Se si vuole più integrazione, serve un’Europa a due velocità

Barroso lancia il piano per la «nuova Europa» (solo nell’Eurozona), ma la vecchia, quella degli Stati sovrani, è dura a morire. Secondo l’economista Colangelo «con più integrazione si esce meglio dalla crisi»

Barroso lancia la «nuova Europa», ma la vecchia, quella degli Stati sovrani, è dura a morire. Il piano di integrazione dei bilanci dell’Eurozona – che prevede la progressiva adozione di politiche fiscali comuni e strumenti di riduzione del debito fino al raggiungimento di un budget unico nel giro di cinque anni – presentato da Josè Miguel Barroso, presidente della Commissione europea, ripropone il (vecchio) modello di un’Europa a due velocità, come precondizione per una maggiore integrazione, economica prima e politica poi. Ma c’è da crederci? Un bilancio unico servirà davvero agli Stati e ai popoli europei? E gli euroscettici non lo affosseranno? Secondo Giuseppe Colangelo, docente di Economia applicata all’integrazione europea all’Università Cattolica di Milano, sì: più integrazione è la via per uscire dalla crisi. E lo si è visto già in questi anni e negli sviluppi più recenti dei salvataggi di Spagna e Grecia. Anche se per ora, stando a quello che (non) è accaduto in sede di approvazione del bilancio 2014-2020, in Europa, è ancora «difficile andare avanti insieme». Chiedere alla Gran Bretagna per credere.

Professore, come valuta il piano di integrazione dei bilanci dell’Eurozona appena presentato dal presidente della Commissione europea?
Credo che, qualora non dovessero frapporsi ostacoli, nel giro di un paio d’anni l’unione bancaria e il fiscal compact – ossia una spesa pubblica decisa, almeno nelle sue nelle sue linee guida a livello comunitario e non più dei singoli Stati – potrebbero divenire realtà. Se questi due obiettivi dovessero essere raggiunti, l’integrazione economica dell’Eurozona sarebbe quasi perfetta.

In più, dopo l’approvazione del bilancio Ue, che potrebbe essere votato nei primi mesi del 2013, Barroso propone, in sequenza, l’istituzione di un bilancio per la competitività a sostegno delle misure per la crescita, gli eurobond (per i quali è necessario modificare i Trattati) e, tra cinque anni, un budget unico per l’Eurozona, in modo che possa intervenire nelle emergenze finanziarie di un singolo paese. Ce n’è davvero bisogno?
Affrontare la crisi del debito nei paesi in difficoltà ha dimostrato che la soluzione dei problemi è stata più agevole laddove c’è stata più integrazione europea. La Grecia, da sola, non ce l’avrebbe fatta: a livello nazionale Atene ha fatto il passo più lungo della gamba e il default sarebbe stata l’unica via d’uscita. L’intervento dell’Unione Europea invece le ha permesso una via d’uscita alternativa.

Oltre ai 43 milioni di euro appena sbloccati per la Grecia, le banche spagnole ne riceveranno 37 per il salvataggio. Non era meglio lasciarle fallire?
Come già altre volte è successo nei primi anni della crisi, il salvataggio evita che la crisi finanziaria possa diventare sistemica. L’intervento pubblico è l’unica strada percorribile. Inoltre, l’adozione di queste misure si è rivelata molto utile per implementare la cooperazione tra i singoli paesi europei.

Se davvero c’è tutta questa convenienza, perché l’Europa è ancora ferma all’approvazione del bilancio che per ora è stata rimandata?
Il problema è che ci sono gravi divergenze di visione all’interno dell’Unione Europea. In particolare spicca la posizione minimalista della Gran Bretagna. A Londra, infatti, si guarda ancora all’Europa come a una semplice area di libero scambio: una visione incompatibile con quella di un’Europa federale che possa intervenire più a fondo a sostegno della popolazione.

Allora quale Europa è possibile?
Torna sempre più in auge la possibilità di un’Europa concentrica, a due velocità, dove è l’area dell’Euro a fare passi avanti verso una maggiore integrazione economica. Non la piccola fronda dei paesi indisponibili ed euroscettici come Inghilterra, Danimarca e Svezia, che resterebbero fuori, salvo un domani poter entrare qualora lo volessero. In questo senso, l’unione bancaria e il fiscal compact sono i primi obiettivi proposti da Barroso ai diciassette paesi dell’unione monetaria per andare verso una politica fiscale e dunque non più solo monetaria comune. Obiettivi intermedi verso una sempre maggiore integrazione politica che dovrebbe culminare nell’adozione di una politica estera comune.

Lei ci crede?
Allo stato attuale, lo si è visto, è difficile andare avanti insieme in Europa. Credo che sarà possibile soltanto se i paesi saranno uniti e lo vorranno.