Scuola, le paritarie fanno risparmiare. Ma lo Stato ha deciso di ammazzarle (con l’Imu)

In Italia l’Imu condanna le scuole paritarie a chiudere i battenti a spese della collettività. Intervista a Francesco Macrì, presidente di Fidae

Le scuole private in Europa e all’estero vengono sovvenzionate al 100 per cento dallo Stato perché, a parità di servizi offerti, fanno bene il loro lavoro e fanno risparmiare la collettività. In Italia, invece, le scuole private ricevono il minimo sindacale e ora, la mazzata dell’Imu ne mette seriamente a repentaglio l’esistenza, e quindi la possibilità di continuare a svolgere il pubblico servizio per cui esistono e sono nate («ben prima che lo Stato, nell’Ottocento, avvertisse anche solo il bisogno di istruire i suoi cittadini»). Questo accade perché, in Italia, «una visione statalista del pubblico, dalle origini storiche precise, ha portato, nel corso degli anni, a mettere i diritti corporativi degli insegnanti e di altri gruppi, davanti a quelli degli alunni, che sono i primi da tutelare». A dirlo è Francesco Macrì, presidente della Federazione degli Istituti di Attività educative (Fidae), la federazione che riunisce gli istituti cattolici dalle elementari alle superiori, che a tempi.it snocciola i dati che dimostrano come le scuole paritarie fanno risparmiare tutti, famiglie, Stato e società.

Perdoni la banalità: ma perché le scuole paritarie dovrebbero pagare l’Imu se nemmeno quelle statali la pagano? Non è ingiusto e controproducente?
Aver imposto col decreto 200/2012 del ministero dell’Economia e delle finanze di far pagare l’Imu alle scuole paritarie senza finalità di lucro è un atto rozzamente prevaricatorio. Le scuole paritarie infatti, e quelle senza finalità di lucro in particolare, in base alla legge 62/2000, svolgono una funzione pubblica e di interesse pubblico, al pari di quelle statali, nell’ambito dell’unico sistema scolastico nazionale. Inoltre, la presenza delle scuole paritarie, risponde a un diritto umano fondamentale come è quello delle famiglie di poter liberamente scegliere l’educazione da impartire ai loro figli. Ma la decisione di imporre loro ulteriori carichi fiscali, purtroppo, le metterà in condizione di dover chiudere, perché di fatto si troveranno impedite ad esercitare il servizio che offrono alla comunità, una funzione pubblica e di interesse pubblico. Come testimonia il contributo che esse danno in termini di maggiore pluralismo, confronto dialettico, anche con la scuola statale, maggiore qualità del sistema e maggiore presenza sul territorio, nonché maggiore risposta rispetto ai bisogni specifici di ciascuno.

Lo Stato non stanzia già dei soldi per le scuole non statali?
Lo Stato, per oltre un milione di alunni che frequentano scuole paritarie, stanzia 500 milioni di euro l’anno. La maggior parte di questi fondi vanno a scuole per l’infanzia e primarie. Ciò significa che mediamente ogni sezione riceve circa 17/18 mila euro l’anno. Mi dica lei se una classe, tra insegnanti, didattica e quant’altro si può gestire con un budget di questa entità.

Le scuole statali ricevono altrettanto?
Un singolo alunno di scuola statale costa al bilancio del ministero dell’istruzione circa 7 mila euro l’anno. E si tratta di 7/8 milioni di alunni. Senza contare tutte le altre voci di spesa per l’istruzione che gravano sui conti pubblici.

E quali sarebbero?
Di chi sono i palazzi in cui stanno le scuole superiori? Glielo dico io, sono delle province. E chi è il padrone degli edifici in cui si trovano le elementari e le scuole materne? Sono i comuni. Se noi a quella voce di bilancio in capo al ministero dell’Istruzione aggiungiamo le spese effettuate dalle province, dai comuni, dal ministero della Salute, da quello dei Trasporti, dei Beni culturali e i miliardi che provengono dai fondi europei, anche lei capisce bene che il costo medio annuo per alunno nelle scuole statali si alzerebbe molto e molto di più.

Questo spiega perché si dice che le scuole paritarie fanno risparmiare ogni anno miliardi alla collettività.
Certo, la collettività ha tutti gli interessi del mondo a non farle sparire, ma con l’avvento dell’Imu non è detto che tutte le paritarie sopravviveranno. Staremo a vedere. Di sicuro a perderci non sarà solo lo Stato. Se poi si vuole farne un discorso meramente economico, in questo momento di congiuntura particolarmente negativa, non possiamo censurare il fatto che la scuola paritaria, a parità di risultati, ha un costo per lo Stato infinitamente inferiore. È lo Stato che dovrebbe accorgersi di aver un interesse a promuovere le scuole paritarie, che gli farebbero risparmiare e di molto sul suo bilancio. In tutta Europa e nel mondo avanzato è già così: lì le scuole non statali sono addirittura finanziate dallo Stato o per intero o in massima parte, perché sono pienamente legittime e rispondono al principio fondamentale del diritto alla libertà di educazione.

Perché da noi non accade e, invece, siamo soffocati dalle polemiche e dalla disinformazione?
Perché in Italia, alla fine, è solo da pochi anni che stiamo pian piano uscendo da una visione statalista e centralista del settore pubblico e dei servizi che esso offre; pensiamo, per esempio, a quanto successo con le poste e i trasporti. E questa visione centralista, che ha un’origine storica ben precisa, per quanto riguarda la scuola, si è saldata con una certa cultura antireligiosa e anticlericale, che ha nella massoneria e nel veterocomunismo le sue forme più note. Questa saldatura ha portato, nel corso degli anni, ha mettere i diritti corporativi degli insegnanti e di altri gruppi, davanti a quelli degli alunni, che sono i primi da tutelare.

Ci spieghi meglio.
Di chi è il diritto all’istruzione? Dei professori o degli alunni? Degli alunni. E le scuole esistono proprio per rispondere a questo diritto. Esistono esclusivamente in funzione di questo diritto. Private o statali che siano, la cosa importante per tutti è avere scuole di qualità e che funzionino bene. La stesso vale quando si parla di sanità. È una cosa che capisce chiunque non legga i problemi attraverso le lenti dell’ideologia. Se, invece, si ribalta questa prospettiva la discussione perde di senso.