Senza conflitto, non c’è identità. Lezione sull’Europa

Presentazione del pamphlet “L’unità dell’Europa e le sue radici culturali”, conferenza tenuta nel 1981 da don Francesco Ricci, «l’apripista di don Giussani nell’Europa dell’Est»

Benché confinata nel rumoroso BookCorner che si trova a due passi dalla libreria nel padiglione C2, anche la presentazione di un libretto sulle radici dell’Europa di don Francesco Ricci ha trovato spazio fra gli oltre 200 incontri del Meeting di Rimini edizione 2019. Contributo prezioso in un momento storico in cui i destini dell’Europa sono oggetto non solo di rovente dibattito, ma di grandi manovre politiche e di grandi campagne di opinione che ne ridisegneranno, per un verso o per l’altro, la fisionomia.

Presentato dal giornalista Alessandro Rondoni e dall’intellettuale forlivese Riccardo Lanzoni, il pamphlet L’unità dell’Europa e le sue radici culturali, che è il testo di una conferenza dell’agosto 1981, è importante perché l’autore è stato, come ha sintetizzato a un certo punto Lanzoni, «l’apripista di don Luigi Giussani nell’Europa dell’Est, in America Latina e in Estremo Oriente». Fondatore della rivista Cseo – Centro Studi Europa Orientale, primo editore del libro di Vaclav Havel Il potere dei senza potere, poi fondatore della rivista Il Nuovo Areopago ai tempi della “nuova evengelizzazione” promossa da papa Giovanni Paolo II – Ricci ha incontrato e conosciuto, come ha sottolineato Rondoni nell’introduzione, sia Karol Wojtyla quando era arcivescovo di Cracovia che Jorge Mario Bergoglio quando era vescovo ausiliare di Buenos Aires, e col primo soprattutto ha avuto un rapporto molto stretto, proseguito dopo la sua ascesa al soglio pontificio.

IL VALORE DELLA MEMORIA

Per queste e per altre ragioni oggi è utile riandare alla lezione del sacerdote intellettuale e missionario, uomo della cultura dell’incontro ma anche di indomite prese di posizione, a riguardo dell’Europa. Il primo punto qualificante del testo è il rifiuto del presentismo che svaluta il passato e che sfocia nella fiducia utopistica nel futuro, e insieme la valorizzazione della memoria:

«Ci sono due metodi per cercare una speranza: un metodo che si potrebbe chiamare dell’utopia, che pensa e spera che il futuro sia comunque migliore e crede anche di avere in mano delle ricette, delle soluzioni, delle condizioni per poter assicurare un futuro migliore (…) C’è al contrario un metodo che cerca le ragioni della speranza non in una ipotesi sul futuro ma in una memoria del passato. (…) Non credo che l’utopia fornisca delle ragioni valide per una speranza; se esistono ragioni valide per una speranza, queste vengono da un passato, da una memoria, da un inizio che possa essere guardato come un seme che contiene una positività che nel tempo si svolge, cresce e porta frutto».

SENZA CONFLITTO, NON C’È IDENTITÀ

Ricci spiega poi che l’Europa è l’unico continente definito dalla cultura piuttosto che dalla geografia: geograficamente è solo una penisola asiatica. «L’Europa non appartiene culturalmente all’Asia per una serie di decisioni umane che hanno creato l’identità europea (…). Noi siamo nati da una decisione umana, anzi da una serie di decisioni, di avvenimenti della storia». Lanzoni ha richiamato alcune definizioni di “avvenimento” che Ricci ha nel tempo proposto. In un editoriale della rivista Cseo aveva scritto: «Lo specifico del cristianesimo è in una sola parola: avvenimento». E in un altro: «Un avvenimento è una modificazione di un fatto precedente, che modifica via via ciò che ha intorno, dalle singole vite personali fino all’intera civiltà».

