Le scuole paritarie e la Chiesa “dei privilegi”. Nota per il rancoroso Melloni

L’intellettuale dossettiano prende spunto dai fatti di Livorno per attaccare Ruini, Benedetto XVI e Cl. Comodamente adagiato sullo scranno cartaceo che il potere gli ha concesso

scuola-shutterstock_146100773Come è noto, una sentenza della Cassazione (caso Livorno) ha inferto un colpo al cuore alla legge sulla parità scolastica, obbligando due scuole religiose al versamento dell’Ici e istituendo così il pessimo precedente che ha fatto sobbalzare il responsabile della federazione delle scuole cattoliche. «Sono sentenze che lasciano interdetti – ha spiegato il capo della Fidae don Macrì – perché costringeranno le scuole paritarie a chiudere». «È l’ennesimo colpo del laicismo dominante» ha rincarato il vescovo di Ferrara, Luigi Negri. «Davanti a questo mortale attacco alla libertà di educazione sarà interessante vedere ora la reazione del mondo cattolico “buonista”, perché anche questo episodio va inquadrato in una situazione più generale di complicità di tanto mondo cattolico con l’ideologia dominante».

Negri ha visto giusto. Tant’è che dal Corriere della Sera è arrivata ieri, tempestiva, la risposta al quesito vescovile espresso sulla “Nuova Bussola quotidiano”. «La chiesa italiana ha reagito e ha fatto appello a tutto, tranne che alla retorica di Comunione e Liberazione su “emergenze educative” o “diritti della famiglia”».
Negri è un vescovo di Cl. Così come il firmatario del fondo del Corsera è Alberto Melloni, noto esponente della scuola Il Mulino di Bologna, catto-democratica e post-comunista da che qualcosa accadde nel 1989. Ma il Muro è lì, solido e vigoroso nella testa che culturalmente detesta la fede come giudizio, identità, presenza originale nel mondo.

Melloni è uno che porta ancora rancore alla Chiesa ratzingeriana e giovanpaolina. Uno che vede il fine dell’educazione cattolica nel servizio ai poveri e che sogna una Chiesa per i poveri. Una chiesa povera, totalmente spogliata di ogni bene e dedita alle opere di bene. Ruini era la Chiesa “privilegiaria”, “stile antico”, addirittura “berlusconiana”. Insomma, Melloni confonde il proprio piacere di stare a sinistra con il dovere, per tutta la Chiesa, di stare con questo o quello, a patto che stia dalla parte di Obama in giù (o in su, fate voi), perché naturalmente il mellonismo deve confiscare il papato e farne un partito leninisticamente schierato dalla parte giusta. Quella di Francesco è ok. Mentre quella di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI è quella che per tramite la Cei ha barattato la fede col potere. «Quella che chiude un occhio in cambio di favori».

In effetti il superbuonista Melloni è un intellettuale sofista e raffinato. Non sarebbe sullo scranno che ricopre se non fosse utile e autorevole per autenticare la vulgata laicista che vuole il cattolico seduto sull’ultimo vagone dell’ultimo treno guidato dall’ultimo macchinista democratico. Variante spostata più verso la “Chiesa patriottica” alla cinese che sulla Chiesa dei martiri che, dalla rivoluzione giacobina ai cristiani sotto il Califfato islamico, ha rinunciato a farsi collaborazionista pur di mantenere la propria fede, umanità e identità. Se fosse vissuto al tempo della Rivoluzione giacobina, forse Melloni non avrebbe apprezzato la resistenza allo Stato rivoluzionario da parte dei preti “refrattari”. Avrebbe oliato la ghigliottina? Chissà. Durante la rivoluzione bolscevica furono le spie interne alla Chiesa a denunciare e a mandare sotto plotone di esecuzione i pope “refrattari” al comunismo. Il vantaggio di Melloni è che non è né un giacobino né una spia bolscevica. È un grande borghese, scrive su un grande giornale e dice apertamente quello che pensa dalle mura ben fortificate del pensiero dominante. Un brillante ventriloquo del laicismo con scrupoli religiosi e che vorrebbe vedere la Chiesa definitivamente sparire nel ruolo accondiscendente di damigella del progresso (come lo intende il laicismo) e, per il resto, di buona crocerossina nell’assistenza ai poveri (possibilmente gratis, o comunque “senza oneri per lo Stato” come dice la Costituzione più bella del mondo).

Dopo di che la teoria melloniana secondo cui la Costituzione italiana e il buon fraticello di Bologna che da posizioni filo-sovietiche contribuì a scriverla (quel Dossetti che ultimamente scrisse che la Costituzione italiana ha una valore “immutabile” ed “eterno”, manco fosse di rivelazione divina) sarebbe il modello di ciò che dovrebbe essere la Chiesa e quindi le istituzioni educative cattoliche, si riduce a questo: «La scuola di don Milani – scrive Melloni – scuola fatta in canonica da un prete in talare, ma che ha insegnato che è pubblico chi sa mettersi all’altezza del più piccolo “per rimuovere gli ostacoli” di cui all’articolo 3 della Costituzione». Il che rappresenta una tipica teoria di Chiesa patriottica. Utile alla legittimazione di un certo potere. E naturalmente di un certo scranno. Progressista e più che “progressista”. Pare infatti di leggere sul Corriere della Sera dell’Anno Domini 2015, Baldassarre Castiglione del secolo XVI, Il Cortigiano.

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