Chiamata diretta. «I presidi non sono banditi, la discrezionalità serve eccome»

Il ministro dell’Istruzione Bussetti cancella la parte migliore della Buona scuola di Renzi. Si torna alla burocrazia. «Ma la scuola esiste perché ci sono i ragazzi o perché ci sono i docenti?». Intervista a Giannelli (Anp)

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«L’eliminazione della chiamata diretta dei docenti era un preciso impegno di governo», ha detto il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. Tant’è che martedì 26, dopo otto ore di trattativa con i sindacati, è stato firmato l’accordo che prevede che il personale docente venga assegnato alla scuola dall’Ufficio scolastico territoriale attraverso la graduatoria e utilizzando i punteggi delle domande di trasferimento. In altre parole, è stata eliminata una delle poche cose buone della Buona Scuola di Renzi (approvata nel luglio 2015), anzi la migliore: la chiamata diretta, lo strumento con cui i presidi potevano scegliere per proprie scuole gli insegnanti non in base ad anzianità e punteggi, ma in base ad esperienze, titoli e formazione, con i requisiti quindi che meglio si adattano alle esigenze di ciascun piano triennale dell’offerta formativa. Applausi dai sindacati, Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola e Gilda che hanno firmato l’accordo, «questo atto rende oggettivo e non discrezionale l’arruolamento», ma di cosa stiamo parlando? Pur da perfezionare, non avevamo finalmente superato il problema del modello centralistico e nazionale delle assunzioni, osato finalmente un passo in più verso il raccordo diretto tra profilo professionale ed esigenze didattico-progettuali individuate da ogni specifica scuola?
Invece no. Si torna indietro, si torna a un «discorso burocratico, di graduatorie, di punti, punticini che sono sicuramente oggettivi ma non permettono di adattare al meglio il servizio alle esigenze dei ragazzi», spiega a tempi.it Antonello Giannelli, presidente dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi.

Lei ha contestato la firma dell’accordo, commentando «questa abrogazione può far comodo anche ai presidi che hanno un obbligo in meno, il problema è che fa male all’utenza». Perché?
Non è tutto bianco o tutto nero. Il principio della chiamata diretta ovviamente ci trovava d’accordo, non ci interessa che i presidi abbiano più poteri, ci interessa che i presidi abbiano poteri adeguati per intervenire sulla qualità del servizio perché ne sono responsabili. E non si può essere responsabile di qualcosa senza poter influire su di essa. Ebbene, il principio ci piaceva, perché consentiva di scegliere non i docenti migliori, ma i docenti più adatti a quella specifica scuola, a quella specifica offerta formativa, nell’esclusivo interesse dei ragazzi. Con l’abrogazione si torna al punto di partenza e allora anche alla domanda: la scuola esiste perché ci sono i ragazzi o la scuola esiste perché ci sono i docenti? Noi riteniamo che la domanda sia retorica e la risposta ovvia, quindi il nostro lavoro consiste nel fare in modo che il servizio sia il migliore possibile per gli studenti.

All’estero come funziona?
In molti dei tanto decantati paesi in cima alle classifiche, in cui i risultati sono i migliori, i docenti vengono assunti dai presidi. Ora: la chiamata diretta non era un’assunzione, si trattava di scegliere tra i docenti già assunti, già vincitori di concorso, quelli più adatti a quel certo posto, quando si mira e si dichiara che dobbiamo raggiungere i risultati migliori bisogna quindi anche essere conseguenti. Cosa ci dice il confronto con questi paesi? Che il modo migliore per innalzare la qualità di un sistema scolastico è quello di attribuire al preside la responsabilità di fare questo. Ovviamente chi sbaglia paga. Io non riesco a pensare a un preside che mette a repentaglio la propria posizione di lavoro per assumere il nipote: questa è una visione stupida, che infanga la categoria e basta. In questi due anni non abbiamo avuto una sola denuncia di una situazione poco chiara. Neanche una.

Lei ha ricordato anche che la “chiamata diretta” era stata tuttavia svuotata di contenuti.
È stata depotenziata, molti dirigenti durante l’estate del 2016, la prima estate in cui si applicò lo strumento della “chiamata diretta”, rinunciarono alle ferie per scegliere i docenti più adatti per la propria scuola. Per poi vederseli portare via quando, per mezzo di accordi, si è consentito ai docenti di spostarsi e accedere alla mobilità straordinaria. Il danno e la beffa. Aggiungo che le scuole in cui i docenti sono rimasti sono tutti soddisfattissimi, perché la chiamata diretta funzionava come una scelta reciproca: il docente poteva anche non accettare la chiamata. Era un modo per mettere d’accordo “domanda e offerta”, sicuramente più efficace di quello delle graduatorie, attraverso le quali un docente può anche capitare in una scuola in cui non si trova bene e non nella scuola in cui il suo metodo funzionava meglio. Come può un confronto con il preside e una valutazione dell’offerta formativa rappresentare un male per il sistema? La verità è che se ne parla tanto ma al valore della flessibilità non si crede mai.

Parla di flessibilità, ma per i sindacati «questo atto rende oggettivo e non discrezionale l’arruolamento».
Il punto è: è meglio l’oggettivo o il discrezionale? L’oggettivo è meglio se crediamo che i presidi siano una categoria di banditi, chi mai si affiderebbe a un bandito per decidere la propria posizione di lavoro? I presidi però non sono una categoria di banditi. Se qualcuno sbaglia paga, lo si accusa, si processa e si condanna. Invece la discrezionalità serve eccome, perché discrezionalità non è uguale ad arbitrarietà, è discrezionalità finalizzata a ottenere il miglior risultato possibile. E, quindi, ripeto, un grande elemento di flessibilità. Ma cos’è mai la flessibilità se non questo, una caratteristica fisica dei materiali?

Cosa chiede al governo?
Una maggioranza votata dagli italiani per realizzare un certo programma ha pieno titolo a farlo, la domanda è: al centro dell’attenzione della classe politica ci sono gli studenti oppure ci sono i docenti? Io non ce l’ho minimante con i docenti, i presidi sono registi di strutture complesse come le scuole, che non possono auto-organizzarsi o andare in autogestione come degli studenti, hanno bisogno di una organizzazione che deve essere più o meno flessibile. O per lo meno di buon senso: senza un responsabile chiamato a rispondere dei risultati negativi, le cose non vanno meglio, vanno molto peggio. Il governo si occupi intanto di rendere le scuole sicure (non possiamo ancora oggi occuparci di crolli, feriti e purtroppo anche vittime), potenziare le segreterie (dai contratti, alla privacy, agli appalti ci vogliono competenze per fare cose di cui non ci si occupava prima dell’autonomia), investire massicciamente nell’innovazione didattica. C’è anche molto altro, se però non vogliamo un miglioramento della qualità del servizio basta che ne siamo consapevoli.

Foto Ansa

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