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Se succede a Lula è un perseguitato, se succede a Berlusconi è un caimano

aprile 10, 2018 Redazione

Paolo Mieli fa notare il doppiopesismo della sinistra italiana , pronta a schierarsi con l’ex presidente brasiliano, come mai ha fatto invece in Italia

«E cosa è cambiato adesso? Quando tocca a uno dei “nostri” valgono criteri diversi?». È questa la domanda che pone oggi Paolo Mieli nell’editoriale del Corriere della Sera (“La sinistra e i diritti degli amici”) ad alcuni autorevoli esponenti della sinistra che hanno sottoscritto un manifesto in favore di Lula, l’ex presidente brasiliano arrestato il 7 aprile e condannato a scontare dodici anni di carcere per corruzione e riciclaggio.

I FATTI. Mieli ripercorre i fatti che hanno portato alla condanna del 72enne ex presidente. Egli respinge l’accusa di aver ricevuto in regalo un «superattico su tre piani con piscina, terrazza e strepitosa vista sul mare». Non esiste una prova incontrovertibile che lo incastri, ma solo molti indizi. I legali di Lula lamentano il fatto che il processo sia stato troppo veloce, insomma, che sull’ex presidente ci sia un accanimento dovuto alla sua popolarità politica. Guarda caso, fanno notare i suoi sostenitori, accanimento che si fa più violento oggi, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali di ottobre in cui Lula potrebbe di nuovo correre.

L’ARRESTO. Lula, fa notare Mieli, ha abilmente orchestrato il suo arresto come uno show. S’è rifugiato nella sede del «suo» sindacato a Sao Bernardo do Campo, ha fatto confluire lì i suoi sostenitori, ha chiesto e ottenuto di partecipare alla funzione in memoria della moglie defunta, ha arringato la folla per più di un’ora urlando che «hanno voluto togliere di mezzo l’unico Presidente senza titolo scolastico, colui ha fatto di più per i poveri di questo Paese». «Nel frattempo – scrive Mieli – il Movimento Sem Terra paralizzava, bruciando copertoni, trentasette autostrade in tutto il Paese e il suo leader, Joao Pedro Stedile annunciava che il loro beniamino “verrà liberato da grandi manifestazioni di massa”».

IL MANIFESTO. Mentre accadevano questa cose, alcuni esponenti della sinistra italiana (Romano Prodi, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Susanna Camusso, Pier Luigi Bersani, Lia Quartapelle, Vasco Errani, Guglielmo Epifani) hanno firmato una lettera di sostegno e vicinanza all’ex presidente brasiliano. In essa si mostrava «un’esibizione di certezza circa l’inconsistenza delle prove a carico di Lula e una implicita pesantissima accusa nei confronti dei magistrati brasiliani. Il documento esprimeva poi “grande preoccupazione e un vero e proprio allarme per il rischio che la competizione elettorale in un grande Paese come il Brasile venga distorta e avvelenata da azioni giudiziarie che potrebbero impedire impropriamente a uno dei protagonisti di prendervi parte liberamente”».

UNO DI FAMIGLIA. Nota dunque l’editorialista del Corriere: «A nessuno dei sottoscrittori può essere sfuggita qualche assonanza tra quel che in quella loro pagina si scrive a favore di Lula e ciò che qui in Italia negli ultimi trent’anni è stato detto e scritto da avversari della sinistra a proposito di “competizioni elettorali” distorte per effetto di azioni giudiziarie. Siamo altresì certi che ognuno dei firmatari in passato ha sostenuto che le sentenze della magistratura — a meno che non siano state emesse da tribunali speciali di un qualche regime — vanno sempre e comunque rispettate. Anche quando si nutre qualche dubbio sul merito delle decisioni e sull’operato dei giudici. Cosa peraltro non infrequente tra gli imputati. Avranno sostenuto anche, Prodi e gli altri, che la solidarietà di appartenenza non dovrebbe modificare il giudizio, neanche nel caso in cui un atto giudiziario modifichi i termini della competizione politica (ciò che qui da noi è capitato più di una volta). E cosa è cambiato adesso? Quando tocca a uno dei “nostri” valgono criteri diversi? Quel manifesto, diciamolo, sarebbe stato un atto davvero rilevante se, invece che essere stato steso a favore di una personalità della propria “famiglia”, fosse stato redatto per difendere i diritti di un politico del campo avverso. In questo caso, apporre quella firma, sarebbe stato un modo per dimostrare che, per gli autorevolissimi sottoscrittori, i principi valgono più di ogni spirito familistico di appartenenza. Sarà per un’altra volta».

Foto Ansa

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