Se l’ira di Melloni si sostituisce all’ira di Dio

Lo storico della Chiesa spinge per un giudizio sommario su Pell e Barbarin senza tenere conto, innanzitutto, dei fatti

Alberto Melloni, storico del cristianesimo di rito dossettiano bolognese, è tornato a parlare ieri su Repubblica degli scandali a sfondo sessuale che scuotono la Chiesa di Francesco. Per la seconda volta, Melloni, dopo il caso Pell, ha dunque detto la sua a riguardo della condanna dell’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin. Di fatto, scrivendo due volte lo stesso articolo.

Innocente (tra parentesi)

Nel primo, pubblicato il 27 febbraio (“Il cardinale e l’ira di Dio“), Melloni ha tracciato un ritratto del cardinale e delle accuse a lui rivolte, senza mai un minimo accenno ai pur leciti dubbi che a tali accuse potrebbero essere mossi. Anzi, alla sua professione di innocenza ha riservato solo una riga di sberleffo, posta, per di più, tra parentesi

«… perpetratore diretto di crimini (di cui peraltro si professa innocente, come fanno tutti gli innocenti e molti colpevoli)».

Per Melloni, la vicenda Pell non merita altro commento se non il suggerimento per il porporato di «restituire la berretta» e per la Chiesa di consegnarsi mani e piedi alla giustizia del mondo. Conclude infatti Melloni:

«La vicenda Pell conferma che per tutti – per le vittime, per i carnefici, per la chiesa – la cosa migliore che si può fare è lasciare che sia la giustizia dello Stato di diritto a valutare le accuse e comminare le pene: che non possono essere mai sostituite da un ricorso a un tribunale ecclesiastico in cui permane la traccia del clericalismo che scatena l’ira delle vittime e quella di Dio loro custode».

La fine degli “intoccabili”

Con la condanna a Barbarin, Melloni è tornato alla carica (“Non ci sono più intoccabili”, Repubblica, 8 marzo), spiegando che è finito il tempo dei «privilegi cardinalizi». Oggi, grazie all’intervento della magistratura ordinaria anche le più alte cariche della Chiesa non sono più al riparo da un giusto giudizio. «Di intoccabili non ce n’è più», conclude lo storico.

I dubbi sui due casi

E qui siamo al punto perché ci sono almeno due osservazioni da fare al ragionamento di Melloni, una di carattere specifico sui casi citati e una di carattere generale.

A riguardo della prima, oltre a ricordare (cosa non esattamente secondaria) che si tratta del primo giudizio sia per Pell sia per Barbarin, non si può non essere molto scettici sulle due sentenze. Su questo sito, Leone Grotti ha già più volte spiegato le perplessità sui due casi. Per Pell la questione riguarda proprio la possibilità che gli abusi si siano compiuti. Per Barbarin, invece, si tratterebbe di una “mancata denuncia”, nemmeno di una copertura, ma soprattutto l’arcivescovo ha spiegato di aver agito celermente dal punto di vista pastorale non appena ha avuto chiara e ragionevole contezza della situazione. Non prima né dopo, insomma.

Verdetti sbrigativi

Delle accuse specifiche a Pell e a Barbarin non si può non tenere conto. Prima ancora di parlare di «privilegi» e «intoccabilità», si deve tenere conto dei fatti. E i fatti ci dicono che, in entrambi i casi, di dubbi sulle accuse ce ne sono una valanga. Solo chi è animato da un pregiudizio può trascurarli, facendo torto, tra l’altro, al suo stesso ragionamento: infatti in entrambi i casi ci sono giurie e sentenze che hanno ritenuto Pell e Barbarin estranei alle accuse mosse loro. Solo chi è animato da un pregiudizio può poi non vedere come in molti casi i media abbiano soffiato sul fuoco, aizzando la piazza e gli animi e spingendo verso giudizi sommari e non puntuali, verdetti spesso sbrigativi, anche in mancanza di prove certe.

Poco innocenti sobillatori

L’osservazione di carattere generale è che è senz’altro vero che, in molti casi, gli uomini di Chiesa si siano resi protagonisti di abusi. Anche questo è un fatto, e bisogna farci i conti. Ma bisogna farci i conti fino in fondo arrivando a parlare non solo di pedofilia, ma anche di efebofilia e omosessualità (Tempi lo fece sul numero di ottobre 2018). Perché è piuttosto strano notare come gli stessi che chiedono “pulizia” nella Chiesa siano spesso gli stessi che predicano contro la castità e la verginità del clero, che ritengono ormai come “cosa del passato” il celibato ecclesiastico e ripetano a tutto spiano il refrain sulla necessità per la Chiesa di aprirsi alle istanze lgbt.

Se quel che interessa è la verità, che si tenga conto di tutte le sue sfaccettature, non solo di quelle che fanno comodo a sostenere le proprie tesi preconcette. I giudizi della piazza e di tribunali debitamente messi sotto pressione da non innocenti sobillatori hanno spesso emesso verdetti ingiusti. Un cristiano dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.

Foto Ansa