Senza la comunione, tutto, anche nella Chiesa, diventa “politica”

Se noi cattolici non riconosciamo ciò che ci tiene insieme “prima”, ci divideremo in base alle nostre opinioni

Caro direttore, Santa Romana Chiesa è un organismo umano (derivante dal fatto che Dio di è incarnato), ma è diverso da tutti gli altri organismi umani. Essa è portatrice di un Altro e, per questo, pur avendo una struttura retta da uomini, è costituita da una ontologia (direbbero i filosofi istruiti) che la rende “unica”, pur vivendo nella storia del mondo. Quando sono entrato veramente nella Chiesa, a diciotto anni, ho capito dove poggia la “diversità” della Chiesa. Essa non è una società, una cooperativa o un club o un’associazione: la Chiesa è essenzialmente “comunione”, a imitazione dell’Essere stesso di Dio, che è Trinità.

Il Servo di Dio don Luigi Giussani, durante tutta la sua vita, ha ripetutamente insistito nel mettere in rilievo questa dimensione essenziale di ogni comunità cristiana e della Chiesa in quanto tale.

Già nel libretto del 1959 (Gioventù Studentesca: riflessioni sopra un’esperienza) ora in Il cammino al vero è un’esperienza (Rizzoli), don Giussani scrive:

«Per quanto intelligente, volonteroso, attivo uno sforzo per proporre la realtà cristiana che volesse rimanere individuale e prescindesse da un sistematico riferimento alla comunità non sarebbe uno sforzo sicuro» (pag. 42).

E più avanti, a pag. 159 ribadisce:

«Perché Dio ci si fa incontrare nel mondo attraverso la Sua Chiesa? Per farci entrare dentro la sua vita che è il fondo di tutte le cose. Questa partecipazione, in linguaggio cristiano, si chiama, con bellissima parola, “comunione”».

E dopo avere citato san Giovanni (GV 1 1,3), spiega che

«la “comunione” indica una capacità talmente profonda della vita della persona che questa non può da sola realizzarla; è una capacità che sta alle origini del nostro essere, là dove esso vien fatto da Dio; è la capacità di partecipare alla vita stessa del Mistero che crea tutte le cose, la Trinità … Questa comunione con Cristo investe tutta la vita, genera realtà nuove e quindi dinamismi nuovi in tutta la vita e i suoi vari aspetti» (pag. 159-160).

In un libro del 1996 (Si può veramente vivere così?, Bur), don Giussani ribadisce che «la dimensione comunionale è il termine portato dalla realtà umana vissuta da Cristo» (pag. 257).

In un altro libro del 2001 (Affezione e dimora, Bur), il nostro caro Servo di Dio, dopo avere citato un versetto della preghiera di compieta, aggiunge:

«Questo legame – che ci unisce così, membra l’uno dell’altro come in un corpo solo, che come tipo di dinamica piega ognuno di noi a essere soggetto di questo riconoscimento unitario – si chiama anche communio, comunione … La comunione è l’intensificarsi e il radicalizzarsi, il diventar radice in ogni rapporto di quella forza con cui Cristo ti prende, prende il  tuo corpo, il tuo cuore e la tua anima e li assimila a sé. La modalità del rapporto con Cristo è un legame ontologico di una forza tale che non c’è, per sé, nessuna possibilità di bello o di cattivo che lo possa contestare» (pag. 344).

In uno dei suoi libri più importanti (Perché la Chiesa, pubblicato da Rizzoli nel 2003), riferendosi al sorgere delle prime comunità cristiane, don Giussani scrive che

«c’è una parola con cui veniva definito il tipo di vita alla quale quella comunità animata dallo Spirito si destava. Non è infatti il fenomeno comunitario come tale a distinguere il fatto cristiano, bensì il fenomeno comunitario assunto e vissuto in un determinato modo. La parola che indica quel determinato modo è  in greco la parola koinonia, in latino la parola communio. Essa definisce la struttura di rapporti che qualifica il gruppo, rappresenta il termine che specifica nel Nuovo Testamento un modo di essere e un modo di agire, un modo di vivere proprio della collettività cristiana, una maniera di comportarsi con Dio e con gli uomini» (pag. 123-124).

La “comunione”, dunque, costituisce l’aspetto che caratterizza il modo nuovo di vivere e di agire (“dinamismi nuovi”) all’interno di quel mondo “nuovo” costituito da Santa Madre Chiesa. Essa costituisce non solo l’aspetto ontologico di questa sorprendente novità, ma determina anche la modalità con cui i cristiani si trattano tra loro (o dovrebbero trattarsi).

Mi sono tornate in mente queste considerazioni di fronte ad alcuni fatti, accaduti all’interno della Chiesa, in questi tempi, già resi confusi e preoccupanti per tanti altri aspetti.

Mi riferisco, ad esempio, al modo, mi pare per nulla comunionale, con il quale monsignor Vincenzo Paglia ha riformato l’ente fondato da san Giovanni Paolo II per affrontare, a 360 gradi, i problemi della famiglia. Ci si è comportati come in una qualsiasi multinazionale capitalista, abituata a licenziare senza preavviso e senza motivazioni. E, soprattutto, senza alcun riguardo dovuto a fratelli che appartengono alla stessa comunione.

Mi riferisco, anche, ai prelati tedeschi, che pretendono di indire un sinodo nazionale, anche contro il parere espresso dallo stesso Pontefice, garante della comunione universale, con lo scopo espresso di determinare alcune regole su materie molto delicate, indipendentemente dal giudizio di Roma: qui la comunione rischia di essere addirittura spezzata anche formalmente.

Si potrebbero fare tanti altri esempi.

Caro direttore, ciò che mi addolora è il constatare che quando gli uomini di Chiesa, siano essi chierici oppure laici, abbandonano di fatto il criterio della comunione, anche contro ogni intenzione riducono la Chiesa ad una sorta di partito, con tutti i difetti che questo organismo può facilmente avere. Come in un partito, anche nella Chiesa si possono formare “correnti” che escludono chi la pensa in modo diverso, che vedono nei fratelli e nelle sorelle di fede dei nemici, per il solo fatto che hanno “opinioni” diverse dalle proprie. Senza la comunione, finiscono con il prevale, appunto, le opinioni, le quali, inevitabilmente, portano alla rottura di quella unità per la quale Gesù stesso ha pregato drammaticamente, come ci testimonia il capitolo 17 del Vangelo di san Giovanni. Quando si vive veramente la comunione, le opinioni non dividono, ma diventano lo spunto per un dialogo fraterno, perché il valore dell’altro non viene posto in ciò che egli pensa (anche legittimamente), ma in ciò che egli è ed egli è comunione comunque, perché partecipa allo stesso corpo di Cristo. Senza la comunione, tutto, anche all’interno della Chiesa, diventa “politica”, ma Cristo non è venuto per questo. Egli è venuto perché ci amassimo l’un l’altro, dopo l’incontro con Lui, perché siamo in comunione con Lui e, quindi, con tutti.

Confido che tutta la Chiesa tenga conto, nelle attuali circostanze, dei richiami fatti dal Servo di Dio don Giussani a proposito della “comunione”. E prego ogni giorno perché questo criterio rivoluzionario converta innanzi tutto me, ma anche tutti coloro che partecipano alla grazia di appartenere alla vita straordinaria e avventurosa che Cristo di indica ogni giorno dentro la Chiesa, destinata a superare ogni difficoltà, quando non ci si perde su questioni secondarie. La questione fondamentale ed essenziale è proprio quella della comunione.

Peppino Zola

Foto Ansa