Effetto Sterling. Cinquanta senatori Usa chiedono ai Redskins di cambiare nome perché «razzista»

I democratici invitano la NFL a prendere esempio dall’NBA che ha estromesso il proprietario dei Los Angeles Clippers perché razzista. Ma dimenticano la storia (e quel che pensano i nativi stessi)

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Nella vecchia polemica sul nome dei Washington Redskins, la squadra di football della capitale statunitense cui qualcuno chiede di rinunciare al nickname “razzista”, entra con irruenza anche la politica, con la lettera che cinquanta senatori democratici hanno scritto al chairman della NFL: «La NFL non può ignorare e perpetuare l’uso di questo nome per quello che è: un insulto razziale», si legge nella missiva, resa pubblica dal New York Times. Il dibattito sulla questione è vecchio di anni, il proprietario del club Daniel Snyder ha già fatto sapere che non intende rinunciare al soprannome storico, ma a dare nuova enfasi ai suoi detrattori è la dura punizione che l’NBA ha inflitto al proprietario dei Los Angeles Clippers Donald Sterling, radiato a vita dal basket in seguito alle parole razziste contenute in una telefonata con la sua amante.

LA SUA STORIA. «La squadra di Washington è dal lato sbagliato della storia», continuano i senatori nella lettera che sfrutta “l’effetto Donald Sterling”. «Quale messaggio manda l’NFL nel tentare di punire gli insulti contro gli afro-americani, se poi sostiene un oltraggio contro i nativi americani?». Non basta ai democratici la spiegazione che da anni i tifosi di Washington offrono: dietro al nome “Redskins” c’è una storia decennale, che porta indietro agli anni Trenta, quando l’allora proprietario della squadra, George Preston Marshall, propose di rifarsi allo spirito battagliero e fiero dei nativi americani. Lo scopo, insomma, non era denigrare i pellerossa, bensì esaltarne le virtù umane e guerriere. Oltretutto, l’head coach della squadra di Washington all’epoca era William Dietz, che rivendicava orgogliosamente le sue origini Sioux, e quindi la scelta del nome era anche un omaggio a lui.

9 NATIVI SU 10 NON SI OFFENDONO. Ma ciclicamente la polemica torna fuori, tirata da vele su cui soffiano più i venti dei giornali liberal che delle comunità dei nativi. Mesi fa si schierò anche Barack Obama: fosse stato per lui, avrebbe fatto cambiare il nome. Ma a non voler cedere non è soltanto la franchigia di Washington, ma pure l’NFL: Roger Goddell, commissario della federazione e destinatario della lettera dei senatori, più volte ha ricordato i sondaggi tra le comunità dei nativi: per 9 su 10 di loro quel nickname non dà alcun problema. E a questi si aggiungono le cifre dei tifosi del club: ad almeno l’80 per cento di loro il soprannome piace e non vuole cambiarlo.

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