblico. Ovviamente, dato che stiamo parlando di politica e non di verità rivelate, ogni sistema amministrativo è migliorabile, anche quello lombardo. La domanda è: se un sistema funziona, va “smontato” o “aggiornato”? La stella polare dell’amministrazione Formigoni è stato di “mettere la persona al centro” secondo il noto principio di sussidiarietà. Quella leghista, qual è?

3. Chiunque avrà la pazienza di leggere le lettere che in questi giorni stiamo pubblicando sul nostro sito (lettere di persone che scrivono a Formigoni per esprimergli vicinanza dopo la sua incarcerazione), ne troverà più d’una di persone non lombarde che sono grate all’ex governatore per essersi potute curare negli ospedali regionali. Serve altro per dire che la risposta all’esodo sanitario drammaticamente descritto da Fubini non è un appello generico ad essere “più responsabili” ma il riconoscimento di un dato di fatto? Servirebbe un Formigoni a Reggio Calabria.

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