Si decide sulla selezione genetica e Renzi non manda neanche il suo avvocato

Davanti alla Consulta il Governo non si è costituito a difesa del divieto di diagnosi pre-impianto previsto dalla legge 40. Vede dunque con favore la selezione (e lo scarto) degli embrioni

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fecondazione-shutterstock_129449231Articolo tratto dal settimanale Tempi in edicola (qui la pagina degli abbonamenti) – Per il governo la selezione genetica è cosa buona e giusta. Detta così, sembra una follia, e certamente lo è; ma è una follia conforme a verità. Un passo indietro: nel 2004 il Parlamento approva la legge 40 sulla fecondazione artificiale e, fra le tutele per il concepito, inserisce il divieto della diagnosi pre-impianto. Con ciò vuole impedire che il figlio sia oggetto di una ordinazione à la carte, e quindi che sia soppresso un essere umano pur in origine fortemente voluto, se emerge il rischio anche remoto di anomalie o malformazioni. La scelta della Camera e del Senato è condivisa dagli italiani: costoro, un anno dopo, chiamati alle urne dal referendum abrogativo di quella legge promosso dai Radicali, rispondono che invece essa va bene, e per intero; uno dei quesiti referendari punta esattamente a permettere la selezione degli embrioni, una volta formati, e viene bocciato come gli altri.

Dieci anni dopo la conferma popolare, della legge 40 resta ben poco, grazie alla demolizione delle parti più importanti di essa realizzata dalla Corte costituzionale: l’ultima sentenza in ordine di tempo, la 162 del 2014, ha introdotto la fecondazione di tipo eterologo, con la scissione fra i genitori biologici e quelli giuridici. Fra qualche giorno la Consulta si riunirà perché sollecitata a dare una ulteriore picconata su un aspetto residuo della legge: oggetto del giudizio di costituzionalità è il divieto della diagnosi pre-impianto. Le previsioni non sono fauste, se la Corte continuerà nel solco abortista e privo di considerazione del concepito tracciato a partire dal 1975, con la sentenza numero 27 che aprì la strada alla legge 194 sull’aborto, e se riprenderà i concetti diffusamente esposti nella sentenza del 2014 sull’eterologa. In quella pronuncia la Consulta ha teorizzato l’esistenza del “diritto al figlio”, quale declinazione del più ampio diritto all’autodeterminazione: se il figlio ha avuto la cattiva idea di farsi concepire contro la mia determinazione io posso eliminarlo con l’aborto; se non arriva nonostante lo desideri lo devo ottenere anche a costo che abbia l’identità genetica di altri. Corollario dell’equazione figlio = oggetto è che se lo desidero, ma c’è il pericolo che arrivi con caratteristiche differenti da quelle volute, devo essere messo nelle condizioni di liberarmene prima che l’embrione sia impiantato.

Questo è l’oggetto della decisione, con annesso rischio che la Consulta proceda nei termini temuti. Quale è la posizione del governo? In ogni giudizio di costituzionalità l’esecutivo sceglie se costituirvisi; se lo fa, conferisce mandato all’Avvocatura dello Stato perché sostenga la permanenza della legge impugnata. Di regola questo accade in automatico: sono rari i casi nei quali non viene affidato l’incarico. La questione della diagnosi pre-impianto è uno di essi: il governo ha scelto di non costituirsi. Così ha di fatto manifestato acquiescenza alla contestazione di legittimità alla legge 40: condivide, cioè, la selezione degli embrioni.

Se il governo avesse impegnato l’Avvocatura dello Stato, non sarebbe stato costretto a sostenere necessariamente la tesi contraria: l’Avvocatura avrebbe potuto limitarsi a prospettare dubbi sulla deriva antiumana del figlio à la carte. Invece l’esecutivo tace, quindi acconsente. A pochi giorni dal festeggiamento del 70esimo della “Liberazione”, cioè dalla sconfitta di un occupante fra i cui pilastri vi era la selezione degli esseri umani per ragioni di razza e genetiche. Se papa Francesco con tanta frequenza e con tanto dolore parla della “cultura dello scarto”, è perché oggi essa è ancora più ramificata rispetto al passato.

Foto fecondazione in vitro da Shutterstock

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