Il secondo passaggio qualificante del testo è quello in cui don Ricci indica l’avvenimento che coincide col concepimento (non la nascita, ma il concepimento) dell’Europa. Non si tratta di un incontro, di una situazione idilliaca, dell’imporsi del fascino di una bellezza o di un pensiero: si tratta della vittoria dei greci contro i persiani nelle guerre che si combattono fra il 490 e il 480 a.C.: «I piccoli Greci (…) riuscirono a battere l’armata persiana nel corso di alcune battaglie rimaste famose: Maratona, le Termopili, Salamina. In quelle occasioni cominciò a formarsi un primo barlume di coscienza: essere greco voleva dire qualche cosa che non era l’appartenere né politicamente né culturalmente all’Asia. (…) I Greci, vincendo, riuscirono a guadagnare un’autonomia e un’indipendenza che pian piano permisero la formazione di una coscienza della grecità che poi si sviluppò e divenne una grande formazione culturale». Senza lotta, senza conflitto, non c’è identità. Una provocazione niente male di fronte agli irenismi e ai discorsi ipocriti sul dialogo che oggi furoreggiano, anche perché radicata nei fatti storici e non nelle teoresi.

LE FONDAMENTA A GERUSALEMME

La nascita dell’Europa, dice poi Ricci, avviene “fuori casa”, niente meno che a Gerusalemme: lì il giorno di Pentecoste lo Spirito Santo scende sui discepoli riuniti nel Cenacolo, che escono e cominciano ad annunciare la morte e resurrezione di Cristo in tutte le lingue parlate dagli uomini presenti in quel tempo nella città santa: ognuno ode l’annuncio nella sua lingua. È il prototipo di quello che accadrà con l’evangelizzazione dell’Europa, dove l’impianto giudaico-greco-latino saprà imporsi ma anche valorizzare le diversità linguistiche e culturali dei popoli barbari europei.

Si crea un’unità nella diversità, a partire dall’evangelizzazione:

«L’unità di quell’Europa era tutt’altro che una uniformità, era un’unità nella diversità, dove ciascun popolo e ciascun uomo, era chiamato alla libertà di essere se stesso e la fede, anziché soffocare tale libertà nell’uomo e nei popoli, permetteva a essi di realizzare la loro verità nell’integrazione di ogni diversità». Non a caso l’Unione Europea tuttora ha fra i suoi motti “unità nella diversità”.

L’UNIONE IN PERICOLO

La parte finale del pamphlet è dedicata all’amara descrizione della disgregazione religiosa, politica e culturale dell’Europa, che per Ricci è allarmante non perché mette in discussione la civiltà europea, ma perché corrisponde alla divisione dell’uomo dentro se stesso: «Una divisione che penetra sempre più profondamente nell’uomo fino a minacciare la possibilità di una sua unità. E questo è ciò che desta oggi più preoccupazione nei confronti dell’Europa e del suo futuro: che l’uomo viva diviso tra il lavoro e la famiglia, tra la vita politica e la vita privata, tra la fede e il proprio impegno umano».

Per don Ricci l’urgenza e la giustezza della nuova evangelizzazione invocata da Giovanni Paolo II e non da tutti accettata nella Chiesa stava proprio in questo: nell’urgenza di controbattere la divisione nell’uomo, quella che poi sarà descritta dai sociologi come “liquidità” dei rapporti, e di cui la divisione politica fra gli europei è solo una manifestazione. Le preoccupazioni del Papa santo e del suo amico sacerdote italiano si sono rivelate purtroppo molto fondate, e la situazione è molto più grave oggi di quanto fosse nel 1981.

Resta la possibilità di impegnarsi con la realtà senza lamentarsi della durezza dei tempi, sulla base del criterio che Ricci indicava e che Lanzoni ha nel finale richiamato: «È un avvenimento che norma la ragione, è un incontro». La ragione di don Ricci era stata normata dall’incontro con don Luigi Giussani